LA ZERIBA SUONATA – La prevalenza del ciclamino

Il cosiddetto popolo del ciclismo, almeno in Italia, è in maggioranza tradizionalista, ed è bastato l’annunzio del ripristino della maglia ciclamino al Giro d’Italia per suscitare il gaudio magno. Del resto i tifosi italiani, in tempi recenti, non hanno avuto molte occasioni di godimento in ambito agonistico, solo la semiclassica Freccia del Brabante vinta dal semicampione Sonny Colbrelli, tenendo anche conto del fatto che, essendo tradizionalisti, i tifosi suddetti sembrano ancora poco sensibili al fascino del ciclismo femminile. E quindi, non bastasse la maglia rosa, ecco di nuovo quella ciclamino a fare del Giro d’Italia la corsa a tappe col corredo più frou frou. Ma poi chissà che cosa aveva che non andava la maglia rossa. Il rosso è un colore che io personalmente preferisco di molto al ciclamino; e poi penso per esempio come suonava male se David Sylvian si metteva a cantare I play my cyclamen guitar…

Summary of the Tour Of The Alps

The stage winners are Michael Boots (nicknamed The Eagle of Philottrano), Rohan Dennis, Geraint Thomas, Matthew Montaguti and Thibaut Pinot. Geraint Thomas wins the cyclamen jersey. Cyclamen: what a fuckin’ color! Best italian the economist Dominic Pitlive, of course. This was the Tour of the Alps. The Tour Of The Alps: what a fuckin’ name!

Thomas wears the cyclamen jersey

LA ZERIBA SUONATA – presto presto

Negli ultimi anni si è riproposta un bel po’ di musica italiana degli anni 80, con antologie e ristampe, e anche una nuova versione di Siberia dei Diaframma, che non mi ha convinto e secondo me era meglio limitarsi a ristampare l’originale. Quando l’editoria musicale e discografica deciderà che sarà il turno degli anni ’90, allora sarà il caso di recuperare un gruppo che, fedele al nome, ha iniziato presto e ha finito presto: i Soon. Due dischi di musica tra il pop e i suoni che andavano allora, grunge compreso, energica e divertente, come in questa Tutto si mescola. La cantante Odette Di Maio dopo lo scioglimento ha fatto solo qualche “feat”. E questo è tutto: ho fatto presto.

Una barzelletta rarefatta

Per abbassare ulteriormente il livello di questo blog vi racconto una barzelletta.

Ci sono due amici, facciamo che si chiamano Aurino (A) e Beppino (B), e Aurino, il più giovane, si è sposato da un paio di anni e per la prima volta dal matrimonio i due amici si incontrano al Bar dello Sport.

B: Allora, come va il matrimonio? Ve la state spassando?

A: Macché. Pensa che mia moglie, su consiglio di sua madre, fa sesso solo cinque giorni all’anno e negli altri va in altura per prepararsi a quei pochi giorni.

B: Vabbe’, dai, l’importante è la qualità. Almeno sono cinque giorni di fuochi d’artificio.

A: E no, perché i primi due giorni dice che deve abituarsi e trovare la condizione, il terzo giorno va un po’ meglio, il quarto è vero che si scatena, ma il quinto è già stanca. Sempre se va tutto bene.

B: Perché, che altro può succedere?

A: Quest’anno, per esempio, in altura si è fatta male a un ginocchio, e se va tutto bene faremo sesso solo due giorni.

Non fa ridere? Infatti.

Valv à Huy? Oui.

In futuro ci si ricorderà solo della quinta vittoria di Valverde e non della contemporanea assenza di Gilbert e Alaphilippe, anche se ora ci si potrebbe chiedere cosa avrebbe potuto fare la Quick Step col tridente. Eppure, col quarto uomo Jungels, è stata l’unica squadra che ha tentato seriamente di evitare il solito finale, dove poi Daniel Martin ha fatto una gran rimonta, ma partendo troppo dietro. Il cronista aveva detto che Martin era “sfilato”, io avevo quasi capito “sfigato”, ma entrambe le interpretazioni sono esatte.

e ho detto tutto

A Napoli si sono riuniti e hanno parlato di raccogliere l’eredità culturale di Totò, ma nessuno di quelli riuniti mi pare tanto bravo a far ridere. E ho detto tutto.

confusion and sex

I giornali, i notiziari, quelli che parlano, tipo i politici, sono talmente pieni di contraddizioni che non ci si fa neanche più caso. Per dirne una, gli stessi giornali che scrivono che ci sono le guerre di religione e si lamentano se si tolgono i crocifissi dalla scuole e altre cose così, poi si lamentano anche se ci sono dei lavoratori che le festività cattoliche vorrebbero osservarle e hanno delle strane pretese, in sostanza non vogliono lavorare a Pasqua e Pasquetta. E quindi niente di strano se gli stessi giornali, qui però in genere sono quelli del fronte opposto, ammesso che ci siano dei fronti, ma comunque gli stessi che hanno criticato nei decenni scorsi tutta quella tivvù che definivano diseducativa, deficiente e spazzatura, oggi stanno a piangere il più famoso autore di quella televisione. Del resto sono forse gli stessi che pensavano che in altre trasmissioni il problema erano le veline, e invece il problema erano gli inviati, i giustizieri. Io di quei programmi non ne ho visti molti, e non posso dire, ma non credo che mi sarebbero piaciuti. Mi piaceva però l’atteggiamento di questo autore, che non se ne importava delle critiche e replicava con le prese in giro, e forse non se ne importava proprio di nulla, e ha pure avuto una relazione con un’icona gay, che io questa cosa delle icone gay non l’ho mai capita bene ma la percepisco come un’appropriazione indebita, perché quella lì era un nostro (in senso generazionale) sex symbol, e allora giù le mani, anche se il tuca tuca invitava al contrario, forse sto facendo confusione, ma, ripeto, forse pure la cosa delle icone gay non l’ho capita bene. E poi mi sembrava, quell’autore, diverso dal suo più famoso sodale, che invece era ed è un piacione che lusinga il suo pubblico, e se ne va in giro con quell’orchestra patetica a suonare musica patetica in maniera patetica. Comunque quei programmi con quelle ragazzine che starnazzavano in studio non possiamo parlarne bene neanche ora. Meglio la televisione intelligente, ad esempio se avete presente quei comici intelligenti che fanno i monologhi e vi parlano in maniera complice, come a dire parliamo tra noi intelligenti che capiamo le cose come vanno e pigliamo in giro gli altri, ecco quella è la tivvù che va bene, e infatti io se li vedo quei comici intelligenti, che poi a dire il vero non fanno tanto ridere, e anche questa loro presunzione di starti a spiegare le cose che loro le hanno capite non è che me li rende simpatici, insomma io se li vedo cambio canale.

 

PERLINE DI SPORT – la freccia danese

Attendendo l’attendismo della Freccia Vallone non voglio proporvi una corsa danese dal nome simile, ma il finale della Parigi-Tours del 2002, quasi uguale a quello della recente Amstel. Sono in fuga Jacky Durand, che in quegli anni gareggia con Tafi a chi fa più miriametri in fuga, e il danese Jakob Piil. Durand ha già vinto questa gara nel 1998, in una situazione analoga, battendo l’ex campione del mondo dilettanti Mirko Gualdi. Tra una settimana ci sarà il mondiale di Zolder, e Bartoli, che non è stato incluso nella nazionale, sembra voglia far perdere la Coppa del Mondo a Bettini, che invece è stato ammesso a corte di Re Leone. Ma gli inseguitori sono ripresi dal gruppo e i due in testa si giocano la vittoria in volata, che si disputa su tutta l’Avenue de Grammont, un rettilineo di oltre due chilometri. Piil è sempre in testa, Durand parte e sembra che ce l’abbia fatta, ma Piil gli si mette a ruota e lo batte negli ultimi metri. Qualcuno disse che “piil” significa freccia, forse perché ricorda l’olandese “pijl”, ma oggi sfogliando internet sembra che significhi “salice”. Ma non fu certo il nome a far vincere il danese. Il punto è che in Danimarca d’inverno fa freddo, le corse arabe ancora non esistevano o erano agli inizi, e ai corridori di quelle parti all’epoca non restava altro da fare che chiudersi nei velodromi. Insomma Piil era un ottimo pistard, e in telecronaca Cassani, forse ricordandosi anche di Duclos Lassalle alla Roubaix del 1993, disse: “E’ un seigiornista. Mai darli per morti questi.” L’anno seguente Piil vinse una tappa al Tour. Insomma ottenne le vittorie più importanti su strada, concentrate in un biennio, ma fu più costante su pista.

invece è uscito Morgan

Chissà com’è questa storia della multidisciplinarietà. Lo dicono tutti che fa bene: strada e ciclocross, strada e mtb, strada e pista, strada pista e pianoforte. Però per gli appuntamenti importanti bisogna sacrificare qualcosa. Davvero? L’anno scorso Cavendish, preparando le Olimpiadi della pista, ha vinto su strada come non gli capitava da tempo. Quest’anno Viviani si è concentrato sulla strada e non ha ancora vinto niente. Poi ci sono quelli che, non sfondando nella strada, tornano a rinchiudersi nei velodromi, come Theo Bos. E come Cameron Meyer, che ai mondiali di Hong Kong ha vinto la corsa a punti ed era in forma stratosferica. Insomma nell’Americana si pensava che potesse vincere il terzo titolo mondiale, eguagliando Llaneras e Cavendish. Invece ha vinto la Francia con la tattica sparagnina di Thomas, e alla fine, fatti due conti, è uscito fuori che c’è stato chi ha vinto il terzo mondiale, ma non era un divo della pista, bensì il solido veterano Morgan Kneisky, che ha vinto con tre compagni diversi (gli altri erano Brisse e Coquard) ma lui c’era sempre, e nel 2009 vinse anche lo scrath. Dopo le olimpiadi c’è sempre un anno di transizione, con vecchi che lasciano, campioni che riposano, ricambi generazionali, e allora ecco che Dmitriev ha finalmente vinto la velocità e il comunque famosissimo Awang ha finalmente vinto il keirin. E forse, come Nibali al Tour 2014 quando, caduto quello ritiratosi quell’altro, volle dimostrare di essere comunque il migliore stravincendo sui sopravvisuti, Awang, assente l’uno squalificato l’altro, ha vinto per distacco, ma per lui non finisce qui. Alcune stelle c’erano e hanno incrementato il medagliere, soprattutto la velocista tedesca Vogel e il suo collega francese, il pervicace Pervis. Dei giovani italiani, medagliati o quasi, hanno parlato tutti; ma quella che mi piace segnalare è un’atleta che, data la sua età, difficilmente sarà a Tokyo 2020: Silvia Valsecchi, cronometrista in crescita costante, capace di vincere anche corse internazionali su strada, che non aveva il posto fisso nel quartetto dell’inseguimento, ma ne è diventata una colonna, ed è arrivata ottava nella prova individuale. In questi mondiali che, disputati nell’ipertecnologico oriente, hanno visto diversi problemi tecnici, c’è stata la prima della Madison femminile. Ovviamente la maggior parte delle atlete hanno poca esperienza, c’è molto da migliorare, come i cambi, ci sono state molte manovre pericolose, anche le cadute sono state molte, e pure le meno sprovvedute australiane sono cadute due volte, al punto che quando il cronista diceva che dovevano ricucire, non si capiva se si riferiva al distacco o alla divisa a brandelli.

Due vincitori ma con una sola bandiera, per risparmiare, come piace a Thomas.