Ci stiamo sbagliando garçons

In Francia c’erano due corse che avevano in comune di essere organizzate da giornali, Midi Libre e Dauphiné Libéré, di corrersi in preparazione del Tour ed entrambe nel sud del paese, Linguadoca-Rossiglione al confine con la Spagna, e Alpi al confine con l’Italia. Il Grand Prix du Midi Libri è stato vinto sette volte da italiani (Moser, Panizza, Bortolotto, Saronni, Contini, Fondriest, Elli) e il Criterium du Dauphiné mai, e una delle due non si corre più, ça va sans dire quella sbagliata, cioè quella dove vincevano gli italiani. Al Delfinato le tappe spesso finiscono presto per la concomitanza col Roland Garros, a cui l’Italia per la trasmissione ci aggiunge di suo la concomitanza col calcio, che non è difficile perché c’è tutti i giorni a tutte le ore, ma quest’anno in fondo non possiamo lamentarci. Le prime tappe sono di circostanza, cioè può esserci la volata o la fuga. E due volte arriva la fuga, e per sbaglio vincono De Gendt e Bouwman che si trovano davanti per i GPM e continuano, vediamo che succede, difficile arrivare, ci vengono sicuramente a prendere, no, perché le squadre dei velocisti o sbagliano i tempi, o sbagliano a pensare che tocchi alle rivali di tirare, o semplicemente vogliono guardare il paesaggio, mica è un privilegio solo del pubblico? E questa è uno dei vantaggi del ciclismo, che pochi sport possono far apprezzare così il paesaggio, e questa motivazione turistica-alberghiera è importante  per l’organizzazione delle corse. Del resto solo questo può spiegare una megadiretta per una corsa amatoriale, il grande spot per le Dolomites, col pretesto di una corsa che conforta i tanti cicloamatori che così hanno la prova di esistere come ciclisti, in fondo come noi con questi blog crediamo di avere la prova che esistiamo come persone che scrivono, più o meno, e forse ci sbagliamo. E il Delfinato dimostra anche che bisogna stare attenti a scegliere i direttori delle corse; lì hanno Thévenet, che a un certo punto si deve preoccupare pure della zip della maglia indossata sul palco, e allora se in Italia si scegliesse un direttore sbagliato, mettiamo Pippo Pozzato o Andrea De Luca o Alessandro Brambilla, quello potrebbe sbagliarsi e andare a verificare la zip del vestito delle miss. Dicevo le tappe di circostanza, due volte c’è stata la volata, una l’ha vinta Démare e un’altra un giovane emergente, si può dire l’avanguardia del nuovo ciclismo tedesco, Phil Bauhaus, che se avesse scelto di fare arte avrebbe avuto un cognome ingombrante, e poi tutti si sarebbero aspettati che facesse arte d’avanguardia, niente paesaggi o nature morte per dire, e invece fa ciclismo e va bene così. E deve ringraziare anche i due velocisti della Direct Energie, in cui Coquard ha sbagliato a dire troppo presto che cercava squadra e Petit ha fatto la volata per conto suo, sbagliandola pure e tirandola al tedesco, e alla fine c’è il rischio che Coquard non vada al Tour, e se la sua squadra pensa di poter vincere una tappa in volata con Petit stanno freschi. Poi c’è stata la cronometro, e lì tutti a fare ipotesi e illazioni sulla forma e la salute dei vari pretendenti al Tour, tutte o quasi sbagliate, metà smentite nelle tappe successive l’altra metà sarà smentita al Tour même. Arriviamo alle salite e lo spettacolo è in discesa, roba da capogiro quella con Froome con dietro Porte Aru e Fuglsang, poi volata tra inesperti della disciplina con Froome che stringe Porte che gli urla ma è rallentato e vince Fuglsang che ci hanno detto centosei volte che è dato in gran forma. Poi c’è l’Alpe d’Huez, da un altro versante, dimezzata, salita classificata come seconda categoria, giusto per dire che c’è l’Alpe d’Huez, e arrivano due scalatori, no due pistard, e l’inseguitore nel finale stacca il velocista. Manca una tappa e l’impressione è che Porte è in gran forma e infatti è primo in classifica, Froome non è quello degli altri anni ma tiene, Fuglsang è in gran forma ma, dati i suoi standard, anche vincere in una volatina è già tanto, e Aru non ce l’aspettavamo già così ma non deve esagerare e poi è stato meno brillante il penultimo giorno. Insomma quasi tutto e quasi il contrario di tutto. Da recente tradizione l’ultima tappa delle piccole corse a tappe, soprattutto Parigi Nizza e Delfinato, vede la fuga da lontano di Contador a cercare di ribaltare la classifica, ma Contador questa volta non ce la fa neanche a tentare, e quello che ci si sarebbe aspettato da lui lo tenta l’ex sparagnino Valverde, in compagnia con Aru. Altra cosa che ci si attende è che Froome e Porte siano sempre amici e facciano corsa parallela e leale, e invece corrono con reciproca cazzimma, tiri tu, poi ti scatto in faccia e ti lascio lì, ti raggiungo e ti stacco senza neanche guardarti in faccia, e insomma nel finale la maglia gialla virtuale cambia continuamente, Aru, Valverde, Froome, Porte, Fuglsang, Froome, Porte, finisce che vince Fuglsang, cui quell’argento sbagliato di Rio, cioè ottenuto per lo sbaglio in discesa di Nibali e Henao, gli ha dato più convinzione in sé stesso, e ora si è messo  in testa di poter vincere il Tour, e ha abbandonato l’idea del Fiandre, e con quel fisico chissà che non sbagli. Tra gli altri c’è una grande resistenza di Porte che sembra il più tenace, e perde per 10 secondi, per fortuna, perché se Froome non l’avesse chiuso allo sprint di qualche tappa prima, la differenza con Fuglsang sarebbe stata di soli 2 secondi, ma sempre a vantaggio del danese, e quindi nessun rimpianto. Le squadre dei due (ex?) amici, Cielo e BMC, qualche volta hanno lasciato da soli i capitani, e il miglior gregario di Froome è stato Kwiatkowski, ma portare il fenomeno polacco al Tour solo per fare il gregario all’anglokenianosudafricano sarebbe un grosso sbaglio. Ora c’è la staffetta col Giro di Svizzera, come un lancio all’americana, e lì vedremo se saranno lo stesso cose da pazzi o sarà una corsa più ordinaria. Intanto una novità c’è stata, un prologo del prologo. Il giorno della presentazione delle squadre c’è stata una sfida sui rulli tra un rappresentante per ogni squadra, e uno potrebbe anche pensare che questo è il futuro del ciclismo, correre sui rulli ed evitare i rischi della strada, gli incidenti e le cadute. Sbagliato: per la troppa foga Bonifazio che voleva spaccare il mondo è riuscito a cadere lo stesso.

Il confronto sbagliato.