Hanno deciso così

Hanno deciso che negli anni novanta e in una parte degli anni zero, cioè quegli anni che forniscono il maggior numero di direttori sportivi, commissari tecnici e commentatori televisivi, i ciclisti si dopavano, tutti o quasi e pesantemente. E hanno deciso che prima invece no. E qualche racconto o testimonianza viene archiviato come aneddoto folkloristico. Non ci si dopava ai tempi di Coppi, né a quelli di Merckx, di Moser, di Hinault, niente. E hanno deciso che il ciclismo non deve fare progressi. Cioè, ci possono essere miglioramenti nell’allenamento, nell’alimentazione, nelle biciclette e in qualsiasi altro campo sia possibile, ma non per ottenerne un miglioramento delle prestazioni. Infatti se qualcuno soltanto si avvicina ai tempi e alle prestazioni del periodo del doping, vuol dire che anche lui è dopato: è matematico. Quindi i progressi servono a ottenere un peggioramento delle prestazioni, e più piano va il campione più siamo sicuri che sia un autentico campione. Insomma nel ciclismo non è come negli altri sport, tipo l’atletica. Prendiamo le gare di velocità: sono state cancellate generazioni di primatisti e campioni del mondo, poi sono arrivati decine di nuovi velocisti che hanno corso più veloce di quelli ed è tutto normale, non c’è niente di cui sospettare, anche se qualcuno è stato trovato positivo. Però anche adesso c’è qualcosa che non quadra. Non si capisce come facciano alcuni corridori, come Froome, ad avere più picchi di forma, cioè ad andare forte, in un anno, quando si è deciso che è normale andare forte una sola volta all’anno (cioè come faceva Armstrong, che però non è mai esistito). Eppure quando non c’era il doping era normale andare forte al Giro della Campania, alla Sanremo, alla Roubaix, alla Freccia Vallone, poi al Giro d’Italia, alla Tre Valli Varesine, al Mondiale e al Lombardia, e chi non andava al Tour faceva comunque una scappata al Midi Libre. Quindi cerchiamo di metterci d’accordo su questo punto. E mentre si decidevano queste cose, Sagan si è piazzato per l’ennesima volta; trova sempre qualcuno (oggi Ruben Plaza) che lo precede, ma almeno in bicicletta è unico, o forse, a pensarci, secondo solo a Marianne Vos. E Nibali ha attaccato nella pericolosa discesa dal Col de Manse, dove nel 2003 Beloki cadde fratturandosi e Armstrong niente, perché al Tour non c’è mai stato un ciclista di nome Armstrong.

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pensandoci bene

Dicono la Sky. Ma almeno la Sky, quando uno dei loro non va bene, tipo Froome l’anno scorso o Porte  al Giro d’Italia, non si mettono a fare le sceneggiate come quelli dell’Astana.

Un meccanico della Tinkoff ha tirato una borraccia a una moto della tv che avrebbe ostacolato il cambio di bici di Sagan. Non ho capito perché poi hanno squalificato il direttore sportivo e non il meccanico. Questo meccanico pare che già al Giro del 2011 aveva dato una sportellata a un tifoso troppo vicino a Contador. Beh, non pensate che ci sia un gran bisogno di queste, come si dice, professionalità? Con tutti quelli che si piazzano al centro della strada e si spostano un secondo dopo ma non uno prima, eh? 

Se un ciclista vuole un po’ di gloria televisiva, invece di vincere una gara professionistica, tipo ad esempio il Matteotti, si faccia intitolare una Gran Fondo.

quel giorno era oggi

Poi viene un giorno, e quel giorno era oggi, che in testa alla corsa restano due sempre piazzati, e uno dei due dovrà soccombere, non è il fatale destino, è la matematica. E a soccombere è Greg Van Avermaet che vince, mentre Peter Sagan la scampa anche oggi, arrivando ancora una volta secondo. Solo questo arrivo ha movimentato una tappa noiosa, tranne che per i sadici morbosi che hanno potuto esaminare, grazie alla tv francese, ogni centimetro di pelle (mancante) di J.C. Peraud rotolato sull’asfalto. C’è stato un solo altro momento in cui ci aspettavamo un po’ di spettacolo, quando i cronisti hanno detto che Alexandre Geniez stava per passare vicino casa sua. Allora, memori della sua discesa al Giro d’Italia, attendevamo di vederlo entrare in casa sua dalla porta e uscire dalla finestra, con una tazza di caffé in mano, senza mai scendere dalla bici, e invece niente.

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Introducing … LA ZERIBA SUONATA

Prima di internet leggevi le riviste musicali e ti facevi, nella migliore delle ipotesi, un’idea di qualche disco. Ma c’era anche il recensore che scriveva di cose e impressioni sue, utilizzava la recensione per fare il poeta/scrittore; ce n’era uno in particolare su Rockerilla famoso per questo, ma lasciamo stare perché qualche anno fa è morto, e forse l’unica volta che ho capito cosa voleva dire fu quando a StereoRAI, in collegamento dall’Inghilterra, annunciò lo scioglimento degli Smiths. Però oggi internet c’è,  e se le riviste musicali sono illeggibili, per qualità della grafica e anche dei giornalisti, la musica si può ascoltare facilmente almeno per farsi un’idea di cosa si tratta. E allora con questo blog, dove ogni tanto si parla di musica, ho pensato di creare uno spazio episodico per postare dei video musicali, così se qualcuno vuole un veloce riscontro di quello che scrivo clicca subito, altrimenti poi se ne scorda, e ciò per proporvi delle miniplaylist tematiche, per ritornare ad argomenti già trattati, e per qualsiasi altro motivo mi venga in mente. Ah, la rubrica si chiamerà LA ZERIBA SUONATA.

E allora questa prima puntata la dedichiamo al Tour, proponendo il brano Tour de France dei Kraftwerk nella versione dei Dhiva con ospite Jesper Skibby, di cui ho già parlato.

Qualche anno fa al Tour chiesero ai ciclisti che musica ascoltavano, e  André Greipel disse che conosceva tutte le hit del momento. Ma meglio la pratica che questa teoria sempliciotta, ed ecco che il rapper Muax lo invita a duettare col nome Da Gorilla (ovvero il suo soprannome), e credo proprio che il ciclistone non si sia fatto pregare. Il brano si intitola Ready To Fight e il Gorilla parte che sembra Sdrumo, il personaggio del rapper imbranato di Alessandro Betti,  e finisce meglio di tutti quei rapper che abitano nei quartieri malfamati di Napoli, dove a tutti i soliti problemi si aggiunge pure il rap.

La lingua francese è una lingua musicale? Ecco che allora gli italiani Têtes de Bois (=teste di legno), appassionati di ciclismo, ci propongono Le Bal Des Cols, il cui testo, scritto da Gianni Mura, è la semplice elencazione delle salite famose del Tour. Precisiamo che quando il brano fu scritto il Tour non era ancora arrivato a La Planche Des Belle Filles.

E arrivederci alla prossima puntata.

bacini

Si può dire che un campione del mondo è più campione del mondo di un altro? Michal Kwiatkowski, ad esempio, mi sembra corridore più valido, e più orgoglioso per la sua maglia iridata, rispetto al suo predecessore Rui Costa, del quale ieri Saronni ha detto che è meglio lasci stare i grandi giri. E mi sembra che anche alcune campionesse del mondo lo sono più di altre. Ma in queste caso perché sono più visibili. Stamattina sulla prima pagina di un quotidiano nazionale c’era la foto di un’atleta medagliata: era una schermitrice. Non mi sembra di ricordare che sia mai successo con le cicliste che, Salvoldi o non Salvoldi, vincono medaglie a quintali. Ma ha senso fare una graduatoria degli sport in ordine di importanza? E se si, cosa potrebbe fare la differenza? Il numero di praticanti o, per usare un termine caro a Sgarbozza, il bacino di utenza? E quante saranno nel mondo le praticanti di uno sport aristocratico come la scherma? O di sport che richiedono determinate caratteristiche geografiche e climatiche come lo sci o il pattinaggio su ghiaccio? E quante ancora di nuoto e tuffi? Non saprei, ma di sicuro al Giro Donne abbiamo visto la prima partecipante etiope e poi una giapponese vincitrice di una tappa. Il ciclismo femminile è praticato ddovunque: in tutta Europa, in Asia, in tutte le Americhe, in Oceania non c’è neanche bisogno di dirlo, e ora anche in Africa. Però pensando che quella tale atleta è famosa per le sue love stories, quell’altra per una scenetta in tv con l’ex Primo Ministro, e quell’altra ancora fa la giornalista, mi viene da credere che in Italia l’importanza di uno sport, e conseguentemente la probabilità di finire in prima pagina, la fa il potenziale di gossip, che se c’avesse un’unità di misura meglio non pensare come si chiamerebbe.

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Porca vacca!

Altro che Cronache gialle, si imparano più cose seguendo la corsa. Oggi tappa pirenaica con Aspin e Tourmalet: grande ciclismo? No. Majka se ne va da solo a vincere la tappa, quasi indisturbato. L’Astana sul Tourmalet seleziona il gruppo e fa fuori Fuglsang, il suo nuovo capitano, almeno a dar credito all’incredibile Vinokourov. Tutti si aspettano che Valverde e Nibali attacchino in discesa. Attacano? No. E allora spazio a psicologia, filosofia, etologia e linguistica. Ci accorgiamo di quanto sia strana e insondabile la psiche dell’uomo. Uno che vince tutto e al quale va tutto bene è sempre disponibile e affabile; ma quando poi perde e gli va tutto male non parla più con nessuno: che strano. Poi veniamo a sapere che il ct Cassani si chiede spesso che cosa pensano le mucche. E Martinello ci rivela che a lui le mucche stanno simpatiche. Infine scopriamo che al Tour l’espressione “Porca vacca!” non sempre è una generica esclamazione di disappunto.

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crisi di identità

Richie Porte oggi è riuscito ad arrivare davanti a Quintana, e preceduto dal solo Froollatore, nella prima tappa pirenaica del Tour, e all’arrivo ha detto di non essere quello del Giro d’Italia. Nibali poi ha detto di non essere neanche il fratello di quello che ha vinto il Tour l’anno scorso. Infatti quello, lo sappiamo, è Antonio, che corre con la Nippo Fantini, e c’è da apprezzare che Nibali senior, dall’alto delle sue vittorie, non abbia imposto alla sua squadra l’ingaggio del fratellino, come invece fece Iglinskiy Maksim. Però, allora, chi sono questi qua che stanno correndo il Tour de France? Boh. Comunque oggi ci sono una buona e una cattiva notizia, come nelle barzellette. La buona è che il prossimo inverno Nibali avrà meno serate cui presenziare e più tempo per sé e per allenarsi. E se facesse un ciclocross o due con Aru e Trentin? La cattiva è che questo Nibali non in condizione ha dominato il recente campionato nazionale, se tante volte non bastasse il secondo posto di Reda a dimostrare lo stato in cui si trova il ciclismo italiano.

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bici da muro

Nel suo blog Paolo Nori ieri ha scritto questa cosa:

Dopo, ieri, a Rimini, in una piadinoteca, ho visto una bicicletta appesa al muro, dipinta di rosso, e ho pensato che sempre più spesso vedo delle biciclette appese al muro e che secondo me Duchamp, se fosse ancora vivo, l’orinatoio lo riporterebbe in bagno, forse.

E io è da un po’ che penso che, con la storia del ready-made, Duchamp mi sa che ha provocato un po’ di danni nell’arte che è venuta dopo. Ho questa impressione.

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intermezzo musicale – Musica per vecchi rockettari

Ho cercato su google, su discogs e lastfm, che sono siti dedicati ai musicisti e ai loro dischi, e ho visto che non c’è o non c’è stato, o meglio non ci sarebbe stato, un gruppo eventualmente chiamato The Millars. Ma perché cercare un gruppo mai esistito? Perché se agli inizi degli anni 90 in Scozia si forma un gruppo musicale, e questi qua sono appassionati di ciclismo, o lo sarebbero però credo di sì, visto il nome poi scelto e il titolo di un disco (Peloton) e un video (American Trilogy) girato in un velodromo, e all’epoca correva ancora lo scozzese Robert Millar, primo britannico ad arrivare sul podio in un grande giro, non capisco perché poi abbiano scelto di chiamarsi Delgados in omaggio allo spagnolo Pedro Delgado, vincitore del Tour 1988 pur se positivo a una sostanza inserita tra quelle proibite dal CIO ma non dall’UCI. Per pubblicare il loro primo singolo i Delgados, invece di bussare alle varie etichette, ne creano una loro e la chiamano Chemikal Underground. La cosa curiosa è che, per difficoltà economiche, proprio i Delgados non possono pubblicare tutti i dischi con la loro etichetta, con la quale però esce il loro ultimo album, Universal Audio, quello musicalmente più semplice. Dopo quel disco si sciolgono e danno vita a carriere soliste, gruppi vari e progetti eventuali, e continuano a gestire l’etichetta. Con la C.U. pubblicano, tra gli altri, gruppi scozzesi come gli Arab Strap e i suoi due componenti, Malcolm Middleton e Aidan Moffat, da soli dopo lo scioglimento, i Mogwai, i Bis, e anche gruppi americani come Interpol e Radar Bros. I Delgados facevano un pop ora orchestrale ora più folk, diverso dal brit pop che andava in quegli anni e meno immediato e ruffiano, e piacevano molto a John Peel che li ha più volte ospitati per le sue session. Certo un nome del genere, Chemikal Underground, per un’etichetta che nasce negli anni 90, farebbe pensare alla musica chimica che andava in quel periodo: elettrodrumanbasstriphopacidjazz e via campionando e sintetizzando, ma in realtà la musica prodotta è principalmente rock maturo, folk stropicciato, ironico, disilluso, roba spesso da ubriachi, fatto da personaggi di una certa età, che per di più a volte giocano a invecchiarsi, basti vedere la copertina di Everything’s Getting Older primo cd del tandem Bill Wells e Aidan Moffat. Insomma, mentre gli altri musicisti li seguo diciamo singolarmente, qui seguo l’etichetta, non è che mi interessa tutto, però in genere produce bei dischi. E tutto è cominciato da quel nome che mi ricordava un ciclista che non era nemmeno uno dei miei preferiti; però se un gruppo scozzese si fosse chiamato tipo The Visentinis o The Giovannettis, chi se li comprava? Per non parlare poi di The Giupponis, troppo sfigato.

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dal video “American Trilogy”