Horner, l’orgoglio americano

Christopher Horner è un americano nato a Okinawa in Giappone. Ciclista, vince molto nelle gare americane, viene a correre in Europa e, dopo un po’, fa bene anche qui, poche vittorie ma qualche piazzamento in top ten sia in classiche impegnative che in un Tour, e poi infortuni vari che gli impediscono di fare meglio. Ma, ridendo e scherzando, arriva ai 40 anni. Eppure alla Tirreno Adriatico del 2012 è tra i favoriti ed arriva secondo. L’anno dopo è ancora sesto e poi vince il Tour dello Utah, ma finché vince piccole corse a tappe nessuno si sorprende. Però a settembre vince la Vuelta battendo Nibali, che non è in forma come pochi mesi prima al Giro, ma è pur sempre Nibali.  E allora uno che ha 41 anni compiuti, è americano, è stato in squadra con l’Innominabile, se arriva a questo livello vuol dire che è dopato, per forza. Però non è mai stato trovato positivo e neanche non negativo, ma nessuna squadra lo cerca. Lo prende Saronni, ma corre poco per nuovi infortuni. Fino all’anno scorso altre squadre, altri infortuni, qualche piazzamento in America, e il ritiro. Dei ciclisti trovati positivi o sospettati, per dirne comunque bene, si dice che sono professionisti seri, fanno la vita del corridore, si allenano molto, fanno sacrifici e stanno attenti all’alimentazione. Horner invece, fregandosene dei sospetti, dice che mangia snack, junk food, ed è stato anche fotografato con alimenti e bevande di McDonald. Del resto, quando fanno i controlli antidoping, non misurano il colesterolo.

Un americano a Roma e a Parigi.

Un altro olandese (riflessioni sulla vita e lo spazio vitale)

Dirk Verschure è un fumettista vignettista olandese che ha iniziato col web e con le fanzines e poi ha pubblicato dei volumi. In Italia le Edizioni White Star hanno pubblicato di recente The real life. Riflessioni sulla vita di Dirk Verschure e Life is fun. Riflessioni sulla vita di Dirk Verschure. A una prima occhiata mi sembrava una delle tante produzioni brutte sporche e cattive, con umorismo nero e cinico e disegni molto semplici, diciamo sul genere di Daw, ma, sfogliando e leggendo, il disegno semplice diventa uno stile e si alterna ad altri disegni ricchi, a volte gotici, a volte psichedelici, o psychogotici, che possono ricordare Edward Gorey o Tony Millionaire, e l’umorismo macabro si alterna con quello surreale, sul genere di Liniers o degli stessi Gorey e Millionaire, con dei tormentoni, tra cui il più ricorrente è quello del  mostro sotto il letto. Ve lo consiglio, anche perché sono volumi brossurati, in un periodo in cui a molti gli è venuta la mania dei cartonati, che, abbinata con le tirature spesso limitate, fa pensare che loro, gli editori, pensano come se stessero facendo dei libri d’arte. Come se l’arte la facessero queste ingombranti copertine che finiscono solo per occupare spazio vitale sugli scaffali.

GIRO 2017: I COMPITI PER LE VACANZE

Quest’anno niente pagelle, voti, premi, maglie, baci delle miss, gomitate.

Alla fine del Giro d’Italia 2017, l’estate è arrivata, qualcuno si prende una vacanza, qualcun altro è stato rimandato a settembre, cioè alla Vuelta, ad altri tocca il Tour,  e  la Zeriba Illustrata per quest’anno ha deciso di assegnare i compiti per le vacanze a vari protagonisti della corsa e della trasmissione della medesima. E li assegna senza farsi problemi e preoccuparsi se sono gravosi o no, ben sapendo che l’assegno verrà scagliato a bordo strada insieme alle borracce.

RCS/MAURO VEGNI. La centesima era un’edizione speciale, ma già dal prossimo anno il Giro d’Italia può tornare a essere una corsa snobbata dai big, e per questo motivo si era parlato anche di un’altra collocazione nel calendario. Beh, se il Giro, anziché una specie di festa d’inizio estate (senza la “h”), vorrà continuare a essere il Père Lachaise del ciclismo, in autunno andrebbe bene, perché, come data finale, il 2 novembre è la morte sua.

VINCENZO NIBALI. Per me, dopo il Lombardia del 2015, tutto quello che veniva era  tutto in più. Poi è arrivato anche il secondo giro, e poi ancora un podio. Corre, non corre, vince, non vince, fa lo stesso, forse l’ideale sarebbe che concludesse la carriera divertendosi un po’ di più.

TOM DUMOULIN. Saligari non fa in tempo a soprannominarlo la volpe per la furbizia che il farfallino di Maastricht commette una serie di ingenuità. Ma vince lo stesso e, con la popolarità ottenuta e col suo modo di fare bambinesco, può girare un altro spot pubblicitario, dopo quello dello shampoo; in particolare può degnamente prendere il posto della bambina antipatica e saputella che pubblicizza gli errori del conio. Se tutto va bene, Dapporto, che alla bambina non poteva dire niente, a Tom può rifilare una gomitata.

NAIRO QUINTANA. Vuole fare la doppietta Giro-Tour e ci riuscirà. Al Giro ha risparmiato le energie in vista del Tour, al Tour si risparmierà per le fatiche già fatte al Giro, e potrà doppiare il secondo posto. A La grande corsa hanno chiesto a Nizzolo chi fosse il ciclista più antipatico, e, dopo aver fatto finta di pensarci, lo stilista milanese ha risposto Quintana, e, detto da lui, è quasi un complimento. In fondo meglio essere antipatico per valori, cultura e stile di vita differenti piuttosto che per uscite razziste, in cui si distinguono più facilmente gli italiani. Se qualcuno si illude che il mondo del ciclismo diffonda chissà che valori diversi dal resto del mondo odierno, l’ambiente, la mobilità e queste cose qua, non ha capito come stanno le cose, perché, tanto per dirne una, i ciclisti sono tutti o quasi amanti delle moto e delle auto velocissime e di grossissima cilindrata, pure chi ha la ragazza su una sedia a rotelle grazie alle auto.

BARDIANI. L’anno scorso, grazie a Colbrelli, avevano vinto la Coppa Italia, ma quest’anno sono partiti male, però puntavano tutto sul Giro. Infatti, neanche parte la corsa e già ci sono due positività, ma non di due ciclisti qualunque, bensì del più vittorioso in primavera e della bandiera della squadra. Benedetta da Davide Cassani, è la squadra che fa crescere i giovani ciclisti italiani. Se continuano a crescere così, di questo passo dovranno pedalare sul triciclo. Sempre felici nelle scelte: infatti i migliori sono quelli cui hanno detto che per loro non c’era posto in squadra. Coledan è diventato un gregario importante nella Trek.  Canola, costante e versatile, vinse un tappa al Giro, ma fu ritenuto non adatto allo spirito della squadra. E Bongiorno, era una speranza per le corse a tappe, quasi vinceva sullo Zoncolan, e poi si è perso. Canola e Bongiorno sono tornati a vincere e, dato che ora parte il mercato, e si sono liberati due posti, se i Reverberi pensano di aver fatto uno sbaglio a non confermarli, facciano finta di niente, capace che i due altrove continuano a vincere.

KRISTOFF & HALLER. Ok, guys, mettete un po’ da parte le videocassette di Bud Spencer e Terence Hill, e dedicate ddu minùt a vedere quello che fanno velocisti vecchi e nuovi, che al Tour non ci sarà molto da scherzare.

JAKUB MARECZKO. Prima di arrivare alle salite il diesse Luka Szinto ha mandato a casa il brzeszczano perché è giovane e deve crescere gradualmente, e Mareczko non se l’è fatto dire due volte. Peccato che ci sono due esempi contemporanei da considerare. Un esempio positivo, Gaviria, di qualche mese più giovane del giovane italopolacco, si è fatto tutte le salite ed è arrivato in fondo con la maglia ciclamino. Un esempio negativo, Guardini, che almeno una tappa la vinse battendo Cav, ma non ha fatto niente per crescere, e oggi non riesce a vincere neanche nella sua Malesia.  Se davvero vuole crescere, Mareczko deve fare fondo, migliorare la resistenza, e allora, dato che non esiste più la Bordeaux-Parigi di oltre 600 km, in alternativa può fare una delle tre seguenti esperienze: 1- Maratona dles dolomites, 2- 100 km del passatore podistica; 3- Coda ai Musei Vaticani.

CASA DEIGNAN. Finito il Giro mascolino e in attesa che cominci quello femminino, i coniugi Philip e Lizzie possono passare un po’ di tempo insieme, e lui può fare il gregario a lei, e accompagnarla in giro, a fare una passeggiata, a fare shopping, a passare il controllo antidoping, che lei ha la tendenza a saltare come Quintana il cordolo e Nibali il bagnato.

RUI ALBERTO FARIA DA COSTA. Non sappiamo se l’UCI gli abbia mai  chiesto il rimborso di quel titolo mondiale, che più passano gli anni e meno sembra meritato, ma in fondo c’è stato di peggio, da Brochard ad Astarloa. Non ha mai fatto bene in un grande giro, ma ha vinto tre volte un medio giro, quello di Svizzera, non ha mai vinto una classica monumento, ma solo una classica colonnina come il GP di Montreal. Speriamo che in una notte di mezza estate faccia un sogno in grande e in un giorno di mezza estate lo metta in pratica e vinca una semitappa del Tour (ma non esistono più le semitappe) o della Vuelta, o San Sebastian, o Plouay, qualcosa di mediamente importante, che diamine.

GIOVANNI VISCONTI E MIKEL LANDA. Sarebbe il caso che Giovannino Perdicorse e Michelanda facessero un pellegrinaggio in bicicletta a Lourdes, per tuffarsi con tutta la bici nell’acqua miracolosa, contro la sfortuna. Dovrebbero andarci insieme, in modo da aiutarsi a vicenda nei frequenti casi di forature e cadute durante il tragitto. Un momento, vuole venire anche Kruijswijk.

LUKAS POSTLBERGER. Leggere il Manuale del perfetto fagiano. Visto che pensa di poterci provare sempre, è importante che impari in quali circostanze non conviene, ad esempio col gruppo lanciatissimo in vista del traguardo, e in quali invece sì, tipo quando il gruppo è indeciso sul da farsi, quando la moglie dice che bisognerebbe aggiustare una tapparella, o quando vuole passare il pomeriggio al centro commerciale.

FELIX GROSSSCHARTNER. Se vuole tornare a correre in Italia, vada all’anagrafe e si faccia togliere una esse, perché, passi per le dieresi, ma tre esse consecutive sono davvero troppo.

LUKA PIBERNIK. 100esimo nelle 100esima edizione, si merita una vacanza. Un viaggetto in treno verso qualche bella località, basta che stia attento a non scendere alla fermata precedente.

LAURA BETTO. Anche se ha smesso da tempo di correre, continua a seguire il ciclismo, e poi è una bellezza non standardizzata, e allora c’è da sperare che continui a fare tv, preferibilmente in programmi sul ciclismo, che gli altri non li seguo.

DINO ZANDEGU’. Dedica una canzone a Fernando Gaviria adattando Fernando degli ABBA, e aggiornando così il suo repertorio finora basato su canzoni classiche e napoletane. Glastonbury lo attende.

SCHIANTAVENNA. Da questo esiste il blog che state incautamente leggendo, al Giro si può dire che ha sempre fatto corsa parallela col blog Schiantavenna. Poi però quest’ultimo rallenta l’attività fino al giro successivo. Forse hanno come preparatore Paolo Slongo o qualche altro teorico dei picchi di forma, forse fanno ritiri in altura sulla collina di Superga. E invece secondo me potrebbero scrivere di tante cose; ad esempio, data l’attenzione per il cibo pop, potrebbero scrivere la biografia di Chris Horner, il ciclista che mangiava snack. Se fossi un editore gliela farei questa proposta. Ma dato che non ho né i mezzi né la capacità per fare l’editore, dovrebbero portarselo da casa un editore, come i ciclisti professional con lo sponsor.  (A breve un post su Horner)

TIFOSI NAZIONALISTI. Un po’ di pazienza, si tratta di attendere fino a fine giugno, quando ci saranno i campionati italiani, e lì i “nostri” monopolizzeranno, come si dice, tutte le prime posizioni.

TIFOSI TELECOMANDATI. I ricordi e gli omaggi vanno bene quando sono sinceri e spontanei. Quando Weylandt vinse la sua tappa, chissà quanti rimasero male perché non aveva vinto uno più bravo e più famoso. E chissà quanti non lo conoscevano nemmeno dopo quella vittoria. Poi, quel cartello ormai vecchio e ingiallito si è potuto buttare per farne uno dedicato a quel ciclista che però era quasi innominabile fino a che, nel 2013, ci fu la grazia per gli squalificati pregressi graziosamente concessa da Re Nato a cancellare la fatwa precedentemente emessa dallo Sceicco Di Rocco. Poi, se tutto va bene, in futuro, ci saranno altri morti da omaggiare in favore di telecamera.

GIUSEPPE FONZI. Dice il saggio (che non è Scinto): E l’ultimo chiuda la porta!

ONE

ll Calabrone di Maastricht, Tom Dumoulone, per fare il rimontone mette il rapportone e vince il giro. E’ stato quello che più di tutti ha corso per vincere, ed è anche il primo olandese a riuscire dove Breukink ha fallito e Zoetemelk manco c’ha provato, ma, per fortuna, non va così fortissimo da vincere anche l’ultima tappa, e lascia la più grande soddisfazione della carriera a Jos Van Emden, un corridore che somiglia vagamente, anche nel modo di parlare, a Francesco Moser.  C’è soddisfazione anche per un terzo olandese, il gregarione Laurens Ten Dam che, finché correva con Mollema, non aveva mai una gioia. Durante la motocronaca Saligari aveva detto che per Tom come se non esistessero le curve, e invece alla fine viene inquadrata anche la sua ragazza e quindi basta illazioni e tutto è bene quel che finisce bene. La domanda finale è: meglio chiudere il giro con una cronometro o con la kermesse in circuito? Dato che all’ultima tappa arriva sempre Alessandro Fabretti a dire banali frasi ad effetto, forse sarebbe meglio chiudere con la penultima tappa.

A domani per il finalone.

Gradite un confetto?

Decidetevi: se c’è uno che eccelle sugli altri non va bene perché è sicuramente dopato, se c’è livellamento non va bene perché è un giro poco spettacolare. Ma in realtà è proprio la seconda cosa che si è verificata, e questo giro è stato tutto sommato poco spettacolare anche se ci sarà thrilling fino all’ultimo. Quest’anno non c’è il circuito finale con i brindisi e le chiacchiere in corsa e Pozzato che cerca di infilarsi nelle foto, e allora il farfallone di Sandrigo, in cerca di un’ultima inquadratura, va in fuga, sorprendendo anche la sua massima ammiratrice AdS, ma non dura. Sul Grappa la squadra con i capelli rinforzati fa un ritmo come se stessero preparando chissà cosa, e invece, come direbbe Paolo Nori, è successo chissà niente. E allora fin lì la cosa più interessante è stata l’intervista a Michele Coppolillo, evocato all’inizio del giro in combutta col blog Schiantavenna, ed è stato opportuno ricordare il suo terzo posto alla Sanremo del 96, perché le sue lunghe fughe e disperate sono rimaste di più nella memoria. Poi, sull’ultima salita attaccano tutti gli uomini di classifica tranne Dumoulin, che però si difende e perde poco. Quintana, sparagnino come al solito, non si prende la responsabilità della maglia rosa, e Pinot in volata vince una tappa che sarebbe stata soddisfacente se fosse stata una corsa in linea, ma, vista nell’ottica del giro, finisce solo per accorciare e accartocciare ancora di più la classifica. E purtroppo la maglia rosa è proprio dell’ultimo che ci auguravamo; infatti domani ci toccherà di nuovo vedere il corridore precolombiano, uno che sembra intagliato nel legno, nell’imbarazzante completino confettino rosa. Ma, ripeto, se ci sarà incertezza fino all’ultimo, non c’è stato comunque tutto lo spettacolo che quelli della RAI vogliono farvi credere, e anche oggi una AdS che sembrava quasi sotto l’effetto di eccitanti, all’inizio del Processo ha fatto una sintesi veloce urlata ed esclamativa della tappa. La RAI ci nasconde la verità, e infatti pure nel dopotappa ha cercato di distrarci, inquadrando gli sguardi incrociati di Quintana e Dumoulin, ma, mentre Rizzato intervistava i ciclisti, dietro di lui si intravedeva un cartello con la scritta “Spogliatoio Miss”. Un giro intero e mai un servizio su questo importantissimo settore che tante cose interessanti avrebbe potuto rivelarci.

Psychoprocesso

La La Landa

Il Giro del Belgio è la corsa su strada preferita dai ciclocrossisti, forse perché tra Belgio e Olanda risiede la maggioranza della popolazione mondiale di pedalatori campestri. Ieri stavo leggendo l’ordine d’arrivo della seconda tappa, ha vinto Mathieu Van Der Poel, neanche il tempo di pensare che è un fenomeno, perché pochi giorni fa ha gareggiato nella Coppa del mondo di mtb, e vedo al terzo posto, con in mezzo il malcapitato Gilbert, il suo acerrimo nemico Wout Van Aert. Questo è un dualismo, di quelli che fanno la felicità di Beppe Conti, dove va uno va anche l’altro, e se sono in forma non ce n’è per nessuno. Ma quello che sta succedendo al Giro non è la stessa cosa. Dumoulin l’ha fatta grossa, e non mi riferisco a quella nei campi, anzi, proprio l’incidente intestinale gli aveva procurato anche un po’ di simpatia e stima aggiuntiva, per la sfortuna (o inesperienza) e per la capacità di riprendersi, ma soprattutto Dumoulin stava dimostrandosi il più forte, superiore sul passo senza perdere in salita. Poi ieri quella dichiarazione infelice, contro i due principali rivali, mentre è tutto da dimostrare che gli altri, quelli che hanno beneficiato del surplace, vorranno e potranno essergli alleati, e così in pochi minuti ha perso molte delle simpatie. Il putto di Maastricht, con tono dispettoso, dice che Nibali e Quintana sono invidiosi di lui, perché lui è forte, alto, bello, biondo, no, biondo no, ed è un uomo che non deve chiedere mai, tratta le donne a gomitate e, nonostante ciò, quelle gli stanno sempre addosso per baciarlo, mentre i due rivali sono piccoli, brutti e neri. La cosa ha fatto arrabbiare Visconti, vabbe’ non ci vuole molto, come non detto, però ha fatto arrabbiare Nibali che è più zen di Visconti, ma non nel senso di quartiere palermitano, e se l’è legata al dito, anzi, visto che le dita gli servono per guidare la bici come pochi, si è fatto prestare un dito da Sioutsou, così almeno si rende utile. Però questa al massimo potrà essere una rivalità occasionale e accessoria, perché non si può pensare a un dualismo tra un corridore giovane e uno che, solo quando c’ha il picco di forma, è ancora fortissimo, ma è comunque alla fine della carriera, e poi c’è anche il terzo uomo, e Quintana non so quanto si farà coinvolgere dalle polemiche. Il corridore precolombiano è uno dei più ciclisticamente cinici, che non vuol dire che non faccia sbagli, e probabilmente, finché gli converrà, continuerà a fare lo gnorri: E’ scattato il quinto? Toh. E’ scattato pure il quarto? Che combinazione. E’ scattato pure il terzo? Speriamo ci mandi una cartolina. Con queste premesse inizia la terzultima tappa e Dumoulin si chiarisce con Nibali, scuse accettate, pace fatta e amici come prima. E infatti alla prima discesa tirano i Sunweb e spezzano il gruppo, ma Tom rimane dietro, e allora i Movistar e i Bahrain affondano. Del resto si passa da Sappada, un luogo che ricorda altri agguati (chiedere a Visentini, ma scappare prima della risposta). Ma Dumoulin si stacca anche sull’ultima salita, Quintana e Nibali, tanto per cambiare, si guardano un po’ troppo, e si muovono soltanto quando, proprio come ieri, un po’ alla volta sgattaiolano Pinot, Zakarin e Pozzovivo, e così finisce che Quintana, il più sparagnino, prende la rosa, la classifica si accorcia ancora di più, e chi l’avrebbe mai detto che in un giro con tutte queste salite qualcuno rischia di rimpiangere un buco, un abbuono, un tentennamento o una bua al pancino. Ah, ma c’è stata pure la tappa, e continuano ad arrivare le fughe, e questa volta cosa hanno pensato i beautiful losers (chiamiamoli così, gli dà un tono)? Luigi Leone, Rui Costa e Michelanda sono andati in fuga tutti insieme appassionatamente, pensando che non potevano perdere tutti, uno per forza doveva vincere, come direbbe anche Greipel: 1 tappa 1 vincitore, non uno di più, non uno di meno. E quell’uno è stato Landa, che ha vinto alla presenza dei genitori, e per lui, che vincerà anche la maglia azzurra, è finalmente festa, e può essere contento anche in prospettiva, perché conferma che nella terza settimana c’è, il problema è la prima; risolto quello, potrà vincere un giro. Oggi si era in Friuli, si è passati da Lestans, dove hanno intervistato un giovane, di cui non ricordo il nome, che è stato precoce in campo informatico. La premessa e i libri e gli oggetti nella sua camera facevano pensare a un nerd astratto dal mondo, ma nell’intervista ha detto che non esiste un popolo della rete, ma esistono delle persone, e mi è sembrato più pratico e di buon senso rispetto a tanti elzeviristi corsivisti che continuano a demonizzare i social e a parlare dei cosiddetti haters, come se questi esseri immondi li avesse creati il web. Invece sono sempre esistiti, solo che prima si dedicavano a pratiche oggi quasi dimenticate, un po’ come tutte quelle attività artigianali che vengono riesumate solo quando la tivvù, per certe rubriche turistiche-alberghiere, va in alcuni paesini a mostrarne un’immagine idilliaca, toh, guarda, c’è la nonnina che ricama, e la ragazza che, invece di andare col culo di fuori come tutte, indossa il costume tradizionale, oh, l’artigiano che lavora il rame. Ecco, quelle rubriche, per completezza di informazione e anche amore di verità, va’, se davvero esistono questi borghi analogici, potrebbero anche mostrarci dei teppisti e dire: oh, pensate, questi teppistelli non scrivono cattiverie su internet, ma vanno ancora a suonare i citofoni, a sfottere i vecchi, o a tirare sassi dai cavalcavia, come si usava una volta.

Landa finalmente sorride.

Tom Tom cacchio cacchio

Mi piace il ciclismo e seguo le corse a prescindere dai nomi e dalle nazionalità dei protagonisti. Però viene anche da chiedersi per quanti anni ancora potremo seguirlo. Il Giro d’Italia occupa una rete generalista e butta fuori i programmini di taglio e cucito, inteso sia come lavori domestici che come gossip, e i telefilmini che possono andare in replica quando arriva l’estate, però per le altre corse non è lo stesso, e devono sgomitare come velocisti all’interno dell’unico canale sportivo, contendendosi lo spazio con calcio, basket, calcio, sederi delle pallavoliste, calcio, biliardo, calcio, lippa, e a volte anche calcio. E per quanti anni ancora gli italiani vorranno vedere il giro senza poter esercitare l’hobby del nazionalista? Ricordando forse vecchi filotti, come le 5 tappe consecutive al Tour del 1991, qualcuno sperava che la vittoria di Nibali scatenasse un risorgimento ciclistico italiano, che cacciasse dal suolo italico il nemico, fagiani compresi, e invece subito, la tappa successiva, si è tornati alla realtà. Pochi italiani hanno partecipato all’evasione di massa, e fra loro qualcuno ha lavorato per il capitano, qualcuno ha dovuto arrangiarsi, e alla fine il meglio classificato è stato Busato, solo quinto. Uno e mezzo lottano per la classifica, nessuno vince le tappe, nessuno è costantemente nelle fughe dopo che Benedetti ha messo la testa a posto e si è trovato un lavoro da gregario. Si potrebbe fare un convegno con uno di quei titoli originali tipo “Ciclismo italiano: quale futuro?”. Qualcuno potrebbe dire che anche il campionato di calcio, pieno di stranieri, non perde interesse, ma lì c’è almeno l’attaccamento ai club, che nel ciclismo allo stato non c’è, né potrebbe esserci con squadre sempre cangianti, al più può sopravvivere solo in certe zone d’Italia, solo per i dilettanti, con le corse di strapaese tanto ambite, e poi, quando c’è una corsa internazionale, sono mazzate da australiani inglesi ed esteuropei, e poi ci si meraviglia che i giovani non crescono bene. Ci sembra quasi che qualunque straniero potrebbe migliorare il livello del ciclismo italiano. Beppe Conti dice spesso che è un peccato che Sagan non sia veneto, potrebbe chiamarsi Pietro Sagàn, ma ci potremmo accontentare di meno, ad esempio prendiamo i due superfuggitivi: Pavel Brutt potrebbe essere emiliano e chiamarsi Paolo Brutti (purché non canti) e Daniel Teklehaymanot potrebbe essere padano e chiamarsi Daniele Tecleaimanotti, ce lo vedo bene. E pure Alberto Rui Costa potrebbe essere italiano, ma anche no. Ma oggi inizia una serie di tappe, tutte potenzialmente decisive, e agli altri non so quanto spazio possa rimanere. Da oggi ogni occasione può essere buona per vincere la classifica, o salire sul podio, e non sfruttarla potrebbe lasciare grossi rimpianti. Non bisogna lasciarsi sfuggire le buone occasioni; prendete la RAI, ieri al processo è andato Purito Rodriguez, uno dei pochi che può dire qualcosa che valga la pena di ascoltare nel piattume banalume diffuso, e invece non l’hanno fatto parlare, perché c’era ospite d’onore specialissimo Nibali, i microfoni e le orecchie erano tutte per lui, e lui non si è fatto pregare, almeno non ulteriormente, e Nibali, almeno quando è in gara, è un lapalissiano convinto, sto bene, se posso attaccare attacco, se non ce la faccio mi stacco, rispetto gli avversari, bene la squadra (la Bahrain, ma voi potete pure chiamarla semplicemente Pellizzotti). Passiamo alla tappa, che è dolomitica, e sarà tappina o tappone, dolo o mitico, Dumoulino o Dumoulone? E invece va ancora la fuga delle seconde linee, dei luogotenenti, delle mezze punte, dei gregari, dei mediani, dei mediocri, dei perdenti, vabbe’ non esageriamo, insomma degli altri, non c’è Polanc che prevedibilmente perde quello che aveva guadagnato ieri, e, a conferma di quello che dicevo, ci sono due eterne speranze italiane, Vilella e il redivivo o ritornante Rosa, ma lavorano per capitani foresti. Fa piacere che in un giro in cui c’è stato tanto, troppo fairplay, per le maglie diciamo minori non ci sia già il no contest, il lasciarla a quello in testa alla classifica per non pestargli i piedi, come a volte accadeva, ma ci sia ancora lotta, come per la maglia azzurra, con Fraile e Landa che ancora se la contendono. E forse il dividersi su due obiettivi nuoce a Landa, perché quando resta in testa col solo Van Garderen, riesce a perdere come l’altro giorno con Nibali, e se qualcuno tante volte avesse sospettato che Landa avesse lasciato la tappa all’ex compagno nel giorno dedicato all’altro ex compagno, si rassicuri, è tutto regolare, è Landa che si comporta da pollo. Va detto onestamente che lo spagnolo ha avuto anche difficoltà con la radiolina, perché a un certo punto, col suo segnale potentissimo, Radio Maria si è sovrapposta alla voce di Cioni. E curiosamente vince l’americano col nome strano, nel giorno in cui qualcuno ipotizzava per lui addirittura una forma di depressione, e lo invitava a rollandizzarsi, e chissà che Tejay non gli abbia dato retta. La fuga non ha mai preso il quarto d’ora di vantaggio come da tradizione del genere, e a oltre 50 km sembrava che non ci fosse speranza, perché dietro sembrava che stesse per succedere qualcosa di clamoroso. Infatti attacca Quintana, come fosse Contador, vuole fare l’impresa, oppure è un bluff, gli altri non si muovono, Nibali salirà col suo ritmo, no, scatta anche lui, lo riprende e lo stacca oppure scoppia, intanto raggiunge Quintana, se ne vanno loro due, Dumoulin non si scompone e tomo tomo in poco tempo li raggiunge. Nella salita successiva gli scattini di Quintana non fanno paura a Dumoulin, che si diverte a scattare anche lui, e i tre favoriti iniziano a controllarsi, fanno quasi il surplace, ma Quintana e Nibali fanno la figura di Roche e Criquelion a Liegi nell’87, solo che di Argentin ce ne sono tanti: uno o due alla volta scattano gli altri uomini di classifica, Pinot e Pozzovivo, Zakarin, Kruijswqualchecosa e Mollema, e Dumoulin dice ai rivali: Mo’ annateli a pija’! E però alla fine Tom è sempre più roseo, mentre rischiano addirittura il podio sia Nibali, nero in volto, sia Quintana, che è sempre imperscrutabile e poi, come direbbe Silvio B, è abbronzato. Nelle interviste dopo tappa Dumoulin dice di non capire i due rivali, che hanno rischiato il podio, e rincara la dose dicendo che sarebbe bello se davvero lo perdessero, per niente diplomatico e anche bambinone: per il nuovo Indurain ripassate che non è ancora disponibile. Al corrente di queste affermazioni, Nibali, a differenza di ieri, non si risparmia, e di Dumoulin dice che è spavaldo ma anche bravo, oscilla tra le accuse e la diplomazia, parla addirittura di karma, e sinceramente da Nibali il karma non me lo sarei mai immaginato, ma comunque si capisce che, appena gli capita l’occasione, cercherà di far rimangiare a Dumoulin quello che ha detto, che per l’olandese sarà sempre meglio del gel lassativo.

Animi elevati e zuccheri calati

Salite iniziali e poi vallate + prossime tappe tutte decisive = fugona. E va in fuga mezzo gruppo, tra cui quasi tutta la Dimension Data. Questa era anche la giornata ideale per celebrare il PUCC100 Day e il siculumbro è riuscito ad entrare in questa fuga fluida, con alcuni che si avvantaggiano, soprattutto in vista di traguardi parziali, e altri che si svantaggiano, se si può dire, e si ricompattano e frammentano e riuniscono, insomma ci siamo capiti. Però i Cielo non credono molto in Puccio e non lo raggiunge nessun compagno per aiutarlo nell’impresa. Altre squadre hanno più elementi, tra cui la UAE, che però è pur sempre la sconclusionata squadra di Saronni che era anche gli anni scorsi, per di più puntando su Rui Costa che è tutto dire. A un certo punto si ha pure l’impressione che gli emiratini non sappiano bene quale obiettivo prioritario porsi, perché sembrano inseguire anche il prestigioso traguardo della maglia rosa virtuale con Polanc. Ma la UAE è proprio una squadra virtuale, potenziale, poi alla fine perdono l’attimo e addio. Rui Costa infatti vince la volata del gruppo, ma peccato per lui che se n’era andato via Rolland e nessun ha colto l’attimo più che mai fuggente, mentre Polanc finisce pure staccato e quello che ha guadagnato è facile che finisca per perderlo con gli interessi. Invece Rolland, che finora sembrava quasi la caricatura di quello degli anni scorsi, oggi ha azzeccato tutto, aiutato anche da un grande stopper come Woods. Anche Puccio si stacca nel finale e forse il Giro PUCC100 finisce qui, la squadra non ha creduto nell’obiettivo che la Zeriba le aveva posto a sua insaputa e le prossime tappe non sono adatte a lui. Però se riuscisse a trovare le energie per una nuova avventura non si può mai dire, gli uomini di classifica si cureranno tra loro più che pensare alla tappa. Ormai sono tutti stanchi, non solo i ciclisti, anche i giornalisti che mettono insieme parole quasi a caso, a orecchio, senza badare al risultato complessivo. Andrea De Luca, ad esempio, dice: Nella concitazione del momento agonistico gli animi sono elevati, e non so dove abbia colto nel gruppo i segni di una improbabile deriva zen. Petacchi ci lascia un dubbio non ciclistico ma linguistico, perché, ricordando che ieri aveva supposto che la crisi di Dumoulin fosse dovuta all’ingestione di troppi gel, ha detto: Come avevamo detto io nel Processo, e quello che ci si chiede è se questo è plurale maiestatis. E Alessandra De Stefano di Rolland dice: Ha messo il segno della bandiera francese sotto la sua vittoria; è andata in crisi ipoglicemica? Questa è una situazione favorevole agli uomini resistenti, e molti hanno fiducia in Zakarin, per il quale Alessio Di Basco si propone come insegnante di discesa. In attesa che migliori in questa specialità, Martinello ci dice che Zakarin è uno che esce alla distanza, semmai esce di strada, ma comunque esce.

Come Di Basco si preparava ad affrontare le discese.

Più morti che vivi

Oggi c’è il tapponissimo, tanta salita, tanti km, e quindi niente da eccepire se non parte Albanese, che è il più giovane del giro centenario, è uomo veloce, e non è il caso di sottoporlo a certi sforzi a soli 20 anni. Il suo non è stato un giro anonimo, perché è andato un paio di volte in fuga, ma ugualmente i media locali se ne sono disinteressati. Non ricordo neanche l’ultimo campano che ha partecipato al giro, basterebbe questo, poi chissà, diventasse un vincente uscirebbe fuori qualche sindaco fasciato, qualche campanile a festeggiarlo, ma è difficile; non bastarono un mondiale under a Figueras e due campionati italiani e due tappe al Tour a Commesso. Già in partenza si poteva immaginare il tono di questo Giro: Cima Coppi, Montagna Pantani, Salita Scarponi, e per il centenario ricordi di qua e omaggi di là, e santuari religiosi e laici. Ma oggi, poi, alla partenza c’è un triplo minuto di raccoglimento, cioè per l’attentato a Manchester e per due sportivi morti in bicicletta, poi c’è la Salita Scarponi, e alla fine c’è anche il ricatto morale di AdS, che intima agli spettatori di vedere stasera un programma RAI su Falcone e Borsellino, perché oggi sono pure 25 anni dalla strage di Capaci, dove, non lo so con certezza, ma penso che fu utilizzato molto più esplosivo che a Manchester. E allora direi che se fosse tutto qui, mi meraviglio che la criminalità organizzata, non solo non sia stata sconfitta, ma sia penetrata culturalmente nella società, qualcuno potrebbe dire che il suo sistema di valori sia molto condiviso. Però fate così che vi conviene: stasera, invece di perdere tempo su internet, vedetevi il programma su Falcone e Borsellino, così starete a posto, e domani mattina potete parcheggiare in sosta vietata, preferibilmente in seconda fila, entrare in uno dei tanti bar che puzzano di camorra, lussuosi davanti e antigienici dietro, e ordinare qualcosa che costi molto, che vi verrà servito da un cameriere che, da quando hanno abolito i voucher, lavora al nero, e nessuno potrà venirvi a fare la morale, perché avete visto quel programma in tv. Dicevo l’omaggio a Scarponi, cui hanno dedicato il Mortirolo, il suo compagno di squadra Luigi Leone va in fuga e tira solo lui, se omaggio a Scarponi deve essere che vinca lui il GPM, che essendo dedicato a Scarponi è a punteggio doppio, e insomma omaggiando omaggiando, con questo buonismo Luigi Leone Sanchez Bidone rischia di pigliarsi pure la maglia azzurra. Insomma, dicevo del tono quasi funereo di questo giro, e, se gli altri anni la trasmissione tv era una specie di doposcuola, con nozioni storiche, geografiche, scientifiche, artistiche e letterarie, quest’anno invece è stata una specie di visita al Père Lachaise ciclistico. E pure i ciclisti superstiti sono ormai stanchi, le energie residue sono poche e la crisi può arrivare all’improvviso. La Sky partecipa alla fuga con mezza squadra, manca Puccio che riserva le energie per il suo grande giorno, si fa anche lo Stelvio 1, poi si scende, poi si fa lo Stelvio 2, e lì si ferma Dumoulin. La maglia rosa ha un problema gastrointestinale, e non sono le farfalle di Maastricht nello stomaco, ma i rinoceronti della savana nell’intestino. Ha superato il Blockhaus, ma non lo Squarhaus,  e nella tappa regina gli occorrono i rotoloni omonimi, poi all’arrivo scopriremo perché, il gruppo dei big rallenta per un po’, ma lui, che l’altro giorno aveva fermato il gruppo perché Quintana era caduto, all’arrivo prima dice che l’hanno tradito, poi forse ci ragiona un po’ e dice di essere arrabbiato con sé stesso. E, vedendo questo suo atteggiamento da bambinone, capiamo cosa gli è successo: ha fatto indigestione di gelato gusto schtroumpf (in italiano puffo); ma di sicuro da lui non aspettatevi più fairplay, col cavoletto di Bruxelles! Ma se c’è uno che potrebbe lamentarsi è Nibali, che se non avessero rallentato una volta pro-Quintana e un’altra pro-Dumoulin, adesso sarebbe più vicino, o avanti, ad entrambi. Già, perché Nibali attacca sul finire dello Stelvio, poi si butta in discesa, stacca di un tot Quintana, raggiunge l’ultimo fuggitivo Landa, fa un po’ di numeri, il salto del bagnato e la curva interna, e vince. E qui i patriottardi hanno da essere contenti fino a un certo punto, perché chi vince i Grandi Giri? Nibali. Chi vince una Classica Monumento dopo anni di astinenza? Nibali. Chi è l’unica punta plausibile per l’Olimpiade? Nibali. Chi vince l’unica tappa italiana e centenaria? Nibali. Chi aveva vinta l’ultima tappa prima di oggi? Nibali. Ho detto tutto. Pozzovivo si difende bene, è un po’ rallentato in discesa prima da due moto che si accostano tra loro a sbarrargli la strada e poi dal fatto di avere davanti Terrore-Zakarin, e riesce ad arrivare quarto, ma secondo me, oggi, se invece che Pozzovivo si chiamava Pozzomorto, capace che andava anche meglio.