Giganti

E poi nel periodo del Giro d’Italia ho letto Storia naturale dei giganti. Non è un libro che parla di Vansummeren o Vandenbergh, gli spilungoni fiamminghi che fanno gigantesche tirate in testa al gruppo, giganteschi lavori per capitani che poi non sempre si dimostrano altrettanto grandi, no, questo è un libro sui giganti veri, quelli alti 4, 8 o anche 16 metri,  vissuti soprattutto ai tempi dei poemi cavallereschi, e poi scomparsi, estinti come tanti altri animali. E i poemi cavallereschi, anche quelli minori o sconosciuti, come se poi conoscessimo quelli maggiori, che l’imposizione scolastica di Ariosto di sicuro non gli giova, rifiutato come tutto quello che la scuola impone salvo poi riavvicinarsi a Dante grazie a qualche comico ruffiano, i poemi cavallereschi sono le fonti si cui si basa il lavoro dell’autore di questo trattato. Poi chissà se gli studiosi, mentre buttano giù le bozze del loro saggio, tra un paragrafo e un altro, o ai bordi delle pagine, mettono annotazioni personali come fosse una specie di diario; oggi forse scrivendo col pc non è possibile, ma quando uno scriveva con la penna poteva, e qui infatti l’autore si lascia andare a considerazioni sulla propria solitudine, o annotazioni sulle sue vicende personali. C’è una ragazzina che lo frequenta, che ha un ragazzo sempre impegnato nell’attività politica, ma ha anche altre storie che ingelosiscono l’autore, anche se lui finge di preoccuparsene per il fidanzato. C’è l’odiata zia che lo ospita in casa, e a un certo punto appare anche un professore che lo coinvolge in una associazione di amici degli extraterrestri. Il libro nella veste grafica mi ricorda proprio i testi universitari, di sociologia psicologia o di storia, che ho dovuto studiare ai tempi in cui c’erano a distrarmi da una parte Argentin, Hinault, Kelly e Saronni e dall’altra gli Smiths, gli Housemartins, i Pastels e i REM prima maniera, volumi che a volte erano pure piacevoli, con paragrafi che si susseguivano senza interruzioni, se uno finiva a un quarto di pagina, per dire, subito dopo iniziava il successivo, niente spazi bianchi per tirare il fiato. Questo libro, che (l’ho già detto?) si intitola Storia naturale dei giganti, ed è stato pubblicato da Guanda nel 2007, è una meravigliosa invenzione di Ermanno Cavazzoni, che a parlarne solo come di un divertissement secondo me lo si svaluta, ma poi non sono io a essere titolato a parlare di letteratura; qui anche l’indice dei nomi e la bibliografia sono una trovata piena di trovate, e in tutta l’opera il cambio di registro, come si dice, il passaggio dalla materia alta oggetto dello studio a quella bassa delle vicende personali dello studioso arreca un sublime divertimento. Cavazzoni ha un senso dell’umorismo che se i comici televisivi ce ne avessero solo un decimo già farebbero un passo da gigante in avanti.

Cavazzoni-sndg

e oggi

E oggi è la Festa della Repubblica, ma mi sembra quella della Liberazione, non per quel po’ di tempo libero ritrovato, che era stato assorbito dal Giro, ma perché, finite le Regionali, stanno iniziando a togliere dalle strade e dai muri tutte quelle facce di corno che facevano brutta mostra di sé.

Giro d’Italia 2015 – Premi Oscarito

In un attacco di presunzione la Zeriba illustrata ha deciso che doveva assegnare dei premi, così, anche per fare un riassunto del Giro d’Italia 2015. E che premi assegnare? Le maglie, quelle le assegna il Giro medesimo. Altre maglie vengono generosamente elargite dal blog Schiantavenna, una delle quali al blog scrivente, immeritata ma me la tengo. Gli Oscar li danno giù in California, almeno finché il temuto e atteso terremoto non si porterà con sé l’ormai inutile industria del cinema. Allora questi premi li chiamerò Oscarito, in omaggio anche a un grande ciclista, uno che usciva forte negli ultimi 50 metri, che se le corse duravano giusto 50 metri si risparmiava un sacco di fatica, che poi la fatica non gli era congeniale perché raccontano che non si allenava molto, uno così forte che l’hanno paragonato addirittura a un capo degli industriali, insomma, per capirci, così forte che non ha vinto una tappa al Giro manco per sbaglio.

E prima di assegnare questi premi, un ringraziamento. Io non avevo intenzione di scrivere tutti i giorni del Giro, ma le attestazioni di stima da parte di Schiantavenna mi hanno come responsabilizzato, mi sono sentito come Bandiera spinto dai tifosi sul Mortirolo. Grazie e basta chiacchiere, se no sembro Fabretti. Ecco quindi i Premi Oscarito.

oscarito

Costumi: Richie Porte, travestito da uomo per le gare a tappe.

Trucco: La bicicletta col motorino. Non ne hanno ancora trovata una: o la bici (di chi poi?) è molto ben truccata, o è truccata la notizia.

Effetti speciali: RAI, che è ricorsa a tutti gli ultimi ritrovati della scienza e della tecnica. Quando abbiamo potuto vedere uno scaracchio di Visconti al rallentatore ci siamo accorti di quanto siano stati incompleti l’informazione e lo spettacolo negli anni scorsi.

Al merito: Marco Coledan. Ha dovuto lavorare per la squadra, tirando le volate a Nizzolo, ma quando ha avuto via libera ha lottato per la maglia nera e la sua superiorità è stata così netta che il suo più pericoloso avversario, Kluge, nell’ultima tappa ha rinunciato preferendo fare la volata.

Al merito tecnico-scientifico: Alessandra De Stefano e Silvio Martinello. Si sono impegnati con grande passione per la promozione dell’uso e l’abuso del cioccolato, scontrandosi con la potente lobby dei nutrizionisti

Villain: Iader Fabbri. E’ lui il cattivo incontrastato: più che un dietologo è un vietologo; per lui la dieta ideale è il digiuno, ma se proprio qualcuno, per sue particolari patologie, ha bisogno di mangiare, che sia comunque qualcosa di insapore. Per chi fosse interessato, ha avviato una raccolta di firme per l’abrogazione del gelato.

Cortometraggio: Alexandre Geniez. Se la sua discesa spericolatissima, anziché nello splendore dell’HD, fosse stata in un incerto bianco e nero sarebbe stata degna delle comiche di un secolo fa. Superfluo ammonire: Don’t try this at home, giusto perché nessuno ha una discesa ripida con tornanti nel giardino di casa.

Lungometraggio: Marco Bandiera. E’ stato in fuga per 3.700 km, 218 più della lunghezza del Giro. Ciò è stato possibile grazie all’abiura da parte di Bandiera della geometria euclidea.

Western: Colle delle Finestre. Un western pacifista: il Pistolero incontra gli indiani, ma non ci sono né sparatorie né scontri, e l’Astana spara a salve

Commedia: A piedi nudi nel parco. Uno dei miei film preferiti, visto tante volte, è stato riproposto da Rigoberto Uran, che si diverte a camminare scalzo sull’erba e ad abbracciare gli alberi.

Film d’animazione: Non assegnato. C’era solo quello con la presentazione della tappa, sempre uguale, con quel personaggio ribattezzato Formolino. Sempre lui in testa, sempre lui che vince, gli altri hanno tutti la faccia uguale alla sua, tranne uno che ha dei baffetti che sembra Freuler. Pure il sindaco con la fascia è sempre lo stesso, alla partenza e all’arrivo, manco fosse De Luca (il pentasindaco, non il telecronista). No, non gli possiamo dare un premio, non insistete.

Commentatore straniero: Massimiliano Lelli. Per non sfigurare nei confronti della poliglotta Alessandra De Stefano, ha iniziato a studiare le lingue. Per ora ha iniziato con l’italiano.

Montaggio: Richie Porte. Monta sulla bicicletta di Kiryienka senza bisogno di una scala.

Attrice: Elisa Longo Borghini. Al Processo alla tappa sono stati ospiti diversi sportivi che praticano altre discipline, alcune delle quali gli ascolti del ciclismo se li sognano. Ma non è stata invitata nessuna ciclista, manco una piccola che occupasse poco spazio. All’arrivo di una tappa c’era, col suo Viviani, Elena Cecchini, ma nessuno se n’è accorto: forse non la riconoscono, e quando fanno le telecronache la distinguono per la maglia tricolore? In ogni località toccata dal Giro si ricordavano i campioni del luogo, ma, arrivati a Verbania, nessun accenno a ELB, che comunque non poteva essere presente perché impegnata in Olanda. Ma tra poche settimane ci sarà il Giro Donne.

Aiuto regia, anzi “aiuto, regia!”: RAI. Fateci capire i distacchi con le immagini, che quelli indicati in sovraimpressione fanno impressione, danno l’impressione di essere sballati!

Canzone: Dino Zandegù, El Contador, un meta-flamenco con testo surreal-futurista. Ma dopo tante interpretazioni a cappella, vorremmo ascoltarlo con l’accompagnamento di una grande orchestra, come quelle che c’erano negli anni 60.

Coreografia: Alberto Contador. Anche se in salita non ha mai stracciato gli avversari e più di una volta è stato staccato, il suo balletto in bicicletta è unico, mica come il moonwalk di Michael Jackson che tutti lo imitano.

Fotografia: Non assegnato. E’ meglio non urtare la suscettibilità dei fotografi, che hanno la querela facile (cfr. Daniele Colli, cornuto, mazziato e querelato, forse, o forse no, chissà, perché quando subentrano gli avvocati il già labile confine tra vero e falso si dissolve completamente).

Sceneggiatura originale: Rigoberto Uran. Le sue dichiarazioni sono il contrario delle risposte spesso banali e diplomatiche dei colleghi, al limite del buonismo.

Sceneggiatura non originale: I colleghi di Rigoberto Uran. Le risposte spesso banali e diplomatiche dei ciclisti, al limite del buonismo, sono il contrario di quelle di Rigoberto Uran.

Adattamento. Lampre. E’ una delle squadre meno ricche del World Tour, è venuta al Giro senza un uomo per la classifica, essendo passato il momento migliore anche di Niemec, senza il velocista migliore del Lotto, ché Modolo mai aveva vinto una tappa, e con Ulissi non in forma. Si è adattata a quello che aveva e ha portato a casa 4 tappe.

Scenografia: Il Podio. Negli anni abbiamo visto sul podio Enrico Zaina, Unai Osa, Pietro Caucchioli, Serhij Hončar e altri che abbiamo pure dimenticato. Con Aru e Landa è un’altra cosa, la vittoria di Contador risalta meglio.

Dialoghi: Silvio Martinello. E’ il miglior commentatore di ciclismo anche per il suo senso dell’umorismo. Quando hanno ricordato la sua inattitudine (leggi bene: inattitudine, non inettitudine) alle fughe da lontano, ha risposto che quando partivano le fughe lui era ancora nella fase REM. Potrebbe lavorare per il cinema, se in Italia si facesse ancora qualcosa che assomiglia ai film. Andrebbe bene anche una sit-com, tipo Casa Martinello, sempre in coppia con Pancani.

Didascalie: RAI, per le sovrimpressioni con i distacchi tra i vari gruppi, rilevati con grande fantasia.

Giovanile: Davide Formolo. Vi ricordate l’anno scorso i dubbi sulla vera età di Quintana che, come direbbe Achille Campanile, poteva avere tanto 18 quanto 68 anni? Sto Davide Formolo sarà davvero maggiorenne?

Alla carriera: Maxime Monfort. Più di Zubeldia, che giovane e inesperto sfiorò il podio al Tour, il belga è l’esempio del ciclista che non va in fuga, non scatta, non va sul podio neanche in una tappa, non vince un traguardo volante né un GPM, non si nota, e riesce sempre a terminare un grande giro nelle posizioni a ridosso delle posizioni a ridosso del podio. Questo giro è stato il trionfo del monfortismo: ha convertito il compagno di squadra Van den Broek, ha trovato nuovi adepti in Caruso, König, Geniez, Atapuma, forse anche Amador, e accoglie senza rancori il figliol prodigo Trofimov.

Attore non protagonista: Tom Boonen. Non fa una volata, non prova una fuga; poverino, è reduce da un infortunio, non è in forma, si ritira; va al Giro del Belgio e vince. Gli piace correre  sulle pietre: tirategliele.

Gran Premio Speciale della Zeriba: Iljo Keisse. Ha vinto l’ultima tappa e pratica l’antica arte delle 6 giorni. I seigiornisti forse un giorno li ritroveremo nei presepi viventi, insieme al battilana, all’impagliatore e a tutti gli altri vecchi mestieri.

Regista: Beppe Martinelli. Un maestro del thrilling, già autore del Giro 2004 di Cunego e Simoni. E’ riuscito sempre a spiazzare il pubblico, con continui colpi di scena su chi era la punta, chi gregario e quali gli obiettivi della squadra. Ancora adesso non ci abbiamo capito molto.

Attore: Alberto Contador. Ha fatto tutto lui. Ha attaccato, ha inseguito, si è difeso, si è gestito, ha gestito gli avversari, ha forato, è caduto, è guarito, è andato in crisi, si è ripreso, ha raccontato in giro che aveva una squadra. Se si intervistasse e poi si traducesse sarebbe il massimo.

Film: I soliti ignoti. I soliti idioti sarebbe stato lo stesso. Ciclisti a scatto fisso che si intrufolano nel gruppo; fotografi sporgenti che hanno un nome dopo la denuncia contro ignoti ma non una voce; esibizionisti che corrono a fianco, dietro, davanti e forse anche addosso ai ciclisti; selfiesti selvaggi; spargitori di chiodi. Il ciclismo è lo sport più vulnerabile e il problema del Giro d’Italia è che passa in mezzo agli italiani. Che poi queste cose succedano anche al Tour non ci deve confortare.