Delfinato

Quando uno non ha niente da scrivere ma vuole farlo comunque, facile che scriva fesserie. Con questa corsa preparatoria al Tour che finora non ha detto niente di particolare, la fugona già vista di De Gendt che ogni tanto gli riesce, e la volatona di Démare che ogni tanto gli riesce, e la sopravvalutaziona (in accordo con le altre parole in “ona”) di Ulissi e Colbrelli, che ogni tanto sbagliano e gli riesce di vincere, allora pensavo una cosa che ogni tanto penso, forse perché ne ho letto o sentito da qualche parte e poi è rimasta in un angolo della memoria, e pure a cercare su internet non è facile trovare qualcosa di affidabile, e non sai se è una leggenda, o un’esagerazione, o un falso allarme, o un fraintendimento di un altro tipo di rischio, ma, e vengo al dunque, con tutta l’abbondanza di tonno che c’è nell’alimentazione mondiale, mi chiedo se non è che ogni tanto ci infilano in mezzo un po’ di carne cetacea, per cui può capitare che uno pensa di mangiare vitello tonnato ma invece mangia vitello delfinato.

Ghino vs Escher

I vignettisti, non quelli che fanno le caricature dei politici, ma quelli che disegnano le vignette che per lo più vengono pubblicate sui giornalini di enigmistica, quanto guadagnano non mi interessa saperlo. I premi li vincono, e agli addetti ai lavori sono noti, ma pure mi sembra un lavoro per certi aspetti ingrato, perché su quei giornalini vengono pubblicati, ripubblicati anche a distanza di anni, anonimi, a riempire spazi più o meno fissi, e spesso riprodotti troppo in piccolo per essere apprezzati appieno, e la maggior parte del pubblico forse non li distingue nemmeno. Ma qualcuno è fin troppo attento: ricordo di aver visto, tra i vincitori del prestigioso Concorso di Fantasia Grafica “Questo l’ho fatto io”, indetto trimestralmente da La Settimana Enigmistica, disegnatori che copiavano, oltre che lo stile di Jacovitti, anche quello di due tra i più visti, Tubino e Ghino Corradeschi. Quest’ultimo, longevo disegnatore senese, in realtà quel concorso l’ha vinto anche di persona, che di per sé non sarebbe gran cosa se pochi anni fa ci sono riuscito anch’io, ma ha vinto vari premi del settore, e si distingue anche perché fa cose originali e surreali, insomma non quelle vignette con le donne che chiacchierano o spendono i soldi del marito, o con i mariti che lavano i piatti e i cani che si siedono sulla poltrona degli stessi, che ormai non se ne può più di queste vignette obsolete. E in questi giorni, riprodotta in piccolo in uno dei tanti settimanali di giochi e umorismo o presunto tale, c’era questa vignetta che ho ingrandito, e mi chiedo se qui Ghino pensava al famoso disegno Cielo e acqua del famoso artista olandese Maurits Escher (ancora un olandese) con i pesci che si trasformano in uccelli, ma, ci pensasse oppure no, è una bella vignetta e surreale.

LA ZERIBA SUONATA – il Bolero di McAloon

In Scozia, all’inizio degli anni 80, c’era l’etichetta Postcard, da cui si può dire che sono partiti tre decenni e oltre di pop scozzese, australiani compresi, perché i Go-Betweens erano del giro, e in fondo all’Eurofestival da qualche anno partecipa anche l’Australia. Gruppi come Orange Juice e Josef K facevano un pop rock soul rumoroso, ancora influenzato dal punk: i primi, ad esempio, rifacevano I Dont’ Care dei Ramones. Da lì, anche attraverso la Creation Records, altri gruppi hanno continuato a fare canzoncine rumorose, Pastels, Shop Assistants, i più rumorosi di tutti Jesus and Mary Chain, e, fondendo il rumore con la musica gassosa dei Cocteau Twins (anch’essi scozzezi), nacque lo shoegaze, con i capofila My Bloody Valentine. Ora non saprei dire se effettivamente Jesus and Mary Chain si guardavano le scarpe mentre si esibivano (atteggiamento da cui derivò il nome del genere), anche perché può darsi che non le avevano più perché i litigiosi fratelli Reid le avevano tirate a qualcuno o se l’erano date in testa tra di loro. Ma ci sono stati anche gruppi che hanno messo da parte il rumore e si sono dati a un pop soul un po’ country, come Aztec Camera, Lloyd Cole and the Commotions e Prefab Sprout, e gli australiani di cui sopra, fino ad arrivare poi a Belle and Sebastian e Camera Obscura. Questa corrente, se vogliamo chiamarla così, era attratta dalla cultura americana, e lo stesso Edwyn Collins, leader dei disciolti Orange Juice, con A Girl Like You, un pezzo elvisiano, ottenne un effimero successo, prima di avere seri problemi di salute. E problemi di salute ha avuto anche Paddy McAloon, il leader dei Prefab Sprout, che erano i più sofisticati tra tutti, e facevano canzoni che ancora oggi, se ti entrano in testa, poi è difficile toglierle, ad esempio Appetite. Nel 1990 i Prefab Sprout incisero un concept album, Jordan: The Comemback, forse il disco più ambizioso, che conteneva anche un bolero, intitolato al famoso bandito americano Jesse James. Io lo posto questo Jesse James Bolero, ma voi non lo ascoltate, che se vi entra in testa poi non lo togliete più.

il bignami del Giro

In occasione del Giro 100 sugli scaffali delle librerie sono apparsi libri di taglio geografico storico politico economico di costume, e poi memorie di Chiappucci (e va bene) e di uno che ha i soldi e gli è venuto lo sfizio di raccontare le sue memorie, e in un paese di leccaculi figuriamoci se qualche editore gli diceva ma chi se ne frega, macché, anzi, ci racconti. Però poi un libricino sul ciclismo ciclistico, insomma le corse, è uscito. Infatti l’Editore Gremese ha una collana di piccoli libretti intitolata “Le 100 parole”, che ha pubblicato volumetti su internet, la Bibbia, il Corano, la Massoneria, Totò, e per la centesima edizione del Tour aveva tradotto una pubblicazione francese simile, Le 100 Storie del Tour de France. Quest’anno ha fatto uscire Il Giro d’Italia in 100 imprese, scritto dal giornalista televisivo Fabio Panchetti, in cui c’è il riassunto di ogni edizione del giro, la scheda delle varie maglie, un po’ di dati statistici e un’intervista finale al CT Cassani. E’ una specie di bignami del Giro d’Italia; per approfondimenti e storie segrete, già svelate da Beppe Conti o ancora da svelare, bisogna cercare altrove; eppure qui la prima cosa che sono andato a leggere è stato il capitoletto sul giro del 1987.

LA ZERIBA SUONATA – Thao, solo omonima

I lettori della Zeriba Illustrata sapranno certamente che il miglior ciclista vietnamita in questo periodo è Thanh Tam Nguyen (ah, non lo sapevate? strano), mentre in campo femminile va forte Thi That Nguyen, e ci sono altri Nguyen ancora, non so se sono parenti. Credo che molto semplicemente “Nguyen” sia un cognome molto diffuso. Ma Thao Nguyen non è una ciclista, anche se in questo video scorrazza in bicicletta, e non è neanche una nuotatrice, anche se la canzone si chiama “Piscine”. E poi non è neanche vietnamita.

Thao Nguyen è nata in Virginia, e il suo gruppo ha un nome semplice, facile da ricordare: The Get Down Stay Down. Da un rock più indie, che è come non dire niente e fate prima a farvene un’idea col pezzo precedente, si è spostata verso una musica meno immediata, che viene accostata a St. Vincent e ai Talking Heads. Sui siti italiani di recensioni critiche di gente che ne capisce non se ne parla benissimissimo, però io da un po’ ho l’impressione che ormai si sia diffusa una  contropuzza sotto il naso, da parte di gente che vede hipsters dappertutto, però chi se ne importa.

E pure sui testi hanno da ridire, che sarebbero banali femministici semplicistici. Ma cosa sono questi testi? Ah, quella cosa delle parole che poi si vincono pure i Premi Nobel? Diciamo che a me personalmente non me ne importa, perché mi piace la sua musica, mi piacciono i musicisti con cui collabora (Joanna Newsom, Andrew Bird), mi piacciono i suoi modi scanzonati, mi piace le sua piacenza; mi piacciono anche le sue gambe, ma questo non c’entra, anzi, fate conto che non vi ho detto niente.