fate voi

Qualcuno per cavarsela dice che il ciclismo è uno sport di squadra dove vince uno solo. Bah. Ma proprio perché corrono i singoli, e in genere per quelli si tifa, non ho mai gradito la cronosquadre nei grandi giri. Eppure, ed è lo stesso motivo per cui ai mondiali seguo con piacere la cronometro a squadre di club, quella è un’occasione per i gregari, per quelli che faticano, di avere una soddisfazione personale. E, dato che i ciclisti della Sky, chi più chi meno, soddisfazioni personali se le sono prese, meglio che a vincere sia stata la BMC, e chissà che non sia stata pure l’unica occasione quest’anno di vedere qualche italiano sul podio, con Caruso, Oss e Quinziato. Però, se un capitano in un grande giro può essere danneggiato dal fatto di non avere una grande squadra, in questa prova può succedere anche il contrario, che una vittoria sfumi perché il leader rompe la squadra. E’ successo oggi con Froome che stava staccando Roche. Ma successe anche alla BMC, nel 2012, alla prima edizione del campionato mondiale, quando un inesperto Van Garderen sul Cauberg sembrava volesse staccare i compagni, e ci volle il buon Gilbert, che una settimana dopo avrebbe vinto il mondiale che gli spettava, per andare a prendere virtualmente per le orecchie il giovane americano, ma la gara fu comunque persa per pochi secondi. Ma se volete leggere il parere di chi ne capisce non state a perdere tempo con questo blog, fatto da un semplice (tele)spettatore che, per dire, ormai pensava che non avrebbe più visto Moreno Moser vincere una corsa, come invece è successo oggi al Giro dell’Austria. E poi è anche una questione di gusti. Molti ormai hanno assimilato il fatto che il Nibali kazako corra una sola corsa all’anno, più il prologo del campionato italiano, e che nelle altre gare faccia comparsate o scatti di rappresentanza, cioè il contrario di quello che era Nibali fino a due/tre anni fa. Io invece preferisco quelli che corrono un po’ di più, e allora tra la Abbott, che da anni si vede solo al Giro e in qualche corsetta americana, e la Van der Breggen che corre e vince dall’inverno, meglio che questo Giro Donne l’abbia vinto l’olandese, e l’americana si consoli con l’ultima tappa. Elisa Longo Borghini, invece, ha raccontato di aver avuto dei problemi di salute, ma già l’anno scorso ci si è accorti che lei non ha proprio il fisico della scalatrice, e però con questo fisico ha vinto il Giro delle Fiandre, dal 1989 la mia corsa preferita, quindi…fate voi.

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I francesi hanno disegnato questo Tour con pochi km a cronometro per favorire i loro giovani scalatori Pinot e Bardet e anche il vecchio Peraud, ma finora questi hanno deluso e solo una fuga bidone potrebbe riportarli in classifica. I due galletti dello sprint Bouhanni e Demare sono finalmente in squadre diverse ma, anche se sono ancora giovani e hanno tempo, sembra si stiano ridimensionando, e chissà che alla distanza non li superi Coquard che, se fossero ancora i tempi delle 6 giorni, duellerebbe alla grande con Viviani. Gallopin finora non si è inventato niente, Riblon nemmeno e Kadri non è stato neanche convocato. La combattiva vecchia guardia, di cui sono rimasti solo Chavanel, Fedrigo e Voeckler, sta smobilitando. A sorpresa il primo a vincere una tappa è stato l’ex biker Vuillermoz, e mi chiedo come l’abbiano commentato finora i francesi il loro Tour, se con realistica delusione o negando l’evidenza, come fanno gli italiani con Nibali e la sconclusionata squadra kazaka. Dispiace per Aru che sembra quello destinato a restare più anni in celeste, mentre Nibali potrebbe andare in fuga dai kazaki già a fine anno. Intelligente Landa Meana a dire basta con le squadre dell’Est, in genere guidate da personaggi ingombranti (senza tirare in ballo il solito Tinkov, andate a leggere cosa è successo al campionato bielorusso). Tornando ai francesi, per loro non va bene neanche in campo femminile, dato che, dopo il secondo posto al Giro  dell’anno scorso, si pensava che quest’anno la Ferrand Prevot sarebbe venuta per vincere nettamente, e invece non è in gran forma, oltre ad aver già dimostrato di non avere la statura della sua più famosa compagna di squadra. Le ragazze della Rabo-Liv per otto tappe è come se avessero corso in equilibrio su un filo, attente a vincere le tappe, a curare la classifica, ma non sprecare tantissimo, forse anche ognuna in cuor suo pronta a cogliere l’occasione di balzare in testa e diventare capitana unica. Da quel filo sono cadute prima la Brand, poi la francesina. Oggi invece con la cronometro ognuna ha corso per sé e la Van der Breggen si è scatenata, ha preso la maglia rosa e domani anche la Niewadoma dovrà correre per lei. La Guarnier, comunque vada a finire, è stata una mezza sorpresa. Ma in campo femminile è più facile sorprendere e più difficile vincere, forse anche perché il calendario, oltre a presentare un solo grande giro, è molto ridotto rispetto a quello maschile, stratificato tra le varie classificazioni. Ed ecco che, per fare dei nomi a caso, Marta Tagliaferro ha molte meno occasioni di vincere rispetto ad Andrea Pasqualon, per dire.

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Perché Pippo sembra uno sballato

Avvertenza: il titolo è una citazione, capace che i più giovani o quelli che non leggevano fumetti negli anni 80 non lo sanno, e poi, come si dice in questi casi, ogni riferimento a persone, fatti (anche tra virgolette), ciclisti, casi di positività e giochi europei è puramente casuale.

Pippo

Chi è il primo?

L’unica cosa sicura è che Mayuko Hagiwara è la prima giapponese a vincere una tappa al Giro Donne, come è sicuro che se in gruppo ci fosse stata la Vos le sue compagne di squadra non avrebbero tergiversato e sarebbero andate a riprendere chiunque. Poi se il primo africano a vincere una tappa al Tour de France è stato Hunter e il primo a prendere la maglia gialla Impey, entrambi sudafricani, mi sa che il primo a prendere la vistosa maglia a pois è il tanto atteso eritreo Teklehaymanot. Per dire queste cose con certezza bisognerebbe sfogliare albi d’oro, altrimenti è come in anticamera dal medico, chiedi chi è l’ultimo e non lo si capisce mai bene, anche perché in ambulatorio non c’è la maglia nera. E il primo slovacco a vincere una tappa al Tour non è stato Sagan ma Svorada. Il primo ceco invece, non è stato Stybar oggi, ma Svorada, sempre lui, aveva cambiato nazionalità. Peccato per Stybar che abbia vinto quando le attenzioni erano tutte per le caduta di Martin che ha toccato Coquard e ha abbattuto Van Garderen che ha buttato giù Nibali che se l’è presa con Froome mentre addosso gli finivano Barguil e Quintana, più o meno.

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La caduta nella sesta tappa del Tour

Una cosa che mi piacerebbe vedere

Forse l’ho già detto, ma una cosa che mi piacerebbe vedere è una finale di Champions League, si gioca al Nou Camp di Barcellona, finale Barcellona contro una squadra italiana, tipo quelli lì che c’hanno lo stile, dicono loro, o Milan, Inter, Roma, fate voi; se siete appassionati di fantascienza immaginate pure la squadra della città di Alessandra De Stefano. I tempo regolamentari finiscono in parità; si va ai supplementari. Niente, ancora parità e si va ai rigori. 5 rigori non sono sufficienti; si va avanti a oltranza. Alla fine uno sbaglia. È finita. Volete sentire i commenti a caldo, le interviste, volete vedere i vincitori in trionfo, le premiazioni? Un momento, calma, siamo a Barcellona: prima un bel servizio sull’architettura di Gaudì, o sul folklore delle ramblas. Una cosa tipo Cronache blaugrana.

blaugrana

opinioni partigiane

L’Italia mi sembra che più di altri sia un paese partigiano, ma questo non ha a che fare con i partigiani nel senso stretto del termine, con la storia della resistenza, rivista e revisionata a seconda delle esigenze odierne, una storia che rimarrà una fredda faccenda di studiosi quando sarà morto anche l’ultimo di quelli che invece ce ne potevano raccontare il loro pezzetto a voce, dando nomi, cognomi e concretezza agli eventi. No, io mi riferivo a questa tendenza a parteggiare sempre, su qualsiasi cosa, a voler avere un’opinione su tutto, anche se poi si tratta di avere l’opinione di qualcun altro. E infatti qui prosperano quelli che fanno lo strano mestiere dell’opinionista, che non richiede né preparazione né titoli. Ma perché voler avere un’opinione su tutto? Pensate invece che bello non sentirsi in dovere di prendere le parti di Niki Lauda o della Ferrari. L’unica cosa che ne penso è che non capisco come mai questi non stanno un po’ più rilassati con tutto quello che guadagnano. O forse uno si dovrebbe offendere perché gli italiani sono sempre associati in negativo agli spaghetti? Ma qui è meglio soprassedere, dato che si è allestito questo pubblicizzatissimo Expò proprio sull’alimentazione, dove promuovere, come si dice, le famose cosiddette eccellenze italiane, e così su questo luogo comune l’Italia si è data la zuppa sui piedi. Ma mi viene da pensare che in certi sport  forse ci si sente più autorizzati ad essere nervosi e ad avere pretese. Ieri al Tour, in una tappa “nervosa”, i tedeschi Greipel e Degenkolb hanno rischiato di scontrarsi per un traguardo volante, e il pacifico Gorilla (che oggi ha rivinto, dimostrandosi il più in forma tra i velocisti) si è girato a cercare il connazionale per protestare, ma è successo che quelli che si sono impegnati nella volata parziale hanno staccato il gruppo tenutosi prudentemente a distanza, e il solito Sagan ha fatto scherzosamente segno agli altri di “girare”, come si fa tra compagni di fuga, ed è bastato questo per placare gli animi. Chi invece si è arrabbiata è stata la diva del nuoto, perché l’acqua della piscina dove si allena era troppo calda e ha chiesto l’intervento della Federazione per non compromettere la preparazione per i mondiali. Pensate che sfigati i ciclisti che non possono chiedere a Di Rocco di non far piovere quando si allenano. E pensate pure che la sola proposta di interrompere le gare in condizioni climatiche estreme ha scatenato le polemiche dei suiveurs sadici. Eppure quella proposta è stata fatta quando in Oman il caldo liquefaceva i tubolari. E due anni fa alla Sanremo sottozero qualcuno ha rischiato seri danni alle dita dei piedi. Ma chi si oppone a questa proposta dice che il ciclismo è stato sempre così, e ricorda imprese epiche sotto la neve. Eppure, se pensiamo alla famigerata tappa del Gavia al Giro del 1988, ci rendiamo conto di cosa si parla rievocandola? Si parla molto di Van Der Velde congelato, di corridori dispersi e assiderati, e poco o nulla di Breukink che vinse la tappa e Hampsten che vinse il Giro. Allora è questo il ciclismo epico che piace: corridori congelati e gare falsate? Non basta il fatto che già solo correre a volte è un’impresa? Ieri la rediviva Marta Bastianelli, vincitrice di un mondiale memorabile,  ha ringraziato, per un secondo posto, manco per una vittoria, il marito Roberto De Patre, che ha lasciato il ciclismo e si è trovato un lavoro vero (nel ciclismo capita il contrario che nel mercato del lavoro, dove sono le mamme che spesso lasciano l’attività) e i genitori che le tengono la bambina. Chissà la diva del nuoto chi ringrazia: l’hair-stylist, il visagista, lo stilista, il pierre? E alla fine, parere personale, è più carina e femminile un’altra ciclista ritrovata in questo Giro, Francesca Cauz, che due anni fa vinse una tappa e poi al mondiale fiorentino tritò il gruppo in salita. Solo che oggi è rimasta trafitta dalla treccia avvelenata della bicampionessa del mondo, e allora sarà per un’altra volta.

Girorosa 2014  6^ Tappa -  Gaiarine - San Fior San Fior, 10.07.2014 Foto: Nicola Ianuale/Photo Ianuale

That’s Entertainment!

Bisognerebbe sempre sforzarsi di guardare il lato positivo delle cose. Se di ciclismo femminile se ne vede poco in tv, allora si vedono poco anche gli incidenti. Quello di Elisa Longo Borghini al campionato italiano di due anni fa, per esempio, ho preferito non vederlo più, ma comunque non ci sarebbero  state molte occasioni. Abbiamo detto bene della RAI che al Giro d’Italia non ha voluto soffermarsi sulla caduta di Pozzovivo, ed ecco che subito ci smentiscono e ripropongono ripetutamente la grande caduta di ieri al Tour, manco ci fosse qualcosa da capire e investigare, un colpevole o un movente. Ma se c’è qualcuno che si diverte così, ebbene oggi gli è andata male: c’era la tappa del pavé, non ha piovuto e non ci sono state cadute gravi. Il divertimento è stato vedere Nibali competere alla pari con gli specialisti. Qualcuno ha parlato di rimpianto perché, quando Nibali ha attaccato, il suo compagno Fuglsang non gli ha fatto il buco. Mah, probabile che l’avrebbero ripreso facilmente. Direi che il rimpianto piuttosto è un altro: vedendo come anche Froome, Contador e Quintana se la sono cavata bene, forse quest’anno il pavé non era molto selettivo, come l’anno scorso, ma il rimpianto è che questo non sia più il ciclismo di quando tutti correvano dappertutto. Ma poi, questo Fuglsang, che per il secondo anno consecutivo va forte sulle pietre, questo ex biker danese alto più di 1 e 80, chi gli ha messo in testa che può essere uomo da salite e grandi giri? Forse sarebbe ancora in tempo a cambiare idea e correre il Fiandre. E quindi, con il pareggio tra gli uomini di classifica, questa tappa divertente e deludente stava per finire a qualche velocista. Invece ecco che Tony Martin, che dalla partenza gira attorno alla maglia gialla ma non riesce a prenderla, anche per qualche errore della sua squadra, ha pensato bene di fare da sé e, con una botta da finisseur, ha fatto per due (tappa e maglia). Finita la corsa, i protagonisti, della tappa e della classifica, per un motivo o per l’altro, non possono essere intervistati, e allora ecco che rimane da poter intervistatore solo Pippo Pozzato, che forse non si diverte neanche più. E a questo punto o si ritira, o prenda esempio dalle prime due della tappa di oggi al Giro Donne, Annalisa Cucinotta e quella Marta Bastianelli che in gioventù era degna rivale della Vos, le quali, dopo problemi e stop vari, sono tornate ad alto livello, e voglio vedere Salvoldi l’anno prossimo a sceglierne solo 5 per Rio.

P.S. Ma possibile che nessuno faccia notare alla regista Portinari l’assurdità di quelle inquadrature dell’arrivo, da così lontano che non si capisce niente?

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pensare male

Ne abbiamo viste di edizioni della Freccia Vallone col bel tempo, ma questa tappa del Tour con arrivo a Huy nella calura estiva sembrava proprio tutt’altra cosa. E quando è scattato Purito Rodriguez, corridore più da classiche che da grandi giri, pensavo fosse per inerzia, o per riflesso condizionato. Invece è riuscito a lasciare dietro gli uomini di classifica e quelli liberi da giochi di squadra. Si, perché comunque non basta andare sui percorsi delle grandi classiche per avere un’altra classica all’interno di un giro: nella corsa finiscono per prevalere le tattiche orientate alla classifica. Ma domani sul pavé sarebbe bello se venissero fuori gli specialisti, e della classifica ne parliamo un’altra volta, anche se qualcuno, come Cancellara e Vansummeren, oggi ha preso una brutta botta. Ma c’è anche, li in agguato, Van Avermaet che, se non deve fare da tutor a Van Garderen, può fare un colpo doppio. Intanto, quando al Giro femminile Sgarbozza ha letto tutto il nome della brasiliana protagonista sui GPM, ho pensato che si trattasse di uno dei suoi tanti refusi orali; e invece Flavia Oliveira ha davvero come secondo cognome Paparella, che sembra uscito da qualche commedia all’italiana. Oggi è arrivata la fuga e ha vinto Lucinda Brand senza aver tirato molto, ma le donne si dimostrano più comprensive degli uomini verso le colleghe che, per gli interessi della loro squadra, non collaborano nelle fughe.

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Il Muro di Huy in bassa stagione ciclistica

architetture

Queste due tappe olandesi del Tour potrebbero essere un buon test per verificare i propri pregiudizi. Ci si potrebbe chiedere che differenza c’è, in fondo, tra le architetture e gli isolotti olandesi e quelli tamarri di Dubai. Forse quelli olandesi sono più pazzerelli? Ma, almeno le due torri della Rabobank, quelle due enormi lattine, mi sembrano davvero brutte. E un altro luogo comune associa l’Olanda alla droga. Ma questi edifici sembrerebbero confermare che lì, almeno gli architetti, ci danno dentro. In corsa, invece, i vecchietti incorreggibili della Tinkoff, Bennati e Tosatto, come se in ammiraglia ci fosse ancora Riis, hanno architettato di spezzare il gruppo coi ventagli, e, grazie anche alla Etixx, sono riusciti nel loro obiettivo. Ma la squadra belga-ceca sembra essere rimasta quella che a inizio stagione, alla Het Nieuwsblad, è riuscita a perdere in 3 contro 1, e così, dei due obiettivi, tappa con Cavendish e maglia con Martin, non ne ha ottenuto neanche mezzo, per colpa soprattutto di una volata lanciata troppo presto da Renshaw. Ma è niente in confronto all’Astana, la ricchissima squadra che non vince classiche, non vince piccole corse a tappe, riesce a non vincere il Giro prima con Aru e poi con Landa, e oggi ha lasciato troppo solo Nibali, che è arrivato attardato nel secondo gruppo. Direi che alcuni dei corridori della squadra kazaka starebbero meglio in qualche team professional. Ma la professionalità non abbonda certo al Giro Donne; non bastassero le volate per i traguardi volanti fatte in mezzo alle moto, la RAI di suo ci mette il commento sconnesso di Sgarbozza e la regia che, dopo qualche anno in cui ha ripreso l’arrivo dal basso, quest’anno ha voluto cambiare con la ripresa da lontano. E da lontano sembra che quest’anno non ci sia una dominatrice. La maglia per ora la prende la Guarnier, la treccina iridata si stacca (se tante volte qualcuno la ritenesse l’erede della Vos), la capitana della Rabo sembra la Van Der Breggen e quella della Wiggle sembrerebbe la Longo Borghini, che però dice di correre per la Abbott. Emma, perché non sei venuta?

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