Quello che manca

Quando uno scrive un libro parla di quello che gli pare, poi se uno se lo compra, lo legge e dentro non ci trova quello che si aspettava è un problema suo. Per cui l’unico appunto che mi sentirei di fare a Pedalare Controvento! Di Mario Cionfoli, edito da Marcianum Press, è l’abuso dei punti esclamativi, spesso fuori luogo, ce n’è uno finanche nel titolo, ma purtroppo il punto esclamativo non figura nell’elenco delle sostanze proibite dall’UCI. Il libro, più che dello sport, è  una storia del costume, della lunga ostilità all’utilizzo della bicicletta, o almeno alla pratica agonistica, da parte delle donne, con le numerose motivazioni mediche, etiche ed estetiche addotte nei secoli. E qui documenti, aneddoti e curiosità costituiscono il maggior pregio del libro.  Ma anche se è una storia del costume non si capisce bene cosa c’entri la vicenda di Giulia Occhini, in arte La Dama Bianca. Al limite, più pertinente, per dare l’idea dei tempi, il capitolo sulla scrittrice Anna Maria Ortese, che seguì un Giro di nascosto, perché la Carovana doveva essere solo maschile, anche se poi il pezzo che scrisse su Coppi, qui riportato, non sembra destinato né comprensibile alla gente che si accalcava in strada a vedere il passaggio dei corridori. Costume più che agonismo; per cui non trovate nominate né le pioniere Paola Scotti, Maria Cressari e Morena Tartagni, né le campionesse mondiali Antonella Bellutti, Paola Pezzo, Alessandra Cappellotto, Marta Bastianelli, Vera Carrara, Tatiana Guderzo e Giorgia Bronzini, ma diverse regine principesse duchesse e contesse cui piaceva andare in bicicletta o su altri veicoli a due o tre ruote, tanto che l’autore sembra quasi sottintendere che l’evoluzione, le aperture siano merito soprattutto dei capricci di qualche nobildonna. Ma è proprio sull’aspetto agonistico che il libro lascia perplessi e si mostra disorganico. Perché, tra tante che potevano essere citate o ignorate, si butta lì l’intero ordine d’arrivo di una antica gara che non ci dice niente? Leggiamo del primo campionato francese vinto dopo una volata mozzafiato con 10 secondi di vantaggio (a che media andavano?). Soprattutto l’autore fa un’affermazione di cui si assume la responsabilità, cioè che per trovare prestazioni sportive ad alto livello bisogna attendere gli anni ‘80. Se ha letto il libro, chissà quanto avrà apprezzato questa affermazione Maria Cressari che nel 1972 battè il record dell’Ora percorrendo 41,471 km (e qui ci vorrebbe proprio uno di quegli esclamativi, ma non ne sono rimasti più, li ha usati tutti Cionfoli). A sostegno della sua tesi ecco il capitolo su “tre autentiche campionesse” nel quale vengono elencate “le loro infinite e splendide vittorie”: Maria Canins, Jeannie Longo e Fabiana Luperini, e qui non c’è problema a elencare vittorie, numeri e date. Tanto di cappello per le tre di cui ho potuto seguire la lunga carriera (per giunta sono state tutte e tre longeve) ma, come dire? quando tanto e quando niente. Non esiste Leontien Van Moorsel, né Nicole Cooke, e neanche la donna che è tutt’uno con la bici, la più forte ciclista di sempre (anche se fosse già iniziata la sua parabola discendente), l’unica per cui si è ipotizzato di correre contro i maschi: Marianne Vos. Non c’è, in questo libro sul ciclismo femminile, Marianne Vos (e qui di punti esclamativi ce ne vorrebbe un peloton), se non ricordata en passant nell’intervista conclusiva da Edita Pucinskaite. Ecco, il libro si conclude con questa intervista alla campionessa lituana, che oggi vive in Italia, e alcune sue risposte sono un po’ sconfortanti. Gli argomenti sono sempre quelli, ingaggi, visibilità, sicurezza, e però pensando a quanto è accaduto negli ultimi tempi non c’è da essere molto ottimisti. Abbiamo visto la frattura tra le partecipanti al Giro Della Toscana 2013 in occasione dello sciopero per la poca sicurezza, in cui anche i tempi della protesta sono stati discutibili. E abbiamo letto e sentito tante volte la richiesta di organizzare corse femminili insieme a quelle maschili, poi, quando questo è finalmente accaduto, come al recentissimo Giro dell’Emilia, la partecipazione è stata scarsa perché le squadre avevano già chiuso la stagione. Al di là di questi episodi, una maggiore presenza delle donne in tutti i ruoli sarebbe auspicabile. Anche come commentatrici televisive. Ricordo in RAI solo episodiche presenze della Cappellotto e della stessa Pucinskaite, poi ci è toccato sorbirci commentatori che ammettevano di non saperne molto, e abbiamo sentito Savoldelli nominare “Naomi Cantele” (chissà a chi stava pensando?). Mi è sempre piaciuto che in ammiraglia ci fossero ex cicliste come la Pregnolato, la Pegoraro, la Ziliute, e semmai mi domandavo perché non ce ne fossero altre, la Bonanomi ad esempio. E mi chiedo se si aggiungeranno la Luperini o la Bronzini (ma quest’ultima non subito, anzi). Proprio la Pucinskaite dall’anno prossimo sarà alla guida di una nuova squadra. Una delle cose che in quell’intervista rimprovera alle giovani cicliste è la mancanza di interesse per la storia, per le campionesse del passato. Ecco, quello che manca allora, e continua a mancare perché questo libro di Cionfoli non lo è, è una storia del ciclismo femminile. E se c’è qualcuno che ha intenzione di scriverla, sappia che, per quanto mi riguarda, una copia può considerarla già venduta.

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Maria Cressari dopo aver battuto il record dell’ora

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