Il ciclo enciclopedico

Da bambino ebbi un’enciclopedia che si chiamava Vita meravigliosa e aveva due caratteristiche che, pensandoci dopo, secondo me, ne dimostravano lo scarso valore: non c’erano foto ma solo disegni, e gli argomenti erano ordinati secondo il metodo random, cioè a casaccio. Le stesse caratteristiche le ho trovato in Ciclopedia. Guida infografica al ciclismo (oggi si dice infografica, pare brutto dire “illustrata”), scritta dall’inglese Robert Dineen e pubblicata in Italia nel 2017 da Il Castello, copertina cartonata, 192 pagine, euro 18, eppure l’ho comprato subito, cioè non così a scatola chiusa, ma dopo averlo sfogliato. Ma se do un’occhiata veloce e in quei pochi secondi leggo i nomi di cicliste donne che non si trovano mai nei libri, io lo compro. Il librone è pieno di dati su strada e pista (niente ciclocross né mtb), anche curiosi e divertenti, storie, aneddoti, con grafici e disegni (ma sono brutti i disegni dei volti dei ciclisti). Forse si esagera con l’intento di fornire dati, al punto che viene fissato persino il numero di uova (34) mangiate da Binda per vincere il Lombardia del 1931, quando in realtà il ciclista disse che ogni volta che raccontava quell’episodio si divertiva ad aumentare il numero di uova. Altra cosa che va tenuta presente è che l’autore è inglese (l’originale si intitola Velopedia, anch’esso pubblicato nel 2017, ma i dati sono aggiornati al 2016) e questo si nota nella scelta dei personaggi, nella pagina dedicata ai libri (con otto titoli quasi tutti anglosassoni e, purtroppo, buona parte che tratta di doping; niente letteratura italiana né opere di John Foot) e anche nelle valutazioni personali. Ad esempio l’autore è quasi fissato con Beryl Burton, importante pioniera, di quelle vere delle prime gare agonistiche, ma dire che sia stata la più longeva non è un’esagerazione, è un errore,  quando c’è stato il caso mostruoso di Jeannie Longo, e paragonare i titoli e i record nazionali britannici con tutto quello che ha vinto la francese è improponibile. Però tra gli aneddoti mi ha colpito proprio uno su Beryl Burton, anche perché ricordavo che negli anni 70, quando del ciclismo femminile si vedevano in tv solo i mondiali, ci fu un periodo in cui gareggiavano contemporaneamente lei e sua figlia Denise. E qui si racconta che, quando Denise batté la madre ai campionati nazionali del 1976, l’orgogliosa Beryl non le strinse la mano. Mi ha colpito anche una citazione tratta da Herbie Sykes, altro scrittore britannico, secondo cui, nella rivalità con Binda, Guerra rappresentava il “ritorno ai giorni andati”: evidentemente il rimpianto del ciclismo di una volta esiste da sempre, da quando il passato non era ancora passato. Poi nella scheda su Anquetil è riportata una sua frase, in cui dice che per preparare una gara non c’è niente di meglio che un bel fagiano, un po’ di champagne e una donna, e qui forse bisognava specificare che il francese, tra i cannibali metaforici, non era un cannibale vero, perché per fagiano intendeva l’uccello commestibile e non il ciclista che si allontana in fuga fischiettando e facendo finta di niente. Gli italiani sono presenti in maggioranza nella sezione sulle rivalità, e ciò confermerebbe la mia idea che quella sia una fissa soprattutto in Italia. E visto che si parla tanto di doping, almeno divertitevi col gioco sulle giustificazioni più fantasiose date all’antidoping, dalla farmacia ambulante della famiglia Rumsas alle famose caramelle alla coca di Gibo. In conclusione il libro lo consiglio, ma ne voglio segnalare il neo più grande, secondo me: nel disegno del velodromo non viene mostrata la zeriba, insomma tanta infografica ma non c’è illustrata la zeriba.

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