Nonno Niño e altri vecchietti, fratelli, pupe pugni e maglie varie

Nella settimana appena trascorsa  in giro per il mondo ci sono state un po’ di notizie curiose di ciclismo, che, come ormai dicono tutti, è sempre più globalizzato, e quando lo dicono sembra che stanno facendo una rivelazione, invece ormai questo è un nuovo luogo comune, e comunque queste notizie non vengono soltanto dai vari campionati nazionali. Al Giro di Colombia, ad esempio, è stato ancora una volta protagonista, anche se non ce l’ha fatta a vincere, Oscar Sevilla, già conosciuto come El Niño, uno di quelli che sono andati in esilio dopo il caso Fuentes. Pochi sono riusciti a risorgere da quella vicenda come Valverde, e queste carriere periferiche ti fanno venire delle domande, dei pensieri, anche cattivi, ma soprattutto l’impressione è che personaggi come Sevilla o l’altro esule Mancebo o Rebellin continuino a correre come se volessero dimostrare qualcosa oppure come se volessero supplire con la quantità alla qualità che gli è venuta a mancare correndo in squadre e competizioni minori.  E negli ordini d’arrivo delle tappe colombiane più di una volta è spuntato il nome José Serpa: una veloce ricerca conferma che è proprio lui, l’ex leone di Bucaramanga, che evidentemente non si è più ritirato ma ha trovato un contratto equo e solidale. Del resto con i suoi 37 anni è ancora giovane, se pensiamo che Edwige Pitel, veterana della Michela Fanini spesso piazzata ma quasi mai vincente, a 50 anni è riuscita a vincere in Francia battendo tutte le colleghe più giovani e quotate, compresa la treccina. Forse vuole battere pure il record di longevità della connazionale Jeannie Longo? Difficile, visto che pochi giorni prima, nella prova a cronometro, al 13° posto è rispuntato anche il suo nome. Di fronte a cose del genere non si sa cosa pensare: ha 58 anni, nessuna speranza di ripetere i risultati degli anni d’oro né di prendersi la soddisfazione di battere le giovani connazionali, compresa quella pivellina della Pitel, allora è da ammirare? O da compatire? O forse da abbattere? Forse è meglio astenersi dal giudicare. Meglio anche nel caso che ha preceduto la prova maschile. La notte prima degli esami ciclistici i corridori probabilmente non la passano protetti e isolati dal mondo come i calciatori, e ai fratelli Bouhanni sono capitati dei vicini chiassosi, da cui sono conseguite proteste, liti, spintoni e un cazzotto del ciclista pugilatore che gli ha causato una ferita alla mano suturata con quattro punti. Un caso analogo rovinò la stagione delle classiche a Philippe Gilbert, che tra l’altro ieri ha vinto in Belgio battendo il giovane Wellens e dimostrando che nonostante l’età (34 anni molto corsi) riesce ancora ad avere delle grandi giornate. Ma tornando al discorso delle mani rotte, non possiamo da una parte solidarizzare col belga e dall’altra pensare che il francese invece è il solito attaccabrighe. Poi in Francia ha vinto Arthur Vichot, che vinse già 3 anni fa e poi, dopo una tappa alla Parigi Nizza, ha fatto molto poco, ma ci sono alcuni, come lui, che sembrano specializzarsi in titoli nazionali. Anche in Italia abbiamo avuto di recente il triplo Visconti in campo maschile, e ora la tripletta per di più consecutiva di Elena Cecchini in campo femminile. La ragazza, curata con amore anche da Elia Viviani che la innaffia personalmente durante le corse, era una promessa. Ha ottenuto subito qualche vittoria in corse internazionali minori, poi ha vinto una decaduta Coppa del Mondo della corsa a punti, ha buttato via ingenuamente un Europeo Under 23 per la classica “furbata” di alzare le braccia troppo presto, ha ottenuto dei piazzamenti nelle classiche l’anno scorso, ma quest’anno non li ha ripetuti, e infine è un elemento non indispensabile del quartetto dell’inseguimento. Insomma Elena ne deve mangiare di pane e maltodestrine per arrivare ai livelli di Bronzini e Longo Borghini. Ma ai campionati nazionali cambia tutto: entrano in gioco le Armi che danno un po’ di sicurezza a queste ragazze malpagate, e così succede che nella squadra della Cecchini, le Fiamme Azzurre, ci sono le plurimedagliate Bastianelli Ratto e soprattutto Guderzo sempre più donna squadra, gregaria su strada o inseguitrice nel quartetto su pista, eppure potrebbe ancora vincere in prima persona, altro che ritirarsi dopo Rio. Invece Elisa e Giorgia (le cicliste, non le cantanti), che nella vita ciclistica civile, cioè non militarizzata, sono compagne di squadra, qui avendo divise differenti hanno corso ognuna per sé e addio. Al Nord ennesima vittoria di Emma Johansson che a scanso di equivoci se ne è andata in fuga ed è arrivata alcuni minuti prime delle altre, e chissà sul podio come si fa a distinguerla delle miss, ah sì, forse lei è quella più bella, e poi ritorno al successo di Navardauskas, per la gioia del blog Schiantavenna. A Est vittoria di Juraj Sagan che, dopo anni in cui ci ha fatto sospettare che senza il fratello avrebbe potuto correre massimo in una continental, quest’anno ha dato i primi segni di vita e ieri ha vinto il titolo anche grazie al fatto che nella prova congiunta ceca e slovacca i Tinkoff erano nettamente superiori, e infatti il titolo cugino è andato a Kreuziger. Sempre a Est, in Polonia all’ultimo posto arriva il rivale di Sagan, Kwiatkowski, che così o conferma di essere un corridore molto discontinuo oppure di essere uno di quelli che alla Sky non trovano l’ambiente a loro congeniale (vedi Cavendish e Landa). E poi vorrei dire, l’Armenia, ok, facendo arrabbiare turchi e azeri i paesi occidentali hanno riconosciuto il genocidio, ora vogliamo pigliare una boccata d’aria e guardare anche al futuro? Ce l’avete un buon corridore lì in Armenia? Così potreste togliervi la soddisfazione di battere i turchi, che a volte ricorrono ad aiutini, e gli azeri, che invece ricorrono agli ucraini: infatti il loro campione Averin è naturalizzato, e così vince facile. Essì, perché il suo paese natio, anche se non è all’avanguardia del ciclismo mondiale globale, propone le distanze più impegnative, sia a cronometro che in linea, dove la corsa è stata lunga il doppio, per dire, di quella israeliana. Paese che vai distanze che trovi.

juraj

Juraj Sagan con la bici che gli fornì la vecchia squadra quando iniziò ad avere dubbi sulle sue qualità.