Pulp Distraction

Ci sono dei fumetti fondamentali che sono stati sempre disegnati dal loro creatore. E con la morte di questi sembrano finire anch’essi. Quando poi si ipotizza, si progetta, si annuncia la loro resurrezione, per mano di qualcun altro, la cosa lascia sempre perplessi, e semmai, quando poi si realizza davvero, si arriva a gridare alla blasfemia. A meno che non si tratti di un episodico omaggio, ma non più di tanto. In fondo chi ha davvero voglia di leggere Corto Maltese scritto e disegnato da uno che non sia Pratt? O Cocco Bill (ditelo al Giornalino) da uno che non sia Jacovitti?. E’ il caso anche di Spirit. Già il personaggio di Will Eisner ha subito una versione cinematografica da parte dell’ipersopravvalutato Frank Miller, che ne ha fatto una cosa sua, retorica e tagliata con l’accetta, che non ha niente a che vedere con l’ironia dell’originale. Imbattersi poi in un crossover, come si dice, una storia in cui Spirit si incontra con Rocketeer, altro personaggio di culto, può lasciare doppiamente perplessi. Però l’idea non è cattiva, far interagire, e vedere che succede, un personaggio degli anni 40/50 e uno degli 80 ma retrò, cioè le cui vicende sono ambientate nello stesso periodo. E poi i due non sono supereroi, non hanno superpoteri, e neanche superproblemi; solo un rapporto non idillico con le loro donne. Spirit è un criminologo creduto morto e per questo può agire indisturbato, ed ha per eterna fidanzata Ellen, la figlia del Commissario Dolan suo amico, la quale forse lo preferirebbe “morto” nella routine coniugale. Rocketeer invece è una specie di eroe accessoriato, munito di casco e razzo a zaino e, in quanto a donne, … ma poi ci arriviamo. La storia, scritta da Mark Waid, in 4 albi poi racchiusi in un volume (in Italia per RW), già dal gioco di parole del titolo Pulp Friction promette bene. E infatti ci si diverte; i due bellimbusti, accomunati dal fatto che non mostrano il loro volto (vabbe’ che la mascherina di Spirit cosa vuoi che nasconda, anche rispetto all’obsoleto e ingombrante casco dell’altro), esagerano con le prodezze e all’inizio sembra quasi che rischino di sfiorare lo scambio di coppie. E torniamo quindi alla fiamma – ma non quella sprigionata dal razzo – di Rocketeer: è una modella aspirante attrice, si chiama Bettie e, manco a dirlo, è molto ispirata a Bettie Page, la pin up dell’epoca, anzi di tutte le epoche. E se tante volte qualcuno avesse ancora un dubbio residuo su questo aspetto, ecco arrivare il di più, la chicca di questa storia. Se Bettie nelle avventure del suo creatore, Dave Stevens, aveva a che fare con fotografi uomini, qui nelle prime pagine la troviamo impegnata in un servizio fotografico con una fotografa dai capelli rossi. E qui si chiude il cerchio perché è facile trovarvi un riferimento a Bunny Yaeger, modella poi passata, come si dice, dall’altra parte dell’obiettivo. Bunny realizzò alcuni dei più famosi servizi di Bettie Page e fu la prima donna a tagliare il prestigioso traguardo del paginone centrale di Playboy. Lasciò il lascivo mensile negli anni 70, quando, in competizione con l’audace Penthouse di Bob Guccione, anche le foto su Playboy diventavano a suo dire sempre più ginecologiche. Dubito però che Hugh Hefner condividesse queste sue critiche. Ma non stavo parlando di Spirit e Rocketeer? Ecco, vedete cosa succede? Arrivano le donne e uno subito si distrae.

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