LA ZERIBA SUONATA – dualismi

Nel dopoguerra o stavi con Bartali o con Coppi. Così dicono. E sul finire dei ’70 o con Moser o con Saronni. Però io tifavo per Baronchelli. In quegli stessi anni, sempre che ti eri sottratto ai diktat ideologici che imponevano i cantautori impegnati e i profughi cileni, e anche alla magniloquenza della musica di quel periodo, nell’ambito della quale o stavi con i Genesis o con i Pink Floyd, se ne eri uscito fuori, o stavi col punk o con la disco: non c’era una santa alleanza contro i tromboni musicali. Poi con la new wave le cose diventarono più fluide: c’era new wave danzabile, come, per contro, il germe della magniloquenza si infiltrava in alcuni gruppi venuti dalla musica nuova, e a volte portava conseguenze nefaste, come con gli U2. E anche nel ciclismo falliva ogni tentativo di inventare nuove rivalità: Bugno vs Fondriest? No. Bugno vs Chiappucci? Neanche. Nel 2008, quando i dj’s erano ormai delle star al pari dei musicisti, e a volte facevano versioni dance di pezzi rock e pop, un’etichetta italiana, La Valigetta, propose a dei gruppi “indie”, per fortuna tenendo fuori certi personaggi supponenti dell’ex giro della Mescal, di fare il contrario, cioè versioni pop o rock di pezzi dance. Ne uscì Post Remixes volume 1. Il video che lanciava l’operazione era degli Ex Otago con The Rhytm Of The Night. I Tre Allegri Ragazzi Morti facevano una versione brit-pop di Around The World dei Daft Punk, però col testo in italiano.

Le vecchie categorie non tenevano più, nel ciclismo come nella musica. In questa compilation erano a volte sorprendenti le scelte dei brani. Ad esempio The Mojomatics andavano molto indietro nel tempo a pescare un classico/cult degli anni 80, Mexican Radio dei Wall Of Voodoo, di cui proposero una versione punkabilly.

E neanche le versioni erano prevedibili: un gruppo smithsiano come i genovesi Numero 6 rifacevano in stile latino Too Much Of Heaven dei torinesi Eiffel 65, con una tromba che ricordava quella di Herb Alpert.