La disgrazia dell’introduzione

Immaginate di comprare un disco. Lo mettete nel lettore o sul piatto, a seconda dei gusti tecnologici, e aspettate di sentire subito la musica. No, prima sentite il produttore che parla della realizzazione del disco, del percorso artistico dell’autore e cose così, e il tutto diciamo per 3, 5 o anche 10 minuti. Se si tratta di una ristampa potrebbe esserci anche un critico musicale che parla del disco nel suo tempo, nella carriera del musicista e nella storia della musica. Assurdo, vero?

Immaginate di andare a cinema e, ammesso che arrivate in orario, vi sorbite tutte le pubblicità, di film prossimi e di altri prodotti industriali. Adesso finalmente inizia il film. No, c’è il produttore del film che vi racconta perché ha deciso di produrlo, o l’addetto stampa che vi parla di tutta la lavorazione del film. O anche, se il regista è agli esordi, potrebbe esserci un regista famoso che ne parla per dare un parere positivo autorevole. E anche qui il tutto può durare 10 o 20 minuti. Assurdo, vero?

E allora perché per il libri non è assurdo? Perché la disgrazia dell’introduzione, la sciagura della prefazione, sono toccate alla letteratura?

neruda

Per esempio in questo libro ci sono l’introduzione, le note all’introduzione, Le interpretazione critiche, le note alle interpretazioni critiche, L’autore e l’Opera, insomma il libro incomincia a pagina 35, e deve pure sbrigarsi perché dopo ci sono 15 pagine di note e 4 di bibliografia.

LA ZERIBA SUONATA – Adeus

Finiscono le Olimpiadi, le Paralimpiadi, e forse, contemporaneamente (visti i 5 Stelle contro i 5 Cerchi), anche il rischio che le organizzi Roma nel 2024. Se invece si dovessero disputare in Italia, e nel pacchetto olimpico ci sono anche le Paralimpiadi, forse qualche giornale scoprirebbe, con sorpresa e forse anche con dispiacere, che tra le varie categorie di disabilità paralimpiche non ci sono, almeno per ora, le “cicciottelle”. Ora che si lascia questo Brasile olimpico, con conflitti sociali e presidenti cadenti, molti potranno tornare a immagini di questo paese più rassicuranti, con spiagge e ragazze di Ipanema. La Zeriba illustrata e suonata, in eventuale controtendenza, vi propone qualcosa d’altro, con la benedizione di David Byrne.

Altri mondi, o forse solo altre Europe

In un altro mondo, in cui la RAI non c’è, si sono disputati i Campionati Europei di Ciclismo, per la prima volta aperti anche agli élite. E forse alla RAI si sono talmente vergognati di non averli trasmessi che li hanno nascosti, non ne hanno dato neppure notizia sul televideo, dove si preferiscono le non-notizie, come quella dei farmaci assunti da vari sportivi di alto livello, di cui però piaceva segnalare soprattutto Froome e Wiggins. Agli Europei in campo femminile il podio è stata quasi la ripetizione di quello olimpico, con la sola differenza della bella Katarzyna (chissà come si pronuncia; si fa prima a dire Kasia) al posto della bella Emma. E alla Longo Borghini ormai mancano solo quelli di Riace, perché gli altri bronzi li ha presi tutti. In campo maschile stravince Sagan, mentre Ulissi e Colbrelli mostrano ancora una volta i propri limiti. Ma la curiosità è che i britannici hanno snobbato le prove élite, e anche nelle altre non hanno fatto granché, nonostante la presenza di qualche giovane talento come Tao Geoghegan Hart che, col nome impronunciabile che si ritrova, probabilmente i cronisti italiani sperano non diventi mai un campione. Forse i britannici oltre che dall’UE vogliono uscire anche dall’Europa? Di sicuro si trovano più a loro agio nel contesto del Commonwealth. Che ci fosse questo campionato lo sapevano, figuriamoci, il ciclismo lo comandano loro. Ma forse è semplicemente successo che, con un calendario così fitto, i britannici fossero impegnati altrove, forse alla Sagra del Salbutamolo.

infelicità italiana

In Italia risultano infelici anche le dediche delle corse. La più importante corsa in linea femminile è intitolata a un campione che, essendo di un’altra epoca, diceva che le donne dovevano restare a casa, e allo scalatore Pantani è dedicata una corsa che, dopo le prime edizioni, è diventata per uomini veloci. Forse si ricordano di quando Pantani alla Vuelta del 1995, non curando la classifica, si buttava nelle volate? Poco male, almeno è stata l’occasione per il ritorno al successo in Italia di Francesco Gavazzi, dopo anni di piazzamenti. Sul podio i primi due hanno dichiarato che volevano vincere per la squadra. Ma se Gavazzi aveva ragione, perché la Androni stava tirando dalla Agostoni di giovedì, Busato non sapeva che nel gruppetto inseguitore i suoi compagni di squadra lavoravano per il ricongiungimento.

Memorial Marco Pantani 2016

Emulo di Voeckler e Wiggins, Gavazzi dimostra che per vincere, più che tirare fuori gli attributi, bisogna tirar fuori la lingua.

Partigiani

Ai tempi di Andrea Pazienza e di Toto Cutugno i partigiani facevano i presidenti. Oggi quelli rimasti fanno gli opinionisti. E se ho capito bene, ma potrei essermi sbagliato, il capo del governo provvisorio ne ha rastrellati, pardon, ne ha raccolti alcuni favorevoli al referendum provvisorio.

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La RAI credono

La RAI credono che per fare ridere ci vuole una trasmissione chiamata programma comico con dei tipi chiamati attori comici. Invece basta ogni tanto raccontare la storiella della RAI che fa tanto per il ciclismo femminile. La RAI credono che chi segue il ciclismo non ha niente da fare e sta tutto il giorno con la tv accesa sintonizzata su tutti e due i canali sportivi, in attesa che la RAI mandano la differita molto differita nel momento che gli torna comodo, che non è detto che deve essere lo stesso che viene annunciato, anzi la trasmissione potrebbe finire proprio all’ora che doveva cominciare, che è molto corretto con chi invece accende la tv solo all’orario previsto, in modo che viene informato che si è perso la differita molto differita, tipo il Giro di Toscana.

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Sempre discreto Brunello Fanini, il patron del Giro di Toscana femminile.

Vuelta democratica.

Molti appassionati avrebbero voluto vedere i big del Giro di Spagna appena concluso lottare anche per le vittorie di tappa, anziché tante fughe vincenti, e forse avrebbero voluto anche vedere qualche grande velocista in più per le volate. Uno dei più bravi a scrivere di ciclismo, Marco Pastonesi, che non ha caso ha pubblicato Il diario del gregario, un libro col diario di tre edizioni del Giro d’Italia, ogni anno un gregario, preferisce i ciclisti che non vincono mai, neanche una volta, come quel Daniele Righi che ha lavorato per anni nella Lampre e poi è passata in ammiraglia. Io invece penso che se un ciclista passa professionista, o élite, qualcosa di buono l’avrà fatto comunque vedere nelle categorie giovanili, e che almeno una volta, anche in una corsa minore, vorrebbe avere la soddisfazione di vincere, e farsi una foto sul palco con le miss, a meno di non vincere in qualche emirato o sultanato. E una delle cose che mi sono piaciute di questa Vuelta è proprio il fatto che abbia distribuito un po’ di soddisfazioni, a giovani promettenti come Calmejane, Simon Yates, Conti, Nielsen e Latour, a ex giovani promettenti come Meersman, Lagutin (che vinse un lontano e combattutissimo mondiale under 23 battendo uno scatenato Vansummeren), Gesink e Keukeleire, a onesti pedalatori come Frank, Van Genechten, Drucker e De La Cruz, e a ciclisti cui forse mancherà sempre qualcosa per fare il salto tra i big come Geniez, che per non smentirsi ha rischiato di sfracellarsi in discesa, e Brambilla. E infine una soddisfazione c’è stata anche per il quasi miracolato Felline, che non è riuscito a vincere una tappa, ma, proprio grazie ai tanti piazzamenti, ha vinto la classifica a punti battendo un campione di regolarità come Valverde, che però forse quest’anno, correndo tutti e tre i grandi giri, ha preteso un po’ troppo da sé stesso. Poi, se i grandi velocisti non c’erano è stato anche per la bella idea di assegnare i mondiali al Qatar, che, per rientrare entro i parametri del protocollo sul clima, saranno disputati a metà ottobre, e quindi agli sprinter non interessava uscire in condizione dalla Vuelta un mese prima del “loro” mondiale. Per gli altri ci sono gli imminenti europei, anche se lì i favoriti sono il campione del mondo e il campione olimpico, che hanno fatto primo e secondo e secondo e primo in Canada e, senza volerlo, senza inciuci, si sono spartiti le prime piazze, mettendo fine a una breve stagione di ciclismo democratico.

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La cartolina di Daniele Righi, cose che fanno in altri paesi, dove sono appassionati di ciclismo, mica come in Italia.

LA ZERIBA SUONATA – Mariachi a Manchester

Come ci sono finiti dei mariachi a Manchester? Forse non potendo passare il confine con gli USA hanno preferito andare nell’UK prima della Brexit? E che ci fanno a Manchester? Cantano le canzoni delle glorie della città, che non mancano. Per ora hanno iniziato con Smiths e Morrissey. Poi chissà se passeranno anche a Joy Division e Buzzcocks. Con un po’ di peyote potrebbe fare pure gli Happy Mondays.

Onore ai caduti

Nel senso di quelli che sono caduti alle Olimpiadi, perché ieri una coincidenza ha accomunato due dei più famosi. Peter Sagan è caduto e ricaduto, ha forato e riforato nella mtb, e ha vinto il G.P. del Québec battendo anche il campione olimpico, quello della strada. Annemiek Van Vleuten è quasi una miracolata per la caduta di Rio, e ha vinto il Giro del Belgio staccando tutte, Marianne compresa, nell’ultima tappa, e mica in un tratto qualunque, ma sul muro più muro di tutti, quello che ha tanti nomi, insomma l’ex Grammont. E quella dei caduti è una delle differenze che fanno la differenza tra ciclismo e calcio, a favore del primo: quando cadono, i calciatori fanno finta con gli altri di essersi fatti male, mentre i ciclisti fanno finta con sé stessi di essersi fatti bene.

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Andare in fuga sul Kappelmuur: sono soddisfazioni.