Quello che hanno detto i Mondiali ma l’Italia non stava ascoltando

I Mondiali hanno detto qualcosa mentre l’Italia aveva le orecchie tappate dalle medaglie degli juniores, a cui qualche giornalista istituzionale aggiungeva la nomina a vicepresidente dell’UCI di Renato Di Rocco, uno che stava con Verbruggen, poi con McQuaid, poi con Cookson e ora con Lappartient, e basta questo per dire tutto. Ma in realtà per chi voleva ascoltare c’era già stata un’anticipazione interessante prima delle medaglie, prima dei mondiali: la pubblicazione del Calendario 2018 delle corse UCI, cioè internazionali. Tra le corse che si disputano in Italia solo sette sono quelle femminili, due a tappe (non c’è il Trentino), e cinque in linea, le altre gare che si corrono in Italia sono open con juniores e élite meno forti. Le gare maschili fanno gruppo, si fanno forza tra di loro in primavera e in autunno, e visto che nessuna corsa andava a fare compagnia all’unica estiva, il Matteotti, la corsa abruzzese si è aggregata a quelle autunnali. E, per quanto anche in Italia ci siano squadre continental, intermedie tra il dilettantismo e il professionismo, c’è una netta divisione tra i due mondi che Cassani a volte cerca di infrangere con la sua nazionale. Invece all’estero è tutto più fluido, in Francia Belgio e Olanda non c’è praticamente differenza tra corse HC 1 e 2, corrono le stesse squadre e si corre molto, e su chilometraggi seri, casi come la vittoria di Zamparella al Pantani si verificano spesso, e addirittura in Francia ci sono state due corse nel giorno del Mondiale. Purtroppo, si è notato durante il mondiale under 23, qui è ancora diffuso il beppecontismo, il rimpianto per un ciclismo che non esiste più, migliore o peggiore non conta, semplicemente non esiste più e bisognerebbe muoversi nell’esistente, e di certo rimpiangere il dilettantismo in bianco e nero significa dimenticarsi dei dilettanti veterani, non solo dell’est. Ancora si sta a guardare se l’under è professionista o dilettante, eppure basterebbe pensare che nell’under calcistica non solo non si fanno questi problemi, ma ammettono anche i fuori quota. Allora cosa confermano i mondiali che era già stato anticipato dal calendario? Confermano che qui nascono i buoni ciclisti, ma sono sempre nati, però crescere è un altro discorso, il primo campione del mondo junior fu Roberto Visentini, ma non tutti, sia uomini che donne, hanno fatto la sua carriera. Poi si passa nelle categorie superiori, dove le squadre under pensano soprattutto a vincere le corsette di campanile, e infine al professionismo e si va all’estero. E’ fuorviante pensare che ci siano squadre World Tour mezze italiane, perché UAE e Bahrain vanno a correre dove conviene allo sponsor. E le donne uguale, tutte le migliori sono andate in squadre straniere, è rimasta solo la Bastianelli, forse perché ha famiglia. Forse in questi ultimi anni sono un po’ aumentate le medaglie juniores, ma sono diminuite quelle nelle altre categorie. Ma il problema, più che le medaglie per soddisfare i tifosi e i nazionalisti, riguarda in generale l’attività in Italia. Se si aggiunge che ci sono discipline quasi affidate a famiglie di buona volontà, come la velocità e il ciclocross, e che qui un anno si corre il Giro d’Italia di cross e non la Coppa del Mondo, l’anno dopo una gara di Coppa ma non il Giro d’Italia, e che ad oggi c’è un solo velodromo coperto e quelli scoperti sono guardati dagli altri sport come un lupo guarda una pecora, viene da chiedersi come mai questo paese ciclisticamente arretrato abbia un vicepresidente UCI e di cosa questi possa vantarsi. E così ieri, passato il Mondiale, è partita la seconda tranche di gare autunnali col Giro di Toscana, ha vinto l’anglotoscano Cummings al termine di una fuga promossa dal siculotoscano Nibali, e quindi niente di nuovo.