Un ventaglio di errori

Durante la primavera delle classiche sia il ds Lefevere che questo blog consigliarono a Tom Boonen di ritirarsi. Comprensibilmente Boonen si contrariò solo per il parere del suo direttore sportivo. Vecchio e lesionato dalla caduta ad Abu Dhabi, Boonen condizionava la corsa della sua squadra, che di alternative ne avrebbe avute, senza poi essere in grado di vincere. Poi fece una grande Roubaix, anche se fu battuto da un tosto gregario australiano con un grande futuro nella categoria master, confermato anche dall’ottimo mondiale di oggi. Bisognava ammettere l’errore e concedere che Tommeke corresse il mondiale nel suo Qatar e ancora fino alla Roubaix dell’anno prossimo nell’ultimo tentativo di fare l’inedita cinquina. Però le vittorie nelle semiclassiche semiprestigiose di Londra e Brussels, battendo semicampioni come Démare e Bouhanni e anche Matthews che gli manca sempre qualcosa, avevano tratto tutti in errore facendo credere che Boonen fosse tornato il fortissimo velocista che era quando aveva i capelli. E così, quando oggi sono rimasti davanti in 25, il Belgio non ha provato, come invece ieri le olandesi, a sfruttare la superiorità numerica e lo spessore dei suoi per cercare un contropiede, un arrivo in solitaria o, almeno, di far lavorare gli avversari, ma, dopo aver dato il via al ventaglio che ha definitivamente spezzato il gruppo nel tratto nel deserto, ha corso per distanziare gli inseguitori, tra i quali c’erano il blocco tedesco e i blocchetti francesi (i due galletti avevano mezza squadra a testa), oltre al ridimensionato Gaviria, e tenere il gruppetto compatto. Così vincitori di classiche come Naesen e Stuyven hanno tirato, per farsi da parte nel finale, e Boonen è andato alla volata come se con lui non ci fossero comunque Cavendish, Matthews, Kristoff e Sagan. Ma in generale l’impressione è che si è tanto parlato del vento del deserto,  del rischio (o occasione) dei ventagli, della connessa possibilità di spezzare il gruppo e sfoltire i velocisti, che, quando ciò è stato ottenuto, è come se fosse stato raggiunto l’obiettivo prefisso, dimenticandosi di dover fare il piccolo passo successivo, cioè arrivare primi sotto lo striscione. Insomma l’episodio che ha vivacizzato la prima parte di gara ha reso monotona la seconda parte nel circuito cittadino. Nessuno ha cercato una soluzione diversa, non la Norvegia  né l’Italia che pure non aveva un velocista all’altezza di quelli sopravvissuti. Solo l’Olanda ci ha provato, ma forse Terpstra, passistone e due volte vincitore in Qatar, quello da cui più si attendeva che scombinasse i piani dei velocisti, deve aver accettato in settimana un’offerta vantaggiosa da qualche compagnia telefonica, e così i suoi attacchi sono stati telefonati. Stava andando meglio a Leezer e per un lungo chilometro abbiamo temuto che vincesse il mondiale uno che in carriera ha vinto solo una tappa in Malesia. Ma nessun timore, il Belgio poteva spendere ancora Roelandts all’inseguimento, Guarnieri ha lanciato la volata a Nizzolo e Sagan ha vinto, così la sua maglia eurostellata l’abbiamo vista davvero poco. Boonen ha preso giusto il bronzo, superato anche da Cavendish che si continua a fare l’errore di ritenerlo solo un velocista, come quelli là che sono rimasti nel deserto. Intervistato, Sagan ha detto di essere stato fortunato sia perché è stato l’ultimo ad agganciarsi al gruppo di testa (ma se è stato lui e non un altro un motivo ci sarà) e anche perché Nizzolo non l’ha stretto alle transenne. Ora, a parte il fatto che Sagan oggi sarebbe passato anche sulle transenne, Nizzolo forse dopo l’episodio del Giro non voleva passare come ciclista scorretto, lui che è un bravo ragazzo, anche se si interessa di moda, ma poi quando Sagan arrivava lui forse aveva anche già capito di avere perso. Però arrivare quinto in tale contesto, precedendo Boasson Hagen e Kristoff è un buon risultato, vale quanto il quinto posto di Marta Bastianelli, anche se la laziale è stata prima nella classifica avulsa delle mamme. Ora abbiamo visto un mondiale davvero particolare con l’azione decisiva iniziata a 175 km dal traguardo, ha vinto il più forte, anzi il più fortissimo, ma non facciamo l’errore di pensare che sia stata una buona idea correre il mondiale qui. Si inventasse una classica nel deserto, una corsa estrema come ce ne sono altre in altre condizioni, andrebbe bene, ma un mondiale senza pubblico, con tante precauzioni, con un mezzo sconvolgimento del calendario, e con un percorso tale che sono rimasti a casa non solo gli scalatori, ma anche uomini da classiche come Gilbert, Boom, Vanmarcke e Valverde, un mondiale così no grazie.

boonen-errore

Tom Boonen fa autocritica