Antropologia dei campioni francesi

Non parliamo di Hinault, troppo forte e troppo archiviato, con quello che ha vinto mica si può parlarne male, ma mi pare che comunque si trovasse bene con De Zan, che, metodico com’era, lo salutava sempre con la frase ça va, Bernard? E lasciamo in pace Fignon, sfortunato nelle corse e pure nella vita. Ma dopo è difficile trovare un campione francese simpatico. Anzi, è già difficile trovare un campione francese e basta. Virenque ha negato di essersi dopato finché ha potuto, e anche dopo, e prima lo ricordiamo festeggiare sul palco la vittoria nella tappa in cui morì Casartelli; può darsi che non l’avevano avvisato, ma comunque non è mai stato un simpaticone. Jalabert ha fatto delle imprese, ma le vittorie più importanti, le classiche monumento, le ha vinte sfruttando il lavoro degli altri, di Fondriest alla Sanremo 1995 e di Bartoli e Casagrande al Lombardia 1997. Voeckler, se non vi danno fastidio le sue smorfie in mondovisione, basterebbe chiedere in gruppo. Per le pari opportunità non possiamo dimenticare la scorbutica Longo e la PFP, spregiudicata al limite della scorrettezza. Poi c’è Bouhanni che è troppo irruento, troppo pugiloso direbbe qualche bambino. Speravamo in Démare, che sembrava così modesto, non credeva alle sue vittorie, con la storia del padre cicloamatore con famiglia al seguito, mentre al padre di Bouhanni fregavano la bici e invece di prendere a cazzotti il ladro si metteva a menare pugni sul ring. E invece Démare vince una Sanremo e l’accusano di essersi fatto trainare in salita, una cosa che a Nibali è costata l’espulsione alla Vuelta, una cosa che Cavendish ormai non potrebbe più fare perché i giudici lo marcano stretto, e chissà che per guardare lui non abbiano tralasciato gli altri.  E come reagisce Démare alle accuse? La butta sul nazionalistico: sono questi italiani che non sanno perdere, che gli da fastidio che un francese vinca a Via Roma. Perché agli italiani dovrebbe dare fastidio un francese e non un australiano, un norvegese, un tedesco, anzi due? Ma a dimostrare che questo blog invece non è nazionalistico, dirò che la sua uscita successiva, prima convocare una conferenza stampa per spiegare e poi dopo dire che non c’è niente da spiegare, questo atteggiamento un po’ arrogante di chi crede di stare nel giusto e quindi di non avere niente da discutere, mi ricorda un po’ un italiano, il capo del governo provvisorio. Che poi a pensare a quello lì, il provvisorio, ai suoi orgogli nazionalistici e ai suoi cuoricini spezzati, mi viene da chiedere, ma chi glieli scrive i testi dei tweet, lo staff di Barbara D’Urso?

Brigitte-Bardot

BB correttamente davanti all’ammiraglia, e non al traino come certi ciclisti di cui non faccio il nome.

 

La Maledizione Della Maglia Iridata e altre leggende

Il ciclismo è uno sport che si presta alla nascita di leggende. Una di quelle moderne è che la RAI fa un bel servizio per il ciclismo femminile, leggenda alimentata dalla stessa RAI, e viene in mente come Totò giocava con l’espressione “fare un servizio”. C’è il Trofeo Binda, prova del World Tour, e la RAI manda in onda una sintesi di neanche mezzora, partita anche in ritardo, nell’attesa vogliate gradire le evoluzioni di alcuni teppisti che si sono stufati di vivere e cercano di sfracellarsi sulla neve col sottofondo di hip hop tamarro e rock altrettanto. Le immagini della corsa, tranne pochi secondi del passaggio sul Brinzio, passano dalla cartolina iniziale direttamente agli ultimi chilometri, secondo quella vecchia concezione dei tempi dell’incolpevole De Zan in cui l’importante era vedere il passaggio sotto il traguardo, e non si capisce lo sviluppo della corsa. Comunque fin lì c’è solo qualche inciampo e qualche dubbio; Piergiorgio Severini toglie la maglia iridata della mtb alla Ferrand Prévot e l’assegna a Jolanda Neff, ed esagera col fastidioso epiteto di “Sua Maestà” per Lizzie Armitstead. Poi, per il ritorno di Monia Baccaille nel ruolo di commentatrice, dopo le Strade Bianche, da un lato fa piacere l’ipotesi di una continuità, come questo blog ha più volte auspicato per il ciclismo femminile, ma dall’altro ci fa chiedere con che intenzioni è tornata a correre la bella ciclista umbra. Beh, comunque finisca va bene. E tutto sommato stava andando bene la visione di questo finale di gara: in fondo se uno si era tenuto lontano da internet e non sapeva il risultato era quasi come una diretta, ma arriva il ct Salvoldi, col brio di una tartaruga in letargo, e, non solo non dice niente di particolare dal punto di vista tecnico, ma fa capire pure che vince la Armitstead, grazie! Ma proprio la terza vittoria in poche settimane della campionessa del mondo fa venire in mente un’altra leggenda, più volte citata in questi giorni nel ciclismo maschile: La Maledizione Della Maglia Iridata. Finito il weekend italiano si va al nord e comunque andrà per Sagan si tornerà a parlarne, se vince l’avrà sfatata, se perde l’avrà confermata. Non ricordo neanche quando si iniziò a parlare di questa maledizione, forse di fronte a una serie di vincitori non proprio meritevoli (Leblanc, Olano, Brochard, Camenzind, fino ad Astarloa) o a qualche sorpresa che non si confermò subito (il giovane Freire, sconosciuto etichettato come “carneade” da De Zan, al quale quella parola piaceva molto). Ma più probabilmente la leggenda è nata perché dei campioni del mondo si sono sopravvalutate le sconfitte e quasi ignorate le vittorie. Non è il caso certo di Boonen e Bettini e neanche di Evans, però Hushvod non aveva vinto una classica monumento prima e non l’ha vinta dopo, ma in maglia iridata ha vinto due tappe al Tour. E Kwiatkowki ha vinto l’Amstel Gold Race con una volata a centro gruppo che ne è venuta fuori una bella fotografia. E ora Sagan non ha ancora vinto, ma in fondo sta continuando la serie di piazzamenti dell’anno scorso, che fu interrotta solo dal mondiale. L’unico per cui potrebbe valere la cosa è Gilbert, troppo poco per farne una legge statistica. E poi questa maledizione vale per le donne? Anni di Vos e la Armitstead dimostrerebbero di no. E per le altre discipline? Neanche, se si pensa ad esempio al ciclocross, ancora con la Vos e Stybar. Però se poi un mondiale lo vince per errore, degli altri, Rui Costa, lì non è maledizione, è soltanto che non sempre si ha la fortuna di trovarsi in un finale di gara con Valverde e Rodriguez.

malediziridata

tutto bene

Si dice che tutto è bene quel che finisce bene o che non tutto il male viene per nuocere, spesso si dice così per consolarsi, ma alla fine meglio che Alonso non l’abbia più fatta la squadra di ciclismo, metti che tante volte gli veniva lo sfizio di guidare l’ammiraglia. 

cose che non ci si crede

L’unica cosa che ci si crede, ma era facile prevederlo, è che ancora una volta la Milano Sanremo è stata noiosa per 260 km, combattuta nei successivi 20-25, e combattutissima nel finale. Pure i fuggitivi si potevano prevedere, tra i quali Matteo Bono, che nelle ultime due edizioni ha fatto più di 500 km in fuga. Forse questa cosa sta bene agli operatori turistici, perché così il pubblico può distrarsi a guardare il paesaggio. Per me il passaggio più suggestivo è quello nelle strettoie di Imperia. Del resto nel ciclismo di oggi dove vuoi attaccare, sul Turchino? Non sono neanche più i tempi di Chiappucci. Ma anche i tre capi, stai lì e dici: adesso arriva il Mele, no, il Berta e qualcuno attacca, quando arrivano i capi? Come, sono già passati?  Ma su quelle salitelle non ci si crede di vedere i fumogeni di un gruppo di tifosi calcistoidi. E non ci  credeva Démare di avere vinto, lui che era rimasto attardato in questa gara dove la selezione l’hanno fatta le cadute e i problemi meccanici, ed è stato riportato avanti anche da Réza, che quindi, a differenza del Giro dell’anno scorso, non ha potuto distrarsi a guardare il mare. Ma la gara è stata davvero poco selettiva per il resto, visti i velocisti che sono arrivati a giocarsela. E infatti Bouhanni non poteva credere che stava lì per vincerla, ma ha litigato col cambio come se fosse un avversario, e già prima di passare il traguardo ha dato una serie di cazzotti al manubrio, come se fosse sul ring. E pure Gaviria, chi ci credeva che sarebbe arrivato col gruppo di testa? Forse neanche lui, si sarà distratto? Fatto sta che è caduto. E chi si aspettava l’attacco di Nibali in discesa anziché in salita? Quello forse in molti, visto che sul Poggio è difficile fare selezione.  Eppure ci stava riuscendo Kwiatkowski, che ha continuato in discesa e ha dimostrato una volta di più che è uno forte. E proprio pensando alla sua coreografica vittoria in maglia iridata all’Amstel dell’anno scorso, chi credeva che per Sagan avrebbero di nuovo tirato fuori la storia della maledizione della maglia iridata, che non è un albo di Dylan Dog, ma una storia secondo me neanche confermata dai fatti? Ma soprattutto, chi  ci credeva che il primo degli italiani sarebbe stato Pozzato? Questa è la conferma di uno spreco di talento, corse e intere annate. Ma vabbe’, avrà fatto dell’altro; forse, come Zandegù, si sarà distratto a guardare il paesaggio.

A sinistra la bici di Bouhanni abbandonata dopo la scazzottata. A destra Démare può recuperare a Sanremo la Miss della Tirreno Adriatico, gara a cui non aveva partecipato

Il piano C

Ormai è già storia vecchia: dopo qualche giorno di arrivi in ostico orario lavorativo, domenica c’era più gente che poteva vedere una tappa, addirittura quella potenzialmente decisiva, della Tirreno Adriatico. E invece si sono sorbiti un talk show di polemiche e precisazioni e comunicati e… o’, io mica sono stato a sentirli più di tanto, che a quel punto mi interessava solo la Parigi Nizza. Sta di fatto che Mauro Vegni, l’organizzatore, può pure querelare qualche giornalista, ma si trova con un Giro d’Italia prossimo (s)venturo già in partenza senza Aru e ora con Nibali che ci sta pensando e potrebbe cambiare idea. In realtà Nibali vuole un vero piano B per le tappe che già si sa che sono a rischio, vuole la sicurezza di poter avere occasioni in cui attaccare in salita, e non di dovere invece inseguire Cancellara o chi per lui in pianura. Perché, a quanto pare, alla Tirreno il piano B la gente per strada lo scambiava per il piano A, era quasi uguale, diceva: “Ma sei sicuro?” “ Si, ti dico che quello è il piano B.” “ Ma guarda un po’, sembrava proprio il piano A”. Ma forse a questo punto neanche il piano B basta più, e allora ci vuole il piano C. Si parla tanto di multidisciplinarietà (non contatele, che ve lo dico io, sono 20 lettere), in questi giorni sono stati protagonisti corridori che vengono dal cross, dalla mtb e dalla pista, e allora, estremizzando una battuta di Martinello, con il piano C si potrebbe addirittura cambiare disciplina. C’è la neve? Si corre con la fat bike. Piove? E allora ci si chiude in un velodromo, e questo potrebbe essere il pretesto per costruirne qualcuno, e si fa uno scratch, un’eliminazione, o una bella Americana. Solo che anche in quest’ultimo caso Nibali avrebbe dei problemi. Eh si, perché alcuni dei suoi gregari di fiducia sono passati nel gruppo Aru, poi tra i ciclisti, grazie ai social con i quali si fanno finte amicizie e vere inimicizie, c’è sempre qualcuno con cui gli capita di polemizzare, alla fine potrebbe essere difficile trovare uno con cui fare coppia nell’Americana, e allora gli resterebbe solo da correre con uno dei suoi legali. Beh, in fondo sempre meglio che con Pozzato.

fatbike

Nella foto una fat bike

Due domande, una per mare

Mi chiedo se gli organizzatori della Tirreno Adriatico hanno capito che la tappa annullata non era quella in cui doveva attaccare Nibali, ma era la tappa della Domenica, cioè il giorno in cui poteva esserci più pubblico, anche se ormai questo paese tende ad essere aperto 7 giorni su 7, e dopo che già la tappa del sabato non era proprio adatta ad attacchi spettacolari e sconvolgimenti di classifica. Poi le piccole corse a tappe si decidono sempre sul filo dei secondi, ma questo non significa che non possano essere spettacolari, vedi Parigi Nizza e anche la stessa Tirreno oggi, dove una Tinkoff fantasiosa e una Etixx autolesionista, al punto da perdere tappa e maglia in un solo colpo, hanno inventato un attacco al traguardo volante. Quindi non è il caso di mettersi a cercare le salite impegnative che facciano distacchi in minuti.

E mi chiedo anche che immagini metteranno nello spot televisivo dell’anno prossimo. Uno spot che dovrà essere ancora più retorico e roboante, perché dovrà supplire alla mancanza della vera pubblicità, cioè quella che fa la corsa stessa.

NoTA