Quale Freire?

Il capo degli industriali, quello che, quando fu eletto capo, disse di essere come il ciclista Freire che veniva fuori negli ultimi 50 metri e batteva tutti, quello che è così appassionato di ciclismo che fa il presidente di una squadra di calcio, quel capo degli industriali, non contento di questa legge che chiamano job’s act perché evidentemente usare parole italiane pareva brutto e poteva sembrare che non si era fatto abbastanza, è tornato a chiedere, che è l’attività principale degli industriali: chiede che il governo attui le famose riforme, che ci sono sempre altre riforme da poter fare, che aumenti la competitività e gli investimenti e queste cose così. E allora forse è vero che il capo degli industriali è come Freire, ma non il Freire che vinse il mondiale del 2001, corso praticamente in maglia Mapei, ma il Freire che, al suo ultimo mondiale nel 2012, concluse tristemente una bella carriera lamentandosi che la Spagna (allora correva per la sua nazionale perché la Mapei non c’era più) non aveva fatto la corsa per lui ma per Valverde, più adatto a quel percorso e infatti arrivato terzo, che poi dicono Valverde, Valverde…, ma averlo in Italia un corridore come lui, soprattutto ora che Torri è sono un vago inoffensivo ricordo.

Val2012

Un weekend di scoperte

Nel weekend appena trascorso abbiamo visto l’imperturbabile Kiryienka rompere la bici e arrabbiarsi come una belva, anzi, di più, come un baronetto. Abbiamo visto l’imperturbabile Quintana vincere sotto la neve e ridere più di quanto abbia riso in tutta la sua carriera ciclistica, in verità ancora giovane. E infine abbiamo sentito la perturbabile Alessandra De Stefano confutare secoli di errate convinzioni storiche e, inventando il soprannome l’Azteco per il colombiano Quintana, svelarci che gli Aztechi non vissero nel Messico ma in Colombia. E se lo dice lei, la curatrice della rubrica diciamo culturale dal Tour, che ripete sempre che chi sta col ciclismo non sbaglia, vorrà dire che è così.

AdS

La distanza dai Replacements

Che tipo di distanza ci separa dai Replacements, divertente gruppo pop-rock di Minneapolis, gruppo di culto, omaggiati e citati dai colleghi, come i They Might Be Giants che cantavano Noi siamo i Replacements? Una distanza geografica, temporale, o più complessa? Cantavano Kiss Me On The Bus, ma, qui e ora, sul bus, ammesso che passi, bisogna piuttosto preoccuparsi di scippi e atti di teppismo, che sono quel genere di reati che restano impuniti o derubricati, come si dice, perché sono compiuti ai danni di gente che va in giro sul bus, non su un SUV o sul piroscafo personale, e in una società sempre più elitaria va bene così, che problema c’è?

KissMeOnTheBus

TRIC e forse anche TRAC

 

Pare che nell’Unione Sovietica un libro avesse molti lettori, che fosse quasi doveroso leggerlo, se era vietato e circolava clandestinamente. Cioè se le Autorità, qualche Ministero o affini, avesse detto che quel libro non andava né pubblicato né letto, che non era buono. E nella storia ci sono tanti esempi di scrittori, pittori, artisti, che hanno fatto la fame, come si dice, o hanno dovuto fare altri lavori per guadagnarsi da vivere, e che sono stati rivalutati, riscoperti, dopo la morte, o neanche allora. Persone che hanno continuato a fare quello che ritenevano giusto, a seguire la propria idea della scrittura, della pittura, dell’arte, nelle cantine, in piccoli locali, su pubblicazioni clandestine, anche in poche copie, senza preoccuparsi di avere un’approvazione o una catalogazione, una classificazione ministeriale, o addirittura rischiando condanne. E hanno fatto cultura, come si dice, e c’è gente che gli è grata per le loro opere, che ha piacere a leggere o a vedere quello che hanno fatto. Allora forse sarebbe meglio chiamare le cose col loro nome e anziché parlare di “rilevante interesse culturale” parlare invece di “soldi”. Semplice.

De Aardappeleters

Specializzazione

Zdenek Stybar a dicembre compirà trent’anni. E’ difficile prevedere quanta strada – in tutti i sensi – potrà ancora fare. Ma se dovesse riuscire a vincere qualche classica monumento, Fiandre o Roubaix, eventuali paragoni con  ciclisti del passato che hanno vinto sia su strada che nel ciclocross sono fuori luogo. Assolutamente improponibile un paragone con Roger De Vlaeminck, sia per la quantità e la qualità delle vittorie del belga sia per il ciclismo dell’epoca. Ma anche un confronto con Adrie Van Der Poel sarebbe azzardato. L’olandese, oggi più famoso come padre, ha fatto il percorso inverso, e ha ottenuto i migliori risultati nel cross quando è diminuita e poi terminata la sua attività su strada. E poi negli anni 90 non era ancora compiuto il processo di iper-specializzazione che ha portato ai calendari attuali, e a vedere come un fenomeno unico l’eclettico Philippe Gilbert, mentre ai tempi della Coppa Del Mondo non era raro trovare chi dopo il Fiandre correva anche la Liegi. Allora se Stybar vogliamo comunque confrontarlo con qualcuno, pensiamo  al coetaneo Lars Boom. Vinto il mondiale nel 2008, l’olandese negli anni successivi ha man mano ridotto le sue apparizioni nel ciclocross: prima qualche vittoria in gare internazionali, poi soltanto il campionato nazionale (dove oggi dovrebbe faticare anche per il podio), poi più nulla, per puntare soprattutto alle gare sul pavé. Ma, a dispetto del nome, Boom non è mai esploso. E poi, quando l’anno scorso ha vinto la tappa del Tour sulle strade della Roubaix, abbiamo scoperto il perché: lui ha detto che va forte col bagnato e in (tutti) questi anni il clima non l’ha favorito. Davvero in questi anni non ha mai piovuto? Boh, bisognerebbe andare a controllare; comunque questo rappresenta un ulteriore livello di specializzazione. In quella tappa del Tour, Boom, che nella cangiante squadra olandese rischiava di finire a fare il gregario del più affidabile Vanmarcke, fu l’unico a precedere gli uomini dell’Astana, e forse per questo i kazaki l’hanno notato e ingaggiato per avere un uomo presentabile sulle pietre. Alle Strade bianche Stybar ha vinto, mentre Boom si è disperso, ma avrebbe potuto dire, a sua scusante, che la ghiaia non è la stessa cosa del pavé, e che c’era il vento (ma un olandese non può lamentarsi del vento, anzi) e che non pioveva. E immaginiamo che ora Lars Boom stia a fare la danza della pioggia, ad augurarsi che piova sul Fiandre e sulla Roubaix. Per adesso piove sull’Astana.

Stybar-Boom

Vite parallele: Stybar nei panni di Bruno Mars e Boom in quelli di Abelardo Norkis

 

L’assente

Una di quelle frasi fatte che si citano sempre quando tornano comode dice che gli assenti hanno sempre torto. Quale torto abbia chi è assente a una gara per infortunio non saprei dire. E’ il caso di Marianne Vos che, per un problema al ginocchio, non ha potuto partecipare alla prima edizione della Strade Bianche femminile. Una corsa importante per il movimento, cui teneva molto: l’aveva preparata correndo l’Eroica (la versione amatoriale “in costume”) nell’autunno scorso, in compagnia della chiassosa combriccola della sua squadra (c’era anche Roxane Knetemann che indossava la divisa Raleigh di suo padre Gerrie). Dubito che di questa assenza si siano dispiaciute le concorrenti, soprattutto Megan Guarnier cui piace vincere in Toscana, ma a me è dispiaciuto e penso pure agli altri appassionati di ciclismo.

Vos-Eroica

La Marianna la va in campagna

 

Sesso e bici

E’ uscito il libro Sex and the bici del cicloamatore filosofo Walter Bernardi, per ediciclo editore. Non bisogna farsi fuorviare dalla copertina e dal titolo, che richiamano una famoso serie tv, né dal sottotitolo “ il ciclismo a luci rosse”: qui non ci sono descrizioni di sesso spregiudicato o glamouroso o clamoroso, ma ci sono aneddoti, come quelli che raccontano Beppe Conti o Marco Pastonesi (non a caso citati più volte in bibliografia), con argomento comune le avventure dei ciclisti con le donne, ma non l’opposto nel senso delle cicliste con gli uomini, perché il libro si limita al ciclismo cosiddetto eroico, che era quasi esclusivamente maschile. Peccato che il libro si fermi a prima dell’avvento di Meo Venturelli, uno dei più grandi sprechi di talento della storia, sul quale ci sarebbe stato sicuramente molto da raccontare.  Ci sono dei capitoli con protagonista qualche donna, ma si tratta di stelle dello spettacolo che hanno avuto incontri (Joséphine Baker) o storie sentimentali (Edith Piaf) con ciclisti. Poi c’è l’immancabile Alfonsina Strada, che con l’argomento sesso non c’entra molto, giusto per ricordarne la grande forza di volontà e la grande convinzione di stare facendo bene, a dispetto della mentalità e dei pregiudizi dell’epoca. E, dopo Pedalare controvento!, di cui si è già trattato in questo blog, libro sull’evoluzione del ciclismo femminile e sull’involuzione dell’uso dei punti esclamativi, ancora una volta ci ritroviamo tra i piedi Anna Maria Ortese, l’aristocratica intellettuale che col ciclismo c’entra come i cavoli al rifornimento, ma almeno qui leggiamo che si avventurò al Giro per salvare la sua storia d’amore con un giornalista in carovana, non per grande interesse verso il ciclismo. Inevitabilmente ampio spazio è dato alla storia tra Fausto Coppi e Giulia Occhini, in arte La Dama Bianca, di cui viene rammentata anche l’abilità nelle tattiche di corsa, come quando, al Lombardia del 1956, offese Magni scatenandone la reazione al punto che quello riportò il gruppo su Coppi, impegnato nella sua ultima fuga importante, e facendo così sfumare la sua ultima grande vittoria: doti strategiche che oggi tornerebbero comode alla Etixx, che non sempre riesce a perdere tutte le corse. Il racconto arriva fino agli anni 50 perché l’idea del ciclista “asceta” sembra più legata all’immaginario di quell’epoca, anche se medici, massaggiatori e direttori sportivi hanno continuato a prescrivere l’astinenza dal sesso: lo testimonia Cassani. Però interessante è anche l’obiezione, difficile da controbattere, che fu sollevata a suo tempo dal giovane ciclista futuro gregario Renzo Zanazzi, dialetticamente molto bene argomentata: “Se ciùlum no a vint’ann, quand l’è che ciùlum? A vutanta?” Ecco, non aspettatevi quindi pettegolezzi sulle distrazioni di quei ciclisti odierni che sono accusati di non fare la famosa vita del corridore, non facciamo nomi, qualcuno ce lo potrebbe suggerire Andrei Tchmil. Né sarà soddisfatta la vostra curiosità su come si siano potuti incontrare il più forte velocista del mondo e una giunonica stella della terza pagina del Sun. Solo nell’introduzione si accenna all’incontro tattile molto pubblicizzato di Sagan con una miss del Fiandre 2013, per dire di come oggi sia cambiata l’immagine del corridore e siano caduti certi tabù. Come quello sull’omosessualità, e qui si da credito alla voce che vorrebbe Robert Millar diventato Philippa York. Allora è un peccato che non venga ricordata la più famosa vicenda legata a un rapporto omosessuale, quello di Judith Arndt con Petra Rossner, che ebbe come conseguenza lo spreco di un oro olimpico, una cosa che io ancora non ci posso pensare ma mi auguro che la protagonista la viva più serenamente. Quindi niente ciclismo dagli anni 60 in poi, e se qualcuno ha un suo personale sex symbol tra le tante belle cicliste in gruppo si rivolga altrove per soddisfare le sue curiosità più o meno morbose. Poi, della storia di Marion Rousse col suo Tony Gallopin se ne è parlato tanto, cos’altro volevate sapere? Se Emma Johansson ha già deciso con chi fare un figlio dopo le Olimpiadi di Rio? Dubito siano fatti vostri. Eh? Va bene, mi correggo, dubito siano fatti nostri. In conclusione, questo è un libro che si legge con piacere, diviso in brevi capitoli, così che lo si può leggere dappertutto, pure in ascensore, soprattutto se si tratta di un ascensore di qualche grattacielo di Dubai. In quel caso però non leggete l’epilogo, dove si parla di green, di cool, di urban style, ci manca solo il brand, e poi di moda & bici e di Filippa Lagerback col tacco dodici, e dove a  rappresentare le “campionesse del pedale talmente belle e provocanti da rivaleggiare con le modelle più famose” viene citata Liz Hatch, che non mi pare abbia lasciato grandi tracce nella storia del ciclismo. Perché, arrivati in cima al grattacielo di Dubai, se leggete questa nota stonata, potreste essere tentati di lanciare giù il libro e, anche se lì sono più aperti rispetto ad altri paesi musulmani, potrebbero non gradire una pubblicazione su sesso e bici, che poi se ci pensano sopra è capace che non lo organizzano più il Dubai Tour e allora sai che perdita. Però questo epilogo è solo un piccolo difetto in un libro piacevole, e in fondo, come direbbe a  Robert Millar la sua ragazza, nessuno è perfetto.

s+b

250

Dal 2 aprile 2014, quando è partita la zeribaillustrata, in nemmeno un anno, ho pubblicato 249 post. Troppi direi per un blog che voleva essere più leggero. E comunque per il 250esimo, che fare, finta di niente? O una cosa autocelebrativa seria importante? No, meglio una cosa fatua. Per esempio, pensavo che sabato ci sarà la corsa chiamata Strade Bianche, da quest’anno anche Eroica, come già si chiama la versione per cicloamatori nostalgici, e la caratteristica distintiva di questa gara sono i tratti di strada sterrata. Però, visto che si conclude in Piazza del Campo a Siena, si sarebbe potuto fare come nel Palio, dove possono vincere anche i cavalli scossi, cioè quelli che hanno perduto il fantino, e quindi includere nell’ordine di arrivo anche le biciclette di ciclisti caduti, e allora tra i favoriti poteva esserci la bicicletta di Hesjedal, che già alla Vuelta dell’anno scorso ha dimostrato un certo spirito di indipendenza e di sapere cavarsela da sola.

hesjedal+bike