La forza dei ciclisti, però quella centrifuga

Nei miei eccessi di prudenza, quando sono andato a vedere il passaggio di una corsa, ho sempre pensato, poi può darsi che mi sbagliavo, non so, che fosse opportuno se c’era una curva mettermi all’interno e poi distante da possibili vie di fuga, per evitare di essere investito da ciclisti moto o auto deviati fuori strada dalla forza centrifuga . E non avevo ancora visto il geniale Geniez che, dico io, se hai difficoltà ad andare in discesa, o se sai andarci ma quel giorno lì hai problemi alla bici, ruote o freni, perché vuoi fare la discesa in testa? O almeno datti una calmata dopo il primo problema. Invece giù a rotta di collo, spaventando bambini e cani, violando proprietà private, e qui mi sa che anche chi si fa una casa dovrebbe pensare a non costruirsela in una possibile via di fuga, a meno di non essere molto ospitali e avere piacere di ritrovarsi nel giardino o davanti alla porta di casa o incastrato nella cassetta della posta il simpatico Geniez che porta l’allegria nelle case, come Gigi Reder nel banchetto nuziale alla Trattoria Al Curvone. E’ andata bene e ora ci si può scherzare sopra, e potremmo anche proporre Geniez per un film comico fracassone, se ci fossero ancora Les Charlots o Pierre Richard, ma sul momento erano immagini spaventose e anche sorprendenti, perché non me ne ricordo molte di discese così, forse neanche col venezuelano Sierra. Ma ci deve essere anche un altro tipo di forza centrifuga nel gruppo, in quei ciclisti che proprio non riescono a starci in mezzo al gruppo e vanno in fuga quasi come se ricevessero una spinta in quella direzione, e voglio dire gli Androni, Marangoni che non ha un capitano decente da accudire, Hesjedal che non è un capitano decente da accudire, Kruijswijck in fuga anche dalla responsabilità di fare classifica, e diversi altri nomi che abbiamo sentito più volte in questi giorni. Forse solo i Lotto-Soudal, con Bak e Hansen che in passato ci avevano abituati bene, e i Giant-Alpecin sono centripeti. Quest’ultima squadra in particolare, assenti Kittel e Degenkolb, sembra davvero poca cosa; il solo Geschke, col suo barbone che andrebbe bene se suonasse in un gruppo di alt-folk, alt-country o di americana, insomma quelle musiche un po’ pallose e nostalgiche che piacciono ai nostalgici un po’ pallosi, lotta per la maglia azzurra. I Giant sembrano più impegnati a farsi lo shampoo. Ma non è che questo shampoo li debilita? E allora mi sono chiesto se Dalila, invece di tagliare i capelli a Sansone, non poteva limitarsi a lavarglieli, capace che otteneva lo stesso risultato. E oggi per fortuna c’era un piattone, una tappa senza salite e soprattutto senza discese, nella fuga di giornata pochi uomini con poco vantaggio, le numerose rotonde non hanno ispirato i finisseurs, e così si è arrivati alla volata. Questo giro senza Cavendish, Kittel e Bouhanni è una grande occasione per i velocisti italiani di ottenere la prima vittoria in un grande giro. C’è già riuscito Viviani, oggi è stata la volta di Modolo; Nizzolo, sportivissimo a non recriminare sul cambio di traiettoria del vincitore, ha ancora un’occasione nella sua Milano, mentre per Pelucchi, costretto a ritirarsi, sarà per un’altra volta, chissà che non possa essere già alla Vuelta. Però l’attenzione di tutti si è spostata da Modolo alla lotta per la classifica, perché questo Giro somiglia sempre più a un rodeo, che vince chi resiste di più in sella prima di essere disarcionato, e infatti c’è stata una caduta prima dei 3 km finali neutralizzati, e non si capiva chi era caduto o rimasto attardato, Porte sicuro perché quelli della Sky vanno sempre a terra, e poi anche Aru, no Aru no, Contador invece si. E la confusione e l’incertezza sui distacchi è stata aumentata dal fatto che i leader si sono fatto dare la bicicletta dai compagni di squadra, per cui all’arrivo i tempi erano accreditati ai legittimi proprietari delle bici e non a chi c’era sopra. Poi si è potuto ricostruire che Contador ha avuto la bici da Tosatto, Porte ha preso quella di Kiryienka, che è stato portato all’arrivo da Puccio sulla canna, mentre Tosatto è arrivato in groppa a un asino di Bruseghin. Dall’elicottero si è potuta vedere l’abilità di Tosatto che si è fatto strada tra i caduti, a piedi e con la bici in mano per passarla a Contador, sembrava un ciclocrossista, però uno normale, perché Sven Nys sarebbe riuscito a passare su tutto quello che c’era per terra senza scendere dalla bici. Alla fine di questa giostra nel Veneto bi-leghista, dove poco distante dall’arrivo c’è anche una targa scritta in sardo in ricordo della prima guerra mondiale, la maglia rosa l’ha presa proprio il sardo Aru. Ma adesso stanno ancora tutti lì a cercare di riprendersi ognuno la sua bicicletta, basterebbe solo capire chi ce l’ha.

sansoneedalila

doposcuola

Oggi Paolo Nori sul suo blog riporta l’inizio di un suo discorso sul poeta Raffaello Baldini  che, dice Nori, scriveva spesso di cose inutili.  Una poesia, che non sembra una poesia, di Baldini fa: Ma se dovessimo buttare via tutto quello che non serve a niente, non si può, neanche a volere, non si può, uno sguardo, per dire, incontri una bella ragazza, la guardi, a cosa serve? alla televisione stai a vedere i campionati europei d’atletica, i cento metri, i duecento metri, i quattrocento a ostacoli, il salto in alto, a cosa serve? o quando vengo giù dalla Marecchia, che è già notte, vedo San Marino e Verrucchio che è tutta una luce, e sopra le stelle, delle volte mi fermo, si sentono tanti di quei grilli, a cosa serve? Sempre oggi si parla di un rapporto dell’ISTAT, in cui si dice che l’Italia deve partire dalla cultura, ma non vuol dire Leggete, razza di ignoranti!, no, tutt’altro, vuole suggerire di investire nel patrimonio nazionale e sulla cultura per creare opportunità di crescita e sviluppo per il Paese, mentre ora il patrimonio turistico e il turismo sono poco sfruttati. Lo dicono tutti, in Italia c’è la Grande Bellezza con le maiuscole, ci fanno i film, se ne parla a vanvera, ne parla persino il capo del governo provvisorio con il suo linguaggio altrettanto provvisorio. Ma tutta questa roba deve fruttare, dobbiamo ricavarne la grana, altrimenti che ci sta a fare, è roba inutile. La bellezza, maiuscola o minuscola non si giustifica da sé. Tutto deve essere giustificato dal fatto che crea lavoro o guadagno. E allora, se il Giro deve essere anche promozione turistica, perché con tutti i bei posti che ci sono in Italia, una tappa deve finire in un autodromo che è una cosa un po’ insulsa da vedere? Ah, già, c’era da ricordare Senna. Perché al Giro, a un certo punto, una volta non mi pare che fosse così, gli è presa la fissazione di essere utile, e allora deve celebrare, ricordare, far conoscere, insegnare, promuovere, personaggi, eventi storici, buone cause, iniziative benefiche; in tanti possono approfittare delle opportunità che offre il Giro, non solo quei quattro esibizionisti che corrono vestiti da mentecatti ai bordi delle strade. E poi deve educare: convivenza, tolleranza, mobilità alternativa, corretta alimentazione, rispetto del verde, degli animali, degli anziani, è un Giro didascalico, un grosso carrozzone didattico, un doposcuola dove la De Stefano ha il ruolo di maestrina dalla penna rosa, e va bene, però così rischia di diventare pesante. Mi chiedo se a volte non si esageri, se non si vada oltre quanto richiesto; per dire, non sono sicuro che farà tanto piacere a Marina Romoli che ogni volta che sale su un palco o si avvicina a una corsa le ricordino il suo incidente. E poi mi pare che il ciclismo già soltanto come promozione di quella che chiamano la mobilità sostenibile non funziona granché, visto che poi, appena possono, i ciclisti manifestano la loro passione per auto e moto veloci, non sono certo paladini dell’ecologia, e state attenti in particolare a quelli che quando smettono salgono sulle ammiraglie che non vi buttino sotto. Ma io invece dico ben vengano le fughe inutili, che non vanno all’arrivo, i ciclisti che a fondo gruppo si distraggono a guardare il paesaggio, e tutta l’inutilità immaginabile del correre  in bicicletta e del guardare le corse e dello stare un’ora o anche di più in strada per vedere delle figure sfrecciare irriconoscibili nell’arco di un minuto o anche di meno, e l’inutilità di tifare per un vecchio campione, né fiammingo né vallone, che quando oggi è partito come sa ancora fare è come se fosse stata sospesa la lotta per la classifica. Poi alla fine è questione di gusti, perché se uno, riguardando il suo passato, gli piace, per dire, ricordare con emozione, che gli scende pure la lacrimuccia, quella volta che ha presentato il modello 730, o quell’altra volta che ha risparmiato 10 euro, va bene lo stesso. Ma io, che ricordo altro, preferirei che, se proprio il Giro deve celebrare qualcuno, per una volta ricordasse quelli di cui parla un’altra poesia che ricorda a volte Paolo Nori, questa qui del poeta Nino Pedretti, che fa: Le strade sono tutte di Mazzini, di Garibaldi, son dei papi, di quelli che scrivono, che dan dei comandi, che fan la guerra. E mai che ti capiti di vedere via di uno che faceva i berretti via di uno che stava sotto un ciliegio via di uno che non ha fatto niente perché andava a spasso sopra una cavalla. E pensare che il mondo è fatto di gente come me che mangia il radicchio alla finestra contenta di stare, d’estate, a piedi nudi. E per oggi basta così, che domani mattina devo andare a lavorare.

solegratis

Orizzonti della scienza e della tecnica (che era un programma tv di mille anni fa)

Oggi ha vinto Zakarin, che fu litigante con Aru al Giro Bio 2012 quando il terzo gaudente fu Dombrowski. Fresco di vittoria al Romandia, nei prossimi anni vedremo se sarà un campione, un buon corridore o il corridore di una stagione, come giusto dieci anni fa quel Murilo Fischer che solo il ricordo del suo connazionale Senna ha riportato davanti alle telecamere. Ma oggi le chiacchiere stavano a -2, cioè la penalizzazione di Porte.

Quando Mennea iniziava la sua lunga carriera di velocista, il più forte, almeno in Europa, era il sovietico Valery Borzov, che veniva presentato dagli italiani come un campione costruito in laboratorio, come a volerlo mettere in cattiva luce, come fosse un robot venuto dal misterioso pianeta di Oltrecortina, e chissà se questo lo si diceva sulla base di informazioni, supposizioni o invenzioni. Oggi Borzov non cercatelo nei centri di raccolta per i rifiuti speciali, tra pc e altre apparecchiature elettroniche obsolete, è ancora vivo e sembra una persona normale, e probabilmente lo è. E quando, dopo qualche anno, in Italia arrivarono i cartoni animati giapponesi, così diversi da quelli visti fino ad allora, e così criticati, si diceva anche che venivano fatti al computer, come a dire che erano un prodotto senza anima, quasi non generato da una mente umana. A vederli poi, mi pare fossero fatti con pochi disegni, sui quali era la camera a spostarsi, quindi un prodotto economico, concorrenziale e che forse proprio per questo arrivò qui in grande quantità, ma mi piace pensare che quell’accusa sia stata fatta dalle stesse persone che dopo qualche tempo hanno iniziato a elogiare le meraviglie della computer grafica di Pixar e Dreamworks. Quindi si potrebbe dire che con i progressi scientifici e tecnologici ci sia un rapporto contraddittorio e nei giudizi anche strumentale, insomma si dice quello che fa comodo, se si vuol elogiare si elogia, se si vuole demonizzare uguale. Il ciclismo non fa eccezione. Stiamo ancora a celebrare il record dell’ora di Moser, ottenuto studiando l’impresa in tutti gli aspetti, e con uno staff che comprendeva anche quei medici a cui oggi un ciclista non può rivolgere neanche un saluto, pena una squalifica anche di due anni, salvo le riduzioni nel caso delle famose collaborazioni che non si capisce bene in cosa consistano (anche Di Luca aveva collaborato, prima di ricascarci). Però la scientifica Sky ci insospettisce e ci indispettisce, e loro, con la loro chiusura, col loro atteggiamento “asocial”, il silenzio stampa si direbbe nel pittoresco mondo del calcio, non aiutano il dialogo e la reciproca comprensione. Manco il ds Dario David Cioni sembra tanto diverso ormai; ma come, era italiano, stava qua, correva, ora non mi ricordo quando lo intervistavano ma sono sicuro che parlava pure con accento toscano, e ora anche lui invece parla il minimo indispensabile, e forse tra non molto liquiderà gli inopportuni intervistatori con un Sorry, I don’t speak italian. E allora, in questo stato di cose, è chiaro che fa quasi ridere sentire il general manager Dave Brailsford, a proposito dello scambio di ruote tra Clarke e Porte e la conseguente penalizzazione, parlare di un gesto di sportività fatto nel calore del momento, cioè parla di cose umane, emozionali, non scientifiche, a meno che non abbia qualche tabella anche per quello. Mah. Certo che se intorno a Porte, che dorme da solo nell’ormai famoso motorhome, ci fossero meno scienziati e più compagni di squadra ne guadagnerebbero lui e la Sky. Invece ieri al momento della foratura il più vicino era Puccio che si trovava nelle Fiandre a provare il Paterberg. E l’ingenuo Clarke ha sopperito da amico, prestandogli la ruota così come si narra che usassero fare le massaie vicine di casa che si prestavano tazze di zucchero, prima che si affidassero anch’esse ai dietologi e cassassero la parola “zucchero” dal vocabolario personale. Tra l’altro, il buon Clarke, che già si era distinto con l’esultanza per il secondo posto nella quarta tappa, con questo gesto sarebbe balzato in testa alla classifica delle gaffes, e meno male che questa speciale classifica non esiste e tantomeno assegna un’imbarazzante maglia marrone, e meglio così, che Clarke da questo giro si porti solo la rosa. Vuol dire che proporremo al Settimanale più imitato d’Italia, da anni  privo del Tenero Giacomo, un nuovo personaggio: il Tenero Simon.

penalizzazione

 

pronostici

Non sono bravo a fare pronostici. Nel 1992, dopo la sua vittoria nella frazione del Critérium International con arrivo in salita , pensai che Furlan potesse vincere la Freccia Vallone, e non era facile, dato che non era ancora il Furlan del 94, anche se quello del 94 Furlan non lo fu neanche nel 93 e nel 95, quasi una meteora, come tanti in quelle strane squadre di Argentin  e Bombini; meglio soprassedere. Dopo 20 anni ho pronosticato Gilbert per il mondiale, nonostante l’annata deludente. Con questo ritmo dovrei azzeccare il prossimo pronostico nel 2032, quando potrei anche essere in pensione, se non ci saranno altre riforme o l’eliminazione di questi residui di stato sociale, che fanno la differenza tra una comunità e la giunga selvaggia, e oggi siamo più vicini alla seconda. E dati i tempi, la crisi economica e la paura del futuro, l’inventiva imprenditoriale degli italiani si rivolge soprattutto verso un settore: la fortuna, insomma giochi e scommesse. Quando un amico mi ha chiesto un nome su cui puntare alla vigilia del Giro d’Italia, io, che non gioco e non so bene come funziona, ma penso che per vincere molto bisogna puntare su un nome non pronosticato anziché sul Contador del caso, gli ho detto Pozzovivo e König. I limiti di Pozzovivo li sapevamo, soprattutto la tendenza a cadere e una squadra un po’ debole perché la migliore correrà il Tour, mentre a cronometro a volte ha fatto delle buone prove, e quindi se gli fosse andato tutto bene…non gli è andato niente bene. E König perché mai? Perché pensavo che Porte sarebbe saltato e König avrebbe corso per la classifica, come Uran due anni fa dopo il ritiro di Wiggins. E che non avessi visto male lo dimostra il fatto che oggi non è stato fermato per attendere il capitano che aveva forato (e, ultimora, se viene confermata la penalizzazione di 2′ per il tasmaniano, c’è addirittura il sorpasso interno). Però questo giro non è stato disegnato in maniera che Porte potesse saltare, almeno non subito, visto che le montagne sono concentrate nell’ultima settimana. Ma chi è questo König? Di lui non si sa molto perché non è un personaggio, o non lo è ancora, e non è entrato nelle grazie della De Stefano. Ma quando di qualcuno o qualcosa si sa poco o nulla, come si fa? Nel giornalismo televisivo, in quello locale e su internet, non si approfondisce, che costa tempo, impegno e fatica, ma si ricicla, si approssima o si inventa di sana pianta. E quindi ecco un breve ritratto immaginario di Leopold König, il ciclista con un nome che non se ne può pensare un altro più mitteleuropeo. Di lui si sa poco, anche a inventarlo quel poco. E’ nato in Boemia e Moravia nel 1887, pardon, nel 1987, quindi in Cecoslovacchia, a differenza del vincitore di oggi, che si chiama Boem ma è veneto, e che ha dimostrato che la Zalf, la squadra in cui faceva gli straordinari da under 23, ai suoi ragazzi gliele lascia un po’ di energie per quando passano professionisti. In questa categoria il ceco è passato nel 2011 con la squadra tedesca NetApp, dimostrando attitudine per le corse a tappe, fino a piazzarsi settimo nella classifica generale del Tour dell’anno scorso. A quel punto il Team Sky, che investe molto sulle corse a tappe, l’ha ingaggiato. Di lui possiamo inventarci che, nel poco tempo libero che gli concede la sua attività, ama ascoltare musica classica e leggere buoni libri; tra i suoi scrittori preferiti Bohumil Hrabal e Stanislaw Jerzy Lec. Per nulla al mondo a Capodanno si perderebbe il concerto di Vienna, per battere le mani al tempo della Marcia di Radetzky. Però l’ingaggio nello spartano Team Sky ha comportate delle modifiche nelle sue abitudini. Via il ritratto di Francesco Giuseppe dal suo comodino, via anche il comodino, e soprattutto una diversa alimentazione: non più arrosto di capriolo innaffiato con tanta birra fabbricata in qualche cittadina dove il tempo si è fermato, ma Riso Scotto, che non è un’imitazione del riso quasi omonimo ad uso dei discount, ma un’imposizione di qualche dietologo sadico. E questo è tutto. Ora qualcuno potrebbe dubitare di questo ritratto, ma in verità non è meno credibile del risultato di una partita di calcio, potete scommetterci.

Konig

König quando correva tra gli juniores, qui ritratto con una giovane collega conosciuta al Ballo delle debuttanti.

 

intermezzo musicale

Lo stato delle riviste musicali in edicola è un po’ triste. Sembrano non avere una linea editoriale, ma soprattutto sembrano rivolte ai ragazzi, che oggi invece hanno altri canali per informarsi. Perché solo un ragazzo può avere la vista buona per leggere quelle recensioni scritte a caratteri minuscoli, e a volte pure bianchi su sfondo scuro. E solo un ragazzo che, per motivi anagrafici, non ha avuto il tempo e l’opportunità di ascoltare decenni e decenni di musica, può credere che escano mensilmente tanti capolavori e dischi fondamentali come dicono questi qui che scrivono sulle riviste musicali.

musicale

Quote Sud

A cercare di interpretare qualche sito in inglese, quando a marzo c’è stato il Giro della Campania Donne, la neozelandese Ruby Livingstone, terza all’arrivo, avrebbe detto che le strade erano una cosa da pazzi per le buche, i tombini, i segnali stradali e infine la pioggia. Eppure a sentire le traduzioni delle dichiarazioni ai microfoni italiani sembrava che l’avesse presa bene, come una “particolarità”, finendo così per ricordare un vecchio personaggio di Enrico Montesano, la romantica donna inglese che di fronte ai disservizi italiani esclamava sempre ”Molto pittoresco!” Comunque sia, rispetto a una corsa in linea, in un grande giro è meno facile venire al sud con questo misto di curiosità e di spirito di avventura, come se fosse la Tropicale Amissa Bongo, o quel Giro del Burkina Faso che già aveva perso popolarità da quando l’ardoisier al Tour aveva cambiato sesso e colore e il maestro burkinabé (si dice così, non è colpa mia) aveva lasciato il posto sul sellino ad una ragazza, e che poi è stato cancellato per il rischio di contagio dell’Ebola. Bisognerebbe cercare il libro che Pastonesi scrisse qualche anno fa sulle corse africane. Tornando alle strade del sud, potrebbe essere un problema di marketing, si potrebbero vendere le pavimentazioni dissestate e l’asfalto consumato e crepato come il pavé del nord Europa o lo sterrato senese, raccontare che si investono soldi nel fare lavori volutamente approssimativi per conservare questo stato delle strade e rendere le corse più avvincenti. Comunque il Giro vuole venire al Sud, anche se questo comporterà un lungo trasferimento, anche se l’anno scorso ci sono state polemiche sulla scivolosità delle strade meridionali, anche se – aggiungo io – al prologo casertano del Giro Donne dell’anno scorso c’è stata un’imbarazzante assenza di pubblico, nonostante l’orario comodo del venerdì sera, solo parzialmente compensato dall’afflusso alla partenza della 3^ tappa, sempre a Caserta. Ma di passione ce n’è ancora, anche se sono lontani gli anni d’oro di Commesso e Figueras. Si potrebbe parlare delle squadre, la continental Meridiana mezza salernitana e il Team Vejus.  Si potrebbe dire che è napoletana Alessandra De Stefano, che ha tanti difetti che la rendono facile oggetto di critiche e prese in giro, ma ha anche un grande feeling con i ciclisti, che serve e che non credo sia facile da instaurare, se pensiamo al primo Bulbarelli che Tchmil avrebbe voluto incenerire per aver ignorato la sua vittoria a Roubaix. Si potrebbe ricordare anche Gian Paolo Porreca, medico scrittore, autore di racconti un po’ ostici; ma come fare a non comprarsi un libro intitolato Ti raccomando Raas? Ma mi piace di più ricordare un anziano cicloamatore, alla partenza di quella 3^ tappa del Giro Donne, che per la sua età semmai sul ciclismo femminile avrebbe potuto pensarla come Binda, e invece era venuto da qualche paese dei dintorni per complimentarsi con la Bronzini (oggi vincente in capo al mondo in Coppa del Mondo) per la vittoria in volata del giorno prima che l’aveva molto impressionato. E comunque al Sud bisogna venire anche perché altrimenti sono critiche agli organizzatori, accusati semmai anche di leghismo e secessionismo e razzismo. Anche se ciò comporta problemi all’organizzazione, come ha ricordato oggi al Processo Carmine Castellano, sorrentino, accennando all’inaffidabilità degli amministratori locali. E poi i più forti ciclisti italiani del momento sono siciliani, sardi, lucani, e mi chiedo se questa sia una conseguenza della tradizione ciclistica italiana, o invece della famosa globalizzazione. La globalizzazione, per cui anche se stiamo ancora aspettando l’esplosione delle promesse eritree di qualche anno fa, intanto vediamo al giro corridori dai Balcani e dai Carpazi, rumeni, bulgari e albanesi; manca solo un buon ungherese da quando il solido Bodrogi preferì l’accento sulla “i” e si fece francese, chissà se per un qualche motivo banale o perché venire dal paese del porno può essere pesante come venire da quello della camorra. E poi oggi è facile scherzare sul panamense Carretero, ma qualche anno fa si faceva lo stesso col costaricano Amador , ribattezzato cicloAmador, e ora eccolo lì in classifica, dopo aver fatto bene in passato pure sul pavé; un giorno Carretero potrebbe tornare per stupirci, dategli solo una squadra sensata. E, fatto questo breve giro del mondo, torniamo al sud. Il Giro arriva a San Giorgio del Sannio, ridente cittadina del beneventano (almeno la gente all’arrivo rideva, poi non so), distante dall’epicentro di tutti i mali della Campania, quel centro dove si preferisce crogiolarsi nel folklore vecchio e nuovo, atteggiamento che ha la sua manifestazione più popolare in Made in Sud, uno dei programmi più profondamente volgari della tv italiana. Ma, alla fine di tutto, e alla fine anche di uno scenografico rettilineo d’arrivo che sembrava un mondiale o una classica, ha vinto uno del sud, il siciliano Tiralongo, che ha platealmente ringraziato la platea, il pubblico meridionale, e, quasi in risposta al mio post di ieri, è diventato il più anziano vincitore di tappa della storia del Giro d’Italia. Ora c’è il giorno di riposo, poi martedì il Giro ripartirà, con un grande interrogativo: non è che i ciclisti del Team Giant Alpecin usano lo shampoo Alpecin semplicemente perché glielo forniscono gratis?

SGiordiodS-Tiralongo

40 anni ciclista

Da Gerbi a Cerami a Zoetemelk ci sono sempre stati ciclisti che hanno corso anche dopo i 40 anni. Mi sembra che negli ultimi tempi ce ne siano sempre più, e per loro ci sono sempre complimenti e stima per la loro longevità e professionalità. Però mai come in questi ultimi mesi mi è sembrato che fosse il caso di abbatterne qualcuno, ma non per cattiveria. Non mi riferisco a nessuno in particolare, è una sensazione diffusa e confusa. A volte si può pensare che il ciclista anziano non smetta perché non sa inserirsi nella vita cosiddetta vera, come se poi la fatica, le cadute e le botte non fossero vere, quando in realtà sono solo i baci delle miss ad essere sempre più virtuali. E poi non gli si potrebbe neanche dar torto, dati i tempi che corrono, la difficoltà a trovare un lavoro, e non date retta a certe statistiche ottimiste, che nei miei studi universitari l’unica cosa che ho imparato è che ai numeri si può far dire quello che si vuole. Un po’ come il modulo 6-1-2 di Savio, che per qualcuno è un modo di motivare i suoi ciclisti, per altri un’abile strategia di marketing, per altri ancora la prova che l’Androni è all’ultimo stadio e ormai non riesce più a vincere, se non qualche volata minore con Chicchi cui piace vincere facile. Ma dicevo i quarantenni. Alcuni si giustificano nel ruolo di chiocce, insegnanti per i più giovani, e comunque se si piazzano ancora negli ordini di arrivo, come Petacchi, portano punti preziosi alle loro squadre. Ci sono poi quelli che hanno avuto la carriera spezzata da una squalifica e, quando tornano a correre, sembra che abbiano qualcosa da dimostrare. Qualche settimana fa scrivevo di come Rebellin sembrasse spesso un’anima in pena. E però c’è il rischio dei paragoni tra un prima brillante e un dopo opaco, e delle conseguenti illazioni. Ma chi sta sempre e solo a pensare al doping cortesemente si togliesse davanti e ci lasciasse vedere le corse. E poi non è detto che si debba per forza apprezzare solo il prima brillante. Per esempio dell’ “1” di Savio, cioè Pellizzotti, solo 37 anni e oggi di nuovo in fuga, io ricordo con più piacere non una tappa al Giro né la maglia a pois al Tour ma la vittoria al Campionato Italiano 2012, e c’è un perché. Pellizzotti ritornò dopo una discussa squalifica (le squalifiche sono spesso discusse, e non soltanto dai diretti interessati), e dopo un inizio arrugginito vinse una gara così importante, una vittoria che poi avrebbe ricordato per un anno a pubblico e addetti ai lavori grazie alla maglia tricolore, e avrebbe potuto sfogarsi, esultare smodatamente, in modo “allucinante”, o fare il gesto dell’ombrello, reazioni umanamente comprensibili, e invece festeggiò sobrio, alzò semplicemente le braccia con un’espressione pacata del volto, già un po’ quarantenne, e questa cosa mi piacque molto.

pellizzotti2012

Di cosa parliamo quando parliamo di ciclismo

Altro che sicurezza. Qui c’è il problema delle parole. Come le parole fraintese di Silvio Martinello che, constatata la propagazione dei deficienti, aveva detto che sarebbe opportuno proteggere tutto l’ultimo chilometro con le transenne alte, e queste parole sono state liberamente  interpretate come un’accusa agli organizzatori da parte di Mauro Vegni. Ironico, caustico, poco diplomatico, Martinello è il miglior commentatore di ciclismo dall’Unità d’Italia ai giorni nostri; speriamo che queste polemiche non gli creino problemi.  Poi ci sono le parole che perdono significato, gli aggettivi che diventano solo dei punti esclamativi; Ulissi vince e dice che è stata un’emozione allucinante. Meglio lasciarle stare le allucinazioni, che c’è chi dice che i ciclisti sono tutti drogati. Ma a volte si ha anche l’impressione che non ce la raccontino giusta. Ha iniziato qualche giorno fa Simon Clarke che ha tagliato il traguardo esultando in segno di vittoria e poi, quando Visconti gli ha fatto notare che era rimasto ancora qualcuno davanti, si è messo le mani in testa in segno di mezza disperazione. Poi, ai microfoni, ha detto che ha esultato per aver preso la maglia rosa. E oggi Richeze ha detto che la Lampre ha tirato la volata per Ulissi. Eppure l’impressione è stata che lui e Ferrari tirassero per Modolo, che poi è rimasto bloccato o si è piantato. Dall’altro lato della strada è spuntata un altro Lampre; in RAI per un attimo hanno creduto al miracolo della moltiplicazione di Modolo. Ma chi era? Nel ciclismo non è come nel calcio, non c’è la panchina, non può essere subentrato Bonifazio nel secondo tempo. Allora chi è, un aereo, un uccello, Superman? No, è Ulissi: ah già! Ma, tornando alle parole, ci sono anche le cose che non ci dicono, o non ci fanno capire. Ad esempio, vorremmo capire che differenza c’è tra la sostanza per cui è stato squalificato Ulissi della Lampre e quella che, al Delfinato, in diretta mondovisione, si inalò Froome, punta del Team Sky per cui lavora il figlio del presidente dell’UCI. E, allo stesso modo, che differenza c’è tra le irregolarità nel passaporto biologico di Kreuziger della Tinkoff, per le quali è stato sospeso, e quelle di Henao, non sospeso ma solo monitorato dalla sua squadra, il Team Sky con cui collabora il figlio del presidente dell’UCI. Beh, non è un buon momento per le parole, e allora è stato meglio che oggi se ne siano dette poche al Processo, durato pochissimo per la lunghezza della tappa, 264 km. E, a tal proposito, ho pensato che se avessero chiesto ai ciclisti, tra 50 km in più di tappa e 50 km in più di trasferimento, avrebbero scelto la seconda, soprattutto il sofferente Contador. E solo allora mi sono accorto che Ulissi ha vinto la tappa più lunga, quando tutti pensavano che il suo punto debole fosse la tenuta alla distanza. Ma allora è guarito? Cioè no, volevo dire che anche questo problema è superato. Sarà contento Cassani che punta molto su di lui, anche se in questo giro non so se a Ulissi restano ancora energie dopo tutte quelle spese per festeggiare, uno sfogo allucinante. E chissà che per questa Lampre più vincente un po’ del merito non sia di Bartoli. Ma dicevo le parole. Chissà come si dice “in bocca al lupo” in quella lingua oscura che è il fiammingo, o il neerlandese o quello che preferite. Lo augureremmo a Stig Broeckx. Nato ad Anversa nel 1990, ottiene qualche importante piazzamento tra gli Under 23 e nel 2014 passa professionista nella Lotto. Il suo miglior risultato è un decimo posto nella Dwars Door Drenthe dell’anno scorso, quella vinta da Simone Ponzi. E’ ancora giovane e ha tempo per fare, nella sua carriera ciclistica, qualcosa di più significativo che crollare addosso alla maglia rosa. Spieghiamoci, che è meglio: intendo lunghe fughe, vittorie, non crollare addosso alla maglia gialla, che dicono più importante della rosa, almeno a parole.

StigBroeckx

Stig Broeckx dopo la cura del pavé

 

si potrebbe dire

Si potrebbe partire da ieri e ricordare che già Stephen Roche, quando non esistevano le bici truccate, cambiava la bicicletta in corsa nelle cronometro, nelle quali ogni perdita di tempo e di ritmo è inopportuna. Ma si potrebbe dire, per dispetto, che, negli anni del velocista con i dubbi, lo sprinter più spettacolare era Robbie McEwen, ricordato anche al Processo alla tappa nel dibattito sui treni, uno che inventava e non era schizzinoso come il rivale, che faceva la volata solo se aveva il treno. Certo, qualche volta commetteva qualche scorrettezza, mentre il dubbioso rivale le faceva commettere ai compagni di squadra (ricordate la squalifica di Fagnini al Tour?) Però c’è l’attualità. E allora si potrebbe dire che, anche se la fuga di oggi non aveva speranze, in molti avranno tifato lo stesso per il gregarione Marangoni, cui il cantante-mangione Guido Foddis ha dedicato un inno. O si potrebbe scrivere che in questo Giro la sfortuna si accanisce sui soliti jellati, e meno male che Daniel Martin non partecipa. Oppure che i tanti sbagli della Tinkoff-Saxo, compreso quello di Contador caduto perché troppo a ridosso dei velocisti, forse non sarebbero stati commessi con Biarne Riis; ma già, il danese è scomodo, manco era l’unico a doparsi. E chissà che non si stiano mangiando le mani, i Tinkoff, per aver inseguito la fuga del loro Kreuziger. E infine si potrebbe dire che l’incauto fotografo che ha provocato la caduta di oggi difficilmente salirà sul podio degli spettatori più stupidi del 2015, che davanti a lui già ci sono il cicloamatore infiltratosi nel gruppo a Genova e, soprattutto, quello che al Drentse 8 ha girato il manubrio di Loren Rowney. E allora scriviamo invece che, quando qualche anno fa Rigoberto Uran si piazzava qui e là, e vinceva il Giro del Piemonte, mi sembrava il più solido dei nuovi colombiani. Poi qualcuno è esploso (Quintana) e qualche altro sembra essersi perso (Betancour), ma lui è diventato un personaggio. Oggi abbiamo scoperto che fa scherzi e cammina scalzo sui prati e abbraccia gli alberi (forse anche perché le miss di quest’anno sembrano troppo fredde e distaccate?). E infine scriviamo che abbiamo scoperto che Dario Cataldo si diletta a disegnare, per di più col metodo tradizionale (carta e matita). Potrebbe essere il suo lavoro a fine carriera ciclistica? In fondo non tutti devono per forza aprire un negozio di bici o salire in ammiraglia.

loren_rowney_falls_Drentse8

Drentse 8 2015

 

Mala tempora currunt

Su internet non c’è molto sulla pista, perlomeno in italiano, e allora per saperne qualcosa vado sul sito della Federazione. E oggi ci scopro che esiste il ciclismo artistico. Mah. Mi sembra più una cosa da conduttori di Paperissima. E a proposito, riallacciandomi all’ultimo post del blog di Schiantavenna (https://schiantavenna.wordpress.com/2015/05/12/quella-sbucciatura-un-po-troppo-estesa/), in quel programma ricordo di aver visto, frullato con altri video di cadute e disastri, giusto per farsi due risate, la storica caduta in volata di Jalabert e Nelissen, al Tour del 1994, in cui i due si fecero molto male. Pare che da allora Jalabert abbia smesso di fare volate di gruppo. E da quella puntata io ho smesso di seguire questi spettacoli. Più in generale è tutto questo mondo (e questo modo) dello spettacolo che non mi piace, ma c’è chi ci si trova bene, e va nei programmi televisivi a ballare o fare altro, come il vincitore del più insignificante mondiale di ciclismo che io ricordi (cioè partiamo da Monseré, 1970), che mi dispiace per i belgi che non furono capaci di allestire un circuito più impegnativo; ma con chi volevano vincere, con Tom Steels? E insomma oggi quel campione lì, quello che fece un po’ di scena (mi ritiro – no, ritorno) prima di partecipare al mondiale, chiacchierato anche per altri motivi, è andato al Processo alla tappa a mettere dubbi e insinuare, per la gioia della Gazzetta. Mi sembra la vecchia storia del pulpito e della predica. Intanto in corsa i giovani italiani continuano a far bene: Formolo  vince una tappa e Aru è secondo in classifica. Una motivazione in più per Formolo, per vincere ancora, anche in altre gare, ce l’ho: quando avrà messo insieme un po’ di vittorie non dovremo più sentire la storia che è arrivato secondo al Campionato Italiano dietro Nibali eccetera. Aru e Formolo sono ormai gli ultimi che da dilettanti hanno potuto correre il Giro d’Italia, quale che fosse la sua denominazione congiunturale. L’ultima era GiroBio, che faceva pensare a borracce riempite di succhi di frutta biologici, maltodestrine eque e solidali e alimenti solidi a base di farro, tutto in sacchetti biodegradabili, che l’appassionato non fa in tempo a raccoglierlo come souvenir e quello si è già degradato. Le corse a tappe per dilettanti ancora in vita vanno dai 3 ai 5 giorni di gara: Pesche Nettarine, Valle d’Aosta e Valli Cuneesi. Forse la cosa non a tutti interessa. La Zalf, la più forte squadra dilettantistica, forse preferisce fare l’en plein sul podio al prestigioso Giro dell’Isolato. E il buon Cassani, con la sua onnipresente nazionale, può far fare un po’ di esperienza solo a pochi ragazzi in gare che comunque non durano più di 4/5 giorni (Coppi e Bartali, Trentino). Stando così le cose in futuro potranno esserci ugualmente altri Aru e Formolo?

C.Horner