Pezzetti di storia

Quando un atleta compie un’impresa o vince una serie di gare importanti, con un’espressione retorica e usurata, si dice che entra nella storia o nella leggenda. Il giovane sloveno Matej Mohoric, all’anagrafe ancora under 23, nella storia c’era già da un pezzo pur senza aver vinto niente di importante tra i prof. Infatti ha vinto due mondiali consecutivi in due categorie diverse, nel 2012 tra gli juniores e nel 2013 tra gli under 23, e, poiché subito dopo è passato tra gli élite, è riuscito anche a non indossare mai nessuna delle due maglie iridate. Oggi è arrivata finalmente una vittoria importante, nella settima tappa della Vuelta, ottenuta anche grazie alla sua specialità, cioè quel modo folle di andare in discesa che i commentatori distratti definiscono alla Froome ma che lui presentò per primo sulla scena internazionale proprio nel mondiale del 2013. Un corridore adrenalinico come Mohoric può portare pubblico giovane al ciclismo, ma, per mantenere o aumentare l’interesse, il ciclismo deve anche sperimentare nuove strade, e non solo nel senso geografico, andando in paesi che non sempre si sono dimostrati affidabili e capaci di progetti duraturi (vedi Cina e Qatar), ma deve provare anche nuove gare, nuove formule. Quest’anno ci sono state le Hammer series, gare con classifica non individuale ma a squadre, che chi le ha viste dice spettacolari, e oggi invece si è andati in direzione contraria a quelle prove veloci. In Austria infatti c’è stata la prima edizione della PRO Ötztaler 5500 (ora anche le gare hanno la dieresi, non solo i ciclisti), derivata da una gara amatoriale, dove il 5500 sta per il dislivello, che, aggiunto ai 238 km di lunghezza, ne fa una gara in linea unica, più dura sulla carta anche del Lombardia. L’unico inconveniente è che, non essendo una gara world tour, è aperta anche ai ciclisti delle continental, che non sono obbligati al passaporto biologico, e si sa che ogni tanto qualcuno fa il campione e poi viene pizzicato, l’ultimo per ora l’azero Podznyakov. Ma a scanso di equivoci ha vinto uno della prima serie, Roman Kreuziger, che il passaporto biologico ce l’ha eccome, visto che per quello fu fermato per un bel po’ di mesi. Adesso ci auguriamo che il ceco passi alla storia come l’iniziatore dell’albo d’oro di una corsa che diventerà importante, e non come il vincitore di una corsa una tantum, come accade a Santimaria nella assurda Milano-Roma del 1979, con i suoi 670 km, roba che solo il Sergente Torriani poteva concepire.