non venitemi a dire

Un incidente meccanico, una foratura, una caduta ci stanno, fanno parte del ciclismo, ma che la tappa capiti lo stesso giorno della gita di tutti gli utenti di tutti i Centri di Salute Mentale nel raggio di molte decine di chilometri è una coincidenza troppo sfortunata. Perché non venitemi a dire che erano uno o due, o che quelli sono tifosi.

foliforov

Fa’ la cosa giusta

Vi ricordate Wladimir Belli? Vincitore del Giro dilettanti e bravo all’esordio tra i pro, non mantenne del tutto le promesse, non vinse mai una tappa né andò mai sul podio, riuscì a perdere anche il Giro del Portogallo all’ultima crono, e alla fine della sua carriera il più bel gesto atletico rimase il cazzotto che al Giro 2001 diede papale papale a un tifoso simoniaco troppo aggressivo. E così oggi abbiamo visto una delle cose più belle di questo giro, si, bella tappa finalmente combattuta, colpi di scena, ma il momento memorabile è stato quando sul Muro del Gatto una moto, invece di investire un ciclista come si usa adesso, ha buttato giù uno dei più ridicoli (anche se è una bella lotta) tra gli esibizionisti che disturbano i corridori sulle salite. Ora ci auguriamo un ulteriore passo avanti e di vedere il ricorso agli idranti contro quelli che accendono i fumogeni al passaggio dei corridori. Ma andando alla corsa, mi sa che dopo il ritiro di Contador, che Beppe Conti non ha ancora fissato, difficilmente vedremo più uomini di classifica andare in fuga a 50 o più km dall’arrivo. Tanti passi dolomitici oggi sono serviti solo a stancare i corridori, poi a una trentina di km Nibali ha attaccato mandando in crisi la coppia di fatto della Movistar, che non si sarebbe più ripresa, ma poco dopo è stato prima raggiunto e poi staccato da Kruijswijk e Chaves, e da allora forse tutti si aspettavano che Nibali crollasse da un momento all’altro, e invece no. Sull’andamento ondivago dei distacchi rilevati, secondo me sarebbe il caso di prendere il gps e buttarlo in uno dei tanti dirupi che la corsa sfiorerà. Ieri ha vinto Nieve, brutto in bicicletta, erede della tradizione spagnola di Escartin e Mancebo, oggi era giusto che vincesse un scalatore scarrafone danzerino, Atapuma in fuga o Chaves all’inseguimento. Alla fine di una delle volate più lente della storia, paragonabile forse a quella della Gran Fondo Milano Roma del 1979, ha vinto il ciclista col braccio più famoso del World Tour, per le conseguenze del brutto incidente più volte ricordato, e intervistato dalla RAI dice che il suo sogno è vincere… il Giro? No, il Tour. Bisogna farsene una ragione, anche per i tanti velocisti ritirati (oggi Démare in maniera meno pubblicizzata, forse a corto di ammiraglie cui aggrapparsi, vedi Sanremo U.S.), il Giro conta meno del Tour, e non dimenticare che dopo il Tour si può partecipare a ricche kermesse, mentre dopo il Giro si torna subito alla desolazione del calendario nazionale. La maglia rosa, poi, la prende l’ultimo corridore che i giornalisti si sarebbero augurati, l’olandese col cognome difficile da scrivere e peggio ancora da pronunciare, e chissà quante versioni ne sentiremo nei prossimi giorni. Nibali non la prende male, ma neanche benissimo, e anche questi intervistatori stradali andrebbero rivisti, perché l’impressione è che spesso non sanno cosa chiedere. E chissà che non preferirebbero seguire il calcio come gli altri o i corpi statuari delle pallavoliste.

Dino-Buzzati

Dino Buzzati, di cui oggi sono stati letti alcuni passi, avrebbe voluto essere apprezzato più come pittore, almeno così dicono.

4 paradossi e un interrogativo

Oggi la tappa è stata vinta da Nieve, corridore di quella squadra supponente che snobba sempre il Giro d’Italia. Questi della Sky non sono buoni nemmeno a snobbare come si deve.

Dietro, Nibali ha battuto Valverde in volata.

Amador prende la maglia rosa nel giorno in cui si trova in difficoltà e mostra i suoi limiti

I ciclisti cadono perché ci sono persone che fanno il proprio lavoro. L’hanno detto alla RAI.

Il grande interrogativo che ci lascia questa tappa è: si dice “costaricano” o “costaricense”?

visconti

Animali e bestie

Ancora cicaleccio al Giro. Si arriva a Bibione, per la quinta volta nella storia, e mai che fosse in gara il Delfino di Bibione. E’ la tappa meno avvincente fin qui, e dopo una lunghissima estenuante preparazione alla volata, che sembrava non si arrivava mai, vince il Gorilla, da Scinto ribattezzato il cinghialotto, ma questa volta la sensazione è stata che Ewan potesse batterlo, solo che lo dicono tanto spericolato ma non sa ancora correre sulle transenne, unica possibilità che gli ha lasciato il tedesco. Il quale ora si ritira. E tutti a lamentarsi, la De Stefano sembra farne una questione personale, non sta bene che la maglia rossa si ritira, se fosse stato al Tour in maglia verde si sarebbe ritirato? E poi a dire che una volta non era così, ma non è esatto, basti pensare che Zabel è venuto al Giro solo a fine carriera. Il punto, secondo me, è che ancora una volta bisognerebbe mettersi d’accordo. E’ come pure la faccenda dalla sicurezza, ci si lamenta dei pericoli, delle troppe moto, finché si corre in Belgio, poi se qui il direttore di corsa Allocchio sanziona qualcuno allora dicono che è severo. E così per i velocisti in ritirata: si pubblicizza la corsa più dura del mondo nel paese più bello e permaloso del mondo, ci si vanta di avere montagne vere che al Tour e alla Vuelta non ce l’hanno, e poi, quando sta per infuriare la battaglia e lo Squalo dello Stretto, con l’aiuto dell’Aquila di Filottrano, dovrà cercare di mettere in difficoltà la Movistar bilama, ci si lamenta se dei pesanti armadi scelgono di non trascinarsi senza senso su quelle salite, tanto più quest’anno che c’è un mondiale per velocisti. Sembra quasi che al Processo non abbiano niente di cui parlare. E deve essere davvero così se poi si finisce a parlare anche di un libro, senza citarne né il titolo né l’autore né il ghostwriter, ma che è chiaramente Bestie da vittoria, oggi pubblicizzato sulla prima pagina de La Repubblica. Ma sarebbe stato meglio ignorarlo, lasciarlo ai lettori di quel quotidiano, al pubblico delle jene, a quelli che come hobby principale hanno quello di scandalizzarsi e dire: Che vergogna!

Matteo-Renzi-in-bici

La formica e il cicaleccio

Si dice che i ciclisti sono tutti matti. Ma si intende che sono spericolati e pronti a risalire in sella dopo un incidente, non altro. E oggi nessun ciclista capace di intendere e di volere, al posto di Valverde, avrebbe collaborato con i suoi rivali per andare a riprendere il compagno Amador, che sta accumulando un vantaggio che, anche solo strategicamente, già è tanto. E giù tutti questi discorsi su Nibali che vuole fare spettacolo e Valverde che frena e così facendo ha perso anche i mondiali. E’ vero, e non ha perso solo quello, ma ha vinto tanto, quasi il triplo di Pozzato, per dire, e tutte corse vere, non il Giro di Cuba. Eppure Pozzato, può sembrare strano a chi si accostasse adesso il ciclismo, a volte è stata la punta dell’Italia ai mondiali. E oggi eccolo a lamentarsi che non ci sono tappe adatte a lui, che chissà come dovrebbe essere, forse piatte e lunghe 40 km. Allora tolto Nibali, che è uno hors catégorie, meglio una formica che vince che un lavativo che ormai lo prendono in giro anche i colleghi. Però questa cosa è strana, se pensate che quando si racconta la favola di Esopo stanno tutti a criticare la cicala gaudente e a simpatizzare per la formica previdente, che alla fine infierisce su quella che muore di fame. E invece qui tutti contro la formica, anche perché è spagnola. Perché c’è da scommetterci che, se fosse stato il contrario, tutti starebbero ad elogiare la bravura strategica del capitano che insieme al compagno di squadra stringe in una tenaglia gli avversari. Poi non è che lo spettacolo è mancato. Ci hanno pensato Jungels che non avendo niente da perdere ha pensato bene di difendere la maglia rosa attaccando, e Ulissi che ha vinto di nuovo in una gara di oltre 200 km, e quindi i tempi sono ormai maturi perché vinca una classica, fosse pure quella di San Sebastian, che non è una monumento, ma intanto la si mette da parte.

cicala+formica

Ciclismo di genere

Si comincia col genere horror. Si passa da Frignano nel Pavullo dove nacque Romeo Venturelli, il ciclista che batté Anquetil a cronometro e poi, per fame di cibo e donne nell’Italia che iniziava a respirare, divorò anche il suo talento. Ed è come se il suo spirito si fosse impossessato del ciclista in gruppo più idoneo, ma non Pozzato, che non ne ha bisogno, ma Mikel Landa. Il basco piace alle donne, col suo sopracciglio a una campata, e, preso dalla Sky per il Giro e le altre corse che non rientrano nei piani di Froome, ha subito dimostrato di non gradire la dieta inumana a base di Riso Scotto e altre bontà, e mi chiedo cosa mangia Porte ora che è passato alla BMC. La domanda è come avrà passato il giorno di riposo Landa. Mangiando paella e altre specialità spagnole? Guardando in seconda/terza serata il ciclo di film sexy spagnoli programmato dalla filiale italiana del suo sponsor? Chi lo sa; di sicuro è andato in crisi, costringendo a grandi acrobazie i commentatori: stamattina era il favorito principale, oggi pomeriggio era il solito bidone di una squadra altezzosa che snobba la corsa italiana. Poi si è passati al thrilling. La maglia rosa è di Pirazzi, no di Jungels, Amador, Brambilla, Amador, Jungels. La corsa l’ha vinta il giovane Ciccone, che sapevamo bravo in salita ma è andato forte anche in discesa, una delle tante scoperte dei Reverberi, che almeno una tappa la vincono sempre, ma però, spesso, per confermarsi devono andare nelle grandi squadre, come Pozzovivo, Brambilla, Modolo, Battaglin, no, Battaglin no. E bravo pure Amador, poliedrico come pochi, bravo in salita, in discesa, sul pavé, a cronometro. Poi si passa al genere sentimentale, con la De Stefano maestrina dalla penna rosa che vede occhi lucidi dappertutto (chissà che non aspiri ad essere l’erede della sua famosa concittadina col cuore) e cerca sempre storie di ciclisti deamicisiani, come Brambilla disposto a tutto per il suo capitano, anche a sacrificare la sua maglia rosa, anche, se ci fosse stato bisogno, a dare un cazzotto a Rovny. Poi l’avventura, l’azione con Agnoli che si destreggia tra viaggi in elicottero e un misterioso emissario dello sceicco del Bahrain. Infine il mistero, con Cipollone che l’anno scorso insinuava dubbi sui cambi di biciclette di Contador e oggi ci ha provato col malore di Landa. Ma lui di misteri se ne intende, basti pensare all’annuncio del suo ritiro pochi mesi prima del mondiale di Zolder. C’è stato anche un intermezzo fumettistico. Lo scrittore ingaggiato dalla RAI per un corso di formazione sul ciclismo oggi ha guadagnato qualche punto, dicendo di essere appassionato di fumetti e ricordando che nel Pavullo è nato anche Guido De Maria, il creatore della trasmissione Gulp Fumetti in Tv.

JiCheng

tempi

Adesso non sparate su Kittel solo perché si è già ritirato come prevedibile. Del resto se era previsto vuol dire che il tipo ormai lo conosciamo. Quest’anno, dopo il suo ritorno ad alti livelli, qualcuno ha detto che la Sanremo avrebbe potuto correrla. Ma lui è consapevole dei suoi limiti: le salite e la distanza. Ma almeno lui due tappe le ha vinte. Qualcun altro non ha vinto ed è anche uscito fuori tempo massimo. Poi in fondo neanche Sercu ha mai vinto una Sanremo o un’altra classica. Ecco, forse se fosse stato ancora tempo di 6 giorni, il tedescone, anche se viene da mtb e cronometro e non dalla pista, avrebbe potuto esserne un mattatore, bravo sia a vincere le volate che a prendere i giri di vantaggio. Sarebbero state grandi sfide con Cavendish, Gaviria, Viviani e Coquard. Kittel sarebbe diventato l’idolo delle sciure che cenavano all’interno della pista e avrebbe potuto farsi lo shampoo direttamente nella zeriba. A proposito, ma se fosse ancora tempo di 6 giorni, chi si esibirebbe negli intervalli canterini? Probabilmente qualcuno dei tanti avanzi di talent che ci sono in giro, e non sarebbe un bello spettacolo. Ma probabilmente a Kittel va bene così, gli basta, e i suoi limiti gli rimarranno. Intanto si è evitato questa crono odierna, in cui i tempi cronometrici sono stati condizionati dal tempo meteorologico. Ora, bisogna avere fiducia in quelli che ne sanno di più, capiscono e fanno le scelte, come gli organizzatori del Giro, però mi chiedo oggi, domenica, quanti spettatori di passaggio avrà attirato al ciclismo una annacquata cronometro vitivinicola, vinta da uno che ha corso prima dell’inizio della diretta? Quell’uno è Roglic, già quasi primo al quasi prologo e oggi quasi risarcito (lì, in quella crono un po’ più lunga di un prologo rituale avrebbe preso pure la maglia rosa). Brambilla fa meglio degli altri uomini di classifica, tra cui Nibali che non ha voluto rischiare sul bagnato, e ha fatto bene visto che tanti sono scivolati, però, come direbbe Andrea De Luca dalla moto: “Nibali kkkhhkhrrhshshssskhss”. Il più sfortunato di tutti è stato Zakarin, che era maglia rosa virtuale all’intertempo, ma poi è caduto due volte, una volta ha dovuto cambiare la bici, e infine, rientrato in albergo, si è accorto di aver dimenticato il bucato sul balcone, sotto la pioggia.

Tosatto

Anche il saggio veterano Tosatto non ha voluto correre rischi.

buchi

Quando ci mettiamo davanti alla tv per seguire il Giro, vogliamo sapere banalmente chi è in testa, chi insegue, chi lavora, chi si risparmia, chi può farcela. Meno male che interviene l’animo didattico di Fabretti & Co., che oggi ci ha proposto un servizio su Guelfi e Ghibellini, e possiamo così burlarci di quegli ignoranti che invece sono andati su RAI 2 per gli Internazionali di Tennis di Roma, a cui di sicuro nessuno ha spiegato Orazi e Curiazi. Quello che non sappiamo è a quale fazione appartengono i guerriglieri che hanno seminato chiodi sul tratto di sterrato della tappa di oggi. Per fortuna dei volontari l’hanno ripulito e qualcuno ha potuto dire che lo sterrato era perfetto. Che cosa si intende poi per sterrato perfetto ce lo spiegheranno un’altra volta, semmai su RAI Storia. Quindi nessuno dovrebbe aver bucato per i chiodi. Quel tratto di sterrato in salita era il punto decisivo della tappa, e alla RAI hanno pensato che fosse opportuno inserire un bel blocco pubblicitario proprio in quel punto. Per cui abbiamo lasciato la diretta con una situazione e l’abbiamo ripresa con un’altra. Alla fine abbiamo capito che Gianluca Brambilla, già terzo alle Strade Bianche, è uno specialista dello sterrato. Ha vinto la tappa e ha preso la maglia, mentre dietro Capitan Valverde ha pensato che oggi non c’era niente da attendere, ha attaccato e, nonostante fossero in difficoltà Dumoulin e Landa, in pochi l’hanno aiutato, un po’ Nibali, che però si tratteneva, molto i compagni di squadra che erano andati in fuga per ritrovarlo strada facendo. Poi Landa si è ripreso, Dumoulin invece è addirittura uscito dai primi dieci della classifica e l’Astana si è squagliata. Al traguardo il gruppetto di Valverde è arrivato allungato e si è creato un altro buco, con Nibali che tanto per cambiare stava nel secondo troncone ed è stato classificato con 3 secondi di ritardo, e fanno già 7 solo di buchi. Ne manca uno per arrivare agli 8 con cui Fignon perse il Tour.

nibali