Cartoline da lontani paraggi

C’è stato un periodo, diciamo quello del boom economico, dell’urbanizzazione, della nascita di industrie e caseggiati popolari, in cui si sono stampate cartoline che, anziché raffigurare le bellezze artistiche architettoniche e paesaggistiche, illustravano proprio queste zone periferiche. Da una scoperta casuale, lo scrittore genovese Paolo Caredda ha iniziato una ricerca sia delle cartoline che di notizie sulla loro produzione, e la seconda si è rivelata più difficile della prima. Da questa storia è nato un librone con la riproduzione di molti di questi reperti e commenti dell’autore: In un’altra parte della città. L’età d’oro delle cartoline, edito da ISBN, la casa editrice che, per anni, come illustrazione di copertina dei suoi volumi ha utilizzato semplicemente il codice a barre e, per fortuna, ha poi smesso di farlo. Inserito, nel secolo scorso, nella famigerata antologia Gioventù cannibale, su un fenomeno effimero e artificioso, Caredda nei suoi testi fa continui riferimenti non alla cultura pop colorata e seducente, ma ai rimasugli culturali, a prodotti marginali e residuali, dimenticati come queste cartoline e rimossi come le zone che esse raffigurano: riviste di fantascienza, libri di Peter Kolosimo, periodici delle agenzie immobiliari, film di serie C quella di una volta, cartoni giapponesi, fumetti neri come Spettrus e Jnfernal (e non il Diabolik che oggi è diventato troppo politicamente corretto), per raccontarci di queste “immagini ripudiate, lasciate sole a sé stesse”. Queste cartoline erano realizzate da tipografi e tabaccai delle zone raffigurate, erano “arte popolare, prodotta da e per la periferia”, e, non solo per il soggetto ma anche per la composizione dell’immagine, sono lontane chilometri dalle immagini ritoccate, sterilizzate e omologate che vengono proposte oggi. Scrive Caredda che “la pruderie contemporanea troverebbe queste immagini impresentabili, spesso addirittura sconcertanti”. I committenti le volevano affollate, con passanti (forse non sempre casuali), anziani veri, e bambini che erano semplicemente contenti di farsi fotografare, senza che nessuno nei paraggi gridasse al lupo pedofilo. “Nell’universo paranoico della privacy, ormai, guardare è delinquere” sentenzia l’autore, ed è difficile dargli torto se non si è uno psicologo esibizionista o un genitore associato. Queste cartoline non illustrano solo casermoni, ma anche edifici religiosi, autogrill, alberghi, gerontocomi, fabbriche, e, guardandole, si potrebbe dire che l’unità di questo Paese sia stata cementata col cemento. Ma, oltre al cemento, in qualche raro caso c’è anche un altro materiale pubblicizzato, che allora prospettava un luminoso, confortevole futuro ed oggi invece suscita solo tristezza e raccapriccio: l’amianto. Molte sono le cartoline su Genova, in particolare sulla città satellite di Luigi Carlo Daneri, un lungo e tortuoso agglomerato di case popolari, ribattezzato dalla gente “il biscione”. Queste serpente di cemento, che tentava gli Adamo ed Eva di allora perché assaggiassero il frutto della conoscenza di un altro modo di abitare e andassero a vivere in quel paradiso edilizio, è una di quelle tante opere, come pure le vele di Scampia, che ti fanno chiedere che cosa pensavano gli architetti quando le hanno concepite. Forse pensavano che la gente si illudeva di stare bene nelle case della civiltà contadina ma poi cosa ne volevano sapere quegli zotici, credevano forse di saperne più degli architetti che queste cose le hanno studiate? E ti chiedi pure se dopo se ne sono vergognati almeno un po’. E allora consiglierei ai genovesi di respingere l’immagine “da cartolina” che si ha di loro, cioè quelle di avari, e spendere questi 22 euro per guardare queste immagini, e poi vedere se riusciranno a osservare diversamente quelle zone della loro città. Come immagine esemplificativa avrei potuto scegliere una cartolina qualunque delle tante, ma per la Zeriba illustrata la scelta è obbligata: lo Stadio Shell, con uno spelacchiato campo di calcio, una pista di atletica rigorosamente rossa e una vecchia pista ciclistica manco a dirlo in cemento.

stadio shell

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