da grande

Tra i tanti ritiri annunciati in questi ultimi mesi ce n’è anche uno che dispiacerà al blog di Schiantavenna, quello del cinese Cheng Ji. Lui dice che ha avuto un figlio e vuole assumersi in pieno le sue responsabilità, insomma deve vedere cosa fare da grande. Ma ptrebbe esserci anche un altro motivo: ha tirato talmente tanto in questi anni che forse non ce la fa più.

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Il problema alla fine è sempre quello di mettere il piatto a tavola.

Los Tres Caballeros

Ai mondiali su strada la nazionale spagnola è stata invisibile e in generale non sembra che in Spagna ci sia un grande ricambio, e quindi devono fare ancora affidamento sui vecchi. E i tre più famosi sono stati protagonisti i questi giorni. Valverde ha rinnovato il contratto con la sua squadra, che sembra proprio sua, fino a quando avrà 39 anni, e cosa farà? Correrà 2 o 3 giri all’anno per questi altri 3 anni, più classiche varie e piccole corse a tappe e mondiali? Beh, mica ha paura di farlo. Per Rodriguez l’Olimpiade è l’ultima gara, no, ci ha ripensato,  il Lombardia è l’ultima gara ma poi però si ritira, infatti l’anno prossimo corre con Nibali. Contador cerca sponsor e sembra che abbia trovato una catena di ristoranti spagnoli che fanno cucina italiana e si chiama La Mafia. Forse altrove certe cose sono più curiosità che altro, come pure la musica neomelodica che a chi sta km lontano può sembrare una divertente bizzarria. E questa catena avrebbe pure lo slogan che tradotto in italiano dice La mafia crea lavoro, che, in effetti, anche indirettamente, se uno pensa a tutti gli scrittori e registi di serie tv… Insomma vuoi vedere che finiremo per rimpiangere Tinkov?

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Valverde non si smentisce mai.

Straordinaria

Forse anche nel ciclismo hanno effetto le riforme del mercato del lavoro fatte in Italia, in Francia, in altri paesi non c’era bisogno perché già stavano inguaiati. Pochi giorni dopo la fine dei mondiali su strada, a quest’ora tarda della stagione, c’è chi fa gli straordinari e va a correre al Giro di Abu Dhabi o agli Europei su pista. E per questa manifestazione l’Italia ha convocato ancora Consonni, Ganna, Balsamo, Confalonieri. Devo dire che Cassani a Radiocorsa si è difeso bene, e per quanto riguarda Ganna ha detto che ha corso meno dell’anno scorso, anche se, per inciso, mi sembra che abbia quasi ammesso di aver ceduto alle pressioni esterne convocando Colbrelli, invocato da tutti, nonostante lui non lo ritenesse adatto a quel percorso, e infatti. Ma, tornando agli stakanovisti, va menzionata una ciclista in particolare, perché se il corridore veloce ha fatto sempre il corridore veloce, sia su strada che su pista, e il passista ha fatto sempre il passista, Tatiana Guderzo, che su pista fa la passista veloce (forse agli europei farà anche qualche gara individuale dove c’è bisogno del cosiddetto spunto veloce), ha trascorso anche un’estate da scalatrice al Giro e alle Olimpiadi. Eppure questa ciclista non ha la popolarità delle dive del nuoto o degli sport fru fru e c’è chi ancora si chiede chi è Tatiana.

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La scuola ci salverà

La scuola: come avevo fatto a non pensarci? A me mi fanno ridere quelli che quando si parla di qualche problema sociale dicono che se ne dovrebbe occupare la scuola: a scuola si dovrebbe parlare di questo, la scuola dovrebbe insegnare quello, la scuola si dovrebbe far carico di quest’altro. Possibile che non si rendano conto di come funziona la scuola? Se lì dentro dicono non fate questo i ragazzi lo fanno, e tutto quello che si studia è più facile che venga rifiutato piuttosto che appassioni. Ma poi, quando di qualche fattaccio sono colpevoli gli stessi studenti, si tira fuori l’Attenuante Universale: “So’ ragazzi!”. E invece bisognerebbe risolverlo subito il problema, se no quelli diventano adulti, ma questo non c’entra. E questa cosa della scuola mi è venuta in mente in questi giorni leggendo qualche commento sociale sul Nobel a Dylan. Qualcuno scrive che bisognerebbe studiarlo a scuola, e ho pensato che questo ce l’aveva tanto con Dylan da augurargli una disgrazia del genere, e poi invece mi sono accorto che era dello schieramento pro-Dylan. Ma non era questo quello che volevo dire. Si sa che in questi anni in Italia si sono fatti grossi passi indietro in vari campi, come quello del mercato del lavoro e dei diritti dei lavoratori. E così anche nella musica dove c’è stata una recrudescenza del fenomeno dei cantautori. Ne nascono di nuovi, quelli vecchi sono ancora tra noi (forse per questa moda degli zombi), e i dylaniani si arrabbiano se qualcuno contesta il nobel e non se qualche cantante romano fa un disco di traduzioni che è meglio lasciar perdere, meglio non parlarne. Per inciso (non nel senso del disco), visto che in Italia si tende sempre a fare di tutta l’erba un fascio, e visto che questo è comunque un blog sul ciclismo, e Paolo Conte ha scritto le più belle canzoni sull’argomento (Bartali, Diavolo Rosso, Velocità silenziosa), penso che sarebbe uno sbaglio includere Conte tra i cantautori, visto che fa tutt’altro genere di musica e ha sempre detto di essersi ispirato all’Orchestra di Cinico Angelini, cioè una roba che farebbe orrore ai cantautorosi pallosi politicosi. Ma arriviamo al dunque, la soluzione del problema. Visto che a scuola si studia letteratura italiana, si potrebbero inserire nei programmi ministeriali i cantautori italiani, così i ragazzi li rifiutano, e questo sarebbe un grosso passo in avanti nella lotta per contrastare il triste (ma davvero) fenomeno.

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Brevi dall’Olimpo

Raccontavano ieri durante la telecronaca del mondiale che ad una conferenza stampa della nazionale belga, nonostante la presenza del campione olimpico, le domande erano tutte per Boonen. Si dice che in Belgio è un semidio e solo questo può spiegare perché la nazionale ha corso con un unico obiettivo. Neanche un ciclista più completo come Gilbert è arrivato a tanto. Boonen ha vinto e rivinto le corse preferite dai fiamminghi e ha ispirato pure un fumetto. Ma in corsa ha sbagliato ieri come in passato, e quando ha sbagliato anche fuori dalle corse si diceva che lui avrebbe voluto solo andarsene tranquillo a pescare. Per cui non è facile prevedere se, quando smetterà, diventerà commissario tecnico o si terrà lontano dal ciclismo. In Qatar c’era Eddy Merckx, che è testimonial del ciclismo nel Qatar e del Qatar nel ciclismo, e aveva il pass come tutti, come se qualcuno potesse non riconoscerlo. Ma infatti, se qualcuno non lo conoscesse, mai penserebbe cosa ha fatto questo pacioso signore, sempre disponibile con tutti, che se parla dei corridori di oggi non sta mai a fare il paragone con il suo ieri, che poi se lo facesse nessuno potrebbe obiettare niente. Sono persone, con i loro difetti, che andrebbero raccontate diversamente da come è più facile fare, cioè con i tromboni e le frasi fatte. La retorica dei campionissimi, del ciclismo eroico, delle imprese di altri tempi, è un limite nella comprensione e nel racconto del ciclismo. Purtroppo l’impressione è che anche laici e atei vogliano i loro Dei. E questo vale anche per altri campi. Prendiamo la discussione sul Nobel a Bob Dylan. Se per gli scrittori e i cantanti si può trattare di semplice difesa di interessi corporativi, per gli altri, i lettori e gli ascoltatori, sembra quasi una guerra di religione. Lo svolgersi della vicenda dopo l’attribuzione del premio non l’ho seguito, ho letto che gli accademici non erano riusciti a contattare telefonicamente il cantante, e spero che nel frattempo ci siano riusciti, che si sia trattato solo di un disguido, e che il cantante accetti il premio, perché il rifiuto sarebbe un ulteriore passo verso la santificazione del personaggio. Anzi, visto che Dylan è impegnato nel NeverEnding Tour, e che quindi sta visitando molte città, e potenzialmente potrebbe aver comprato molti souvenir, come capita alle persone e non alle divinità, sarebbe bello se la medaglia che riceverà la mettesse esposta in salotto, tra una gondola veneziana e una Tour Eiffel però senza cupole ortodosse davanti.

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– senza paroloni

Un ventaglio di errori

Durante la primavera delle classiche sia il ds Lefevere che questo blog consigliarono a Tom Boonen di ritirarsi. Comprensibilmente Boonen si contrariò solo per il parere del suo direttore sportivo. Vecchio e lesionato dalla caduta ad Abu Dhabi, Boonen condizionava la corsa della sua squadra, che di alternative ne avrebbe avute, senza poi essere in grado di vincere. Poi fece una grande Roubaix, anche se fu battuto da un tosto gregario australiano con un grande futuro nella categoria master, confermato anche dall’ottimo mondiale di oggi. Bisognava ammettere l’errore e concedere che Tommeke corresse il mondiale nel suo Qatar e ancora fino alla Roubaix dell’anno prossimo nell’ultimo tentativo di fare l’inedita cinquina. Però le vittorie nelle semiclassiche semiprestigiose di Londra e Brussels, battendo semicampioni come Démare e Bouhanni e anche Matthews che gli manca sempre qualcosa, avevano tratto tutti in errore facendo credere che Boonen fosse tornato il fortissimo velocista che era quando aveva i capelli. E così, quando oggi sono rimasti davanti in 25, il Belgio non ha provato, come invece ieri le olandesi, a sfruttare la superiorità numerica e lo spessore dei suoi per cercare un contropiede, un arrivo in solitaria o, almeno, di far lavorare gli avversari, ma, dopo aver dato il via al ventaglio che ha definitivamente spezzato il gruppo nel tratto nel deserto, ha corso per distanziare gli inseguitori, tra i quali c’erano il blocco tedesco e i blocchetti francesi (i due galletti avevano mezza squadra a testa), oltre al ridimensionato Gaviria, e tenere il gruppetto compatto. Così vincitori di classiche come Naesen e Stuyven hanno tirato, per farsi da parte nel finale, e Boonen è andato alla volata come se con lui non ci fossero comunque Cavendish, Matthews, Kristoff e Sagan. Ma in generale l’impressione è che si è tanto parlato del vento del deserto,  del rischio (o occasione) dei ventagli, della connessa possibilità di spezzare il gruppo e sfoltire i velocisti, che, quando ciò è stato ottenuto, è come se fosse stato raggiunto l’obiettivo prefisso, dimenticandosi di dover fare il piccolo passo successivo, cioè arrivare primi sotto lo striscione. Insomma l’episodio che ha vivacizzato la prima parte di gara ha reso monotona la seconda parte nel circuito cittadino. Nessuno ha cercato una soluzione diversa, non la Norvegia  né l’Italia che pure non aveva un velocista all’altezza di quelli sopravvissuti. Solo l’Olanda ci ha provato, ma forse Terpstra, passistone e due volte vincitore in Qatar, quello da cui più si attendeva che scombinasse i piani dei velocisti, deve aver accettato in settimana un’offerta vantaggiosa da qualche compagnia telefonica, e così i suoi attacchi sono stati telefonati. Stava andando meglio a Leezer e per un lungo chilometro abbiamo temuto che vincesse il mondiale uno che in carriera ha vinto solo una tappa in Malesia. Ma nessun timore, il Belgio poteva spendere ancora Roelandts all’inseguimento, Guarnieri ha lanciato la volata a Nizzolo e Sagan ha vinto, così la sua maglia eurostellata l’abbiamo vista davvero poco. Boonen ha preso giusto il bronzo, superato anche da Cavendish che si continua a fare l’errore di ritenerlo solo un velocista, come quelli là che sono rimasti nel deserto. Intervistato, Sagan ha detto di essere stato fortunato sia perché è stato l’ultimo ad agganciarsi al gruppo di testa (ma se è stato lui e non un altro un motivo ci sarà) e anche perché Nizzolo non l’ha stretto alle transenne. Ora, a parte il fatto che Sagan oggi sarebbe passato anche sulle transenne, Nizzolo forse dopo l’episodio del Giro non voleva passare come ciclista scorretto, lui che è un bravo ragazzo, anche se si interessa di moda, ma poi quando Sagan arrivava lui forse aveva anche già capito di avere perso. Però arrivare quinto in tale contesto, precedendo Boasson Hagen e Kristoff è un buon risultato, vale quanto il quinto posto di Marta Bastianelli, anche se la laziale è stata prima nella classifica avulsa delle mamme. Ora abbiamo visto un mondiale davvero particolare con l’azione decisiva iniziata a 175 km dal traguardo, ha vinto il più forte, anzi il più fortissimo, ma non facciamo l’errore di pensare che sia stata una buona idea correre il mondiale qui. Si inventasse una classica nel deserto, una corsa estrema come ce ne sono altre in altre condizioni, andrebbe bene, ma un mondiale senza pubblico, con tante precauzioni, con un mezzo sconvolgimento del calendario, e con un percorso tale che sono rimasti a casa non solo gli scalatori, ma anche uomini da classiche come Gilbert, Boom, Vanmarcke e Valverde, un mondiale così no grazie.

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Tom Boonen fa autocritica

Eau de Qatar

Dicono che in futuro ci saranno guerre per il possesso dell’acqua. Può essere, e un’anticipazione l’abbiamo avuta in questo mondiale in linea femminile, con qualche ciclista di qualche paese povero che ha cercato di afferrare la borraccia destinata invece a colleghe di paesi ricchi. Forse si trattava solo di inesperienza, ma, dato il  caldo, di restare senza acqua non era proprio il caso. Il caldo continua a rimanere l’argomento principale, anche se Martinello cercava di sminuire e AdS prometteva di non parlarne prima di intervistare Cassani sull’argomento caldo di oggi, cioè il caldo. Dopo la combattuta gara juniores di ieri, col vincitore arrivato da solo, si sperava in una corsa battagliata e selettiva anche oggi. E dire che l’Olanda, nonostante avesse una delle velociste favorite, ha provato a fare selezione sfruttando la superiorità numerica e il valore delle singole atlete. Ma non c’è stato niente da fare, il vantaggio guadagnato durava poco, e neanche un movimento 3 stelle con Armitstead Longo Borghini e Vos ha potuto niente. Così, quando se n’è andata una passistona come la Neben, fresca (si fa per dire, in tutti i sensi) campionessa a cronometro, nessuna ha provato a raggiungerla, quasi si fossero già tutte rassegnate alla volata. Eppure non tutte le nazionali avevano una forte velocista, compresa l’Italia che ha corso guardinga puntando sulla Bastianelli, che forse avrebbe potuto fare meglio all’europeo che qui. Durante la lunga diretta si è parlato anche del brusco passaggio dalla categoria juniores alle élite, e Martinello ha portato l’esempio della danese Amalie Dideriksen che ha dominato da junior ma non ha ancora fatto grandi cose tra le adulte. Infatti si arriva alla volata, la Wild ha un treno che neanche un tgv, ultima donna la Vos, ma forse quella piccola pendenza pesa a una come lei che in Italia definirebbero “cicciottella”, e vince proprio la danese. Pancani dice che la teneva d’occhio, ma Martinello, che è persona onesta, ammette subito di essere stato smentito dalla danese. Terza la finlandese Lepistö , e continuano i podi pieni di ciclisti che vengono da paesi freddi. Per l’Italia una buona prova di squadra con la Longo Borghini che dimostra ancora una volta la sue capacità fisiche e mentali e il quinto posto di Marta Bastianelli, che, più con la forza di volontà che con quella delle gambe, precede molte velociste comprese le favorite Hosking e D’Hoore. Potrebbe essere  il mondiale dei rimpianti per le italiane, il mondiale dei “se”: se la Cecchini non avesse perso il pedale danneggiando la Bastianelli, se la Guarischi fosse stata quella dell’anno scorso, se la Bronzini non avesse avuto il malore che l’ha costretta a non partire. A proposito, in questa settimana  nel ciclismo femminile ci sono state una notizia buona e una notizia buona. La buona è che Giorgia non si ritira ma corre anche l’anno prossimo, la buona invece è che dal prossimo mondiale su pista ci sarà anche l’Americana femminile. Ora mettendo insieme queste due notizie buone si potrebbe avere un auspicio, cioè che l’anno prossimo la Bronzini torni alla pista e provi a inaugurare l’albo d’oro della nuova specialità; poi per la compagna c’è solo l’imbarazzo della scelta. E a proposito bis, tra le prime cinque di oggi, almeno quattro sono pratiche di pista; bene farebbe la Francia a buttare nella mischia la riserva Coquard. Al momento della premiazione la vincitrice si preoccupa del suo aspetto, le miss non ci sono neanche oggi, sostituite da bambine, sul palco c’è una donna vestita da vedova inconsolabile, ma, sorpresa, c’è anche una donna vestita da donna, è la vicepresidentessa dell’UCI Tracey Gaudry con la gonna al ginocchio. Già in corsa qualche ciclista si è aperta la maglia per il caldo, poi c’è quel triangolino rosso dell’ultimo chilometro che potrebbe evocare altri trangolini, insomma speriamo che tutto ciò non turbi nessuno.

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