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Si può dire che un campione del mondo è più campione del mondo di un altro? Michal Kwiatkowski, ad esempio, mi sembra corridore più valido, e più orgoglioso per la sua maglia iridata, rispetto al suo predecessore Rui Costa, del quale ieri Saronni ha detto che è meglio lasci stare i grandi giri. E mi sembra che anche alcune campionesse del mondo lo sono più di altre. Ma in queste caso perché sono più visibili. Stamattina sulla prima pagina di un quotidiano nazionale c’era la foto di un’atleta medagliata: era una schermitrice. Non mi sembra di ricordare che sia mai successo con le cicliste che, Salvoldi o non Salvoldi, vincono medaglie a quintali. Ma ha senso fare una graduatoria degli sport in ordine di importanza? E se si, cosa potrebbe fare la differenza? Il numero di praticanti o, per usare un termine caro a Sgarbozza, il bacino di utenza? E quante saranno nel mondo le praticanti di uno sport aristocratico come la scherma? O di sport che richiedono determinate caratteristiche geografiche e climatiche come lo sci o il pattinaggio su ghiaccio? E quante ancora di nuoto e tuffi? Non saprei, ma di sicuro al Giro Donne abbiamo visto la prima partecipante etiope e poi una giapponese vincitrice di una tappa. Il ciclismo femminile è praticato ddovunque: in tutta Europa, in Asia, in tutte le Americhe, in Oceania non c’è neanche bisogno di dirlo, e ora anche in Africa. Però pensando che quella tale atleta è famosa per le sue love stories, quell’altra per una scenetta in tv con l’ex Primo Ministro, e quell’altra ancora fa la giornalista, mi viene da credere che in Italia l’importanza di uno sport, e conseguentemente la probabilità di finire in prima pagina, la fa il potenziale di gossip, che se c’avesse un’unità di misura meglio non pensare come si chiamerebbe.

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