LA ZERIBA SUONATA – L’estate sta finendo

L’estate sta finendo. O è già finita? Sembra che la data dell’equinozio vari a seconda degli anni, ma minuto più minuto meno ormai ci siamo, i segni sono nell’aria: hanno riaperto le scuole, sono iniziati i programmi tivvù ordinari, è iniziata la stagione del ciclocross, insomma è il momento di chiudere la serie sulle cantanti musiciste, folk e anche no, americane e anche no, col nome più importante tra quelli recenti, Weyes Blood, che ci favorisce con una canzone intitolata Summer (is gone). Ma prima, per quelli che capiscono l’inglese, ci sono due parole sulle sue disavventure con instagram e il nuovo telefonino.

N’est-ce pas?

Mi è piaciuta talmente questa cronometro di Bergen, percorso scenario e pubblico, che ho pensato starebbe bene come Grande Partenza di un Giro d’Italia. Si è partiti anche dalla Danimarca, non c’è questa grande differenza, c’è un tratto di mare. Si voleva partire dagli USA, dal Giappone e, in attesa di partire da Tripoli e fare il trasferimento in gommone, l’anno prossimo si partirà da Israele, si correrà a Gerusalemme, che non è il massimo della sicurezza e della tranquillità. Sembra che si facciano queste scelte con finalità politiche e turistiche sulla pelle dei corridori, ma se le loro associazioni non hanno nulla da contestare vuol dire che va bene così. Del resto, si potrebbe dire, stava saltando il Giro di Turchia per la situazione politica e le poche squadre intenzionate a partecipare, ma a ottobre si dovrebbe correre. La differenza è che in Turchia, essendo la gara tra le ultime arrivate nel World Tour, la partecipazione per le squadre non è obbligatoria, mentre al Giro sì, e allora, fossi un corridore di vertice del World Tour, di quelli che si presume abbiano possibilità di scegliere, quindi non parlo degli Astani, allora direi: Mah, l’anno prossimo mi sembra più congeniale il percorso del Tour. Sì, è proprio la volta di tentare l’avventura in Francia. N’est-ce pas?

La Farfalla surclassa il Puffo

Secondo alcuni non è giusto che il mondiale a cronometro si disputi su una distanza relativamente breve e con una ripida salita nel finale, un percorso che penalizzerebbe gli specialisti. Beh, secondo me non era opportuno neanche un mondiale in linea piatto come quello del 2002, non so se mi spiego. Di certo la cronometro di Bergen è stata molto più spettacolare della corsetta di Zolder. E poi se Tony Martin non è andato bene non è a causa del percorso, ma solo perché sta trasformandosi gradualmente da panzerwagen a puffo brontolone. E alla fine hanno vinto i migliori: primo Dumoulin che avrebbe vinto su qualsiasi percorso, secondo Roglic che è stato leggermente avvantaggiato dall’essersi trovato davanti Bodnar che era caduto e ha reagito con orgoglio e così i due hanno fatto da reciproco punto di riferimento per un po’, e terzo Froome, forse quello più frenato dalla pioggia. E già, perché gli altri piazzati, la medaglia di legno, quella di sughero e quella di cartone pressato, hanno anche corso sull’asciutto e quindi non è il caso di stare a recriminare per i distacchi dal terzo. Questi tre, racchiusi in neanche un secondo, sono il portoghese Oliveira, che praticamente ogni anno corre solo il mondiale crono, Kiryienka, che sembrava andare a passeggio ma aveva un rapportone che per ogni pedalata sviluppava 77 metri o giù di lì, e infine Moscon, che era l’unico italiano in gara, ma se si parla tanto di voler curare questa disciplina perché non portare qualcuno a fare esperienza, come ha fatto Salvoldi con la Morzenti? Anche se è vero che, escludendo Ganna troppo giovane e che ha già fatto gli europei, non si sa chi resta. Ormai pare che anche Moreno Moser dobbiamo considerarlo perso sia per la specialità che per il ciclismo di vertice, anche se continua a correre, a differenza del piccolo cugino passato al Grande Fratello.

Moscon nel tratto finale, con tanto pubblico che sembrava di stare su una salita del Giro.

Non chiamatemi Ismaele

Parliamo tanto di tolleranza, apertura, rispetto, diversità e cose così, ma poi quando c’è qualcuno o qualcosa di diverso o di strano subito attira la nostra attenzione, c’è poco da fare. Ad esempio una mattina ho sentito un uomo che chiamava il figlio e diceva: Ismaele, vieni qua! e subito quel nome insolito mi ha incuriosito, ma mi sono anche chiesto se chi l’ha scelto ha pensato ai rischi di sfottò se non di bullismo che corre il bambino proprio per quel nome. E mi chiedevo anche perché quel nome. Forse era quello di un nonno, ingrato se ne pretendeva la continuazione, ma purtroppo in casi del genere con le minacce non puoi fare nulla per costringere il nonno a rinunciare, perché un nonno può diseredare un figlio o un nipote ma è molto più difficile il contrario. O forse uno dei genitori si dedica alle Sacre Scritture. Ma se quel nome è stato scelto da un genitore appassionato lettore di Melville allora al bambino è già andata bene che non l’abbiano chiamato Quiqueg.

Una poltrona per due

Scrivevo qualche giorno fa che secondo me quella per il dualismo nel ciclismo è una fissazione degli italiani, con certi dell’ambiente che farebbero carte false per crearlo dove non c’è. Ci provarono con Bugno, uomo tranquillo, prima vs Fondriest poi vs Chiappucci ma gli andò male. E oggi è successo che Annemiek Van Vleuten, che da specialista di cronoprologhi (lo vinse anche a Caserta nel 2014) è diventata fortissima a cronometro, ha fatto il miglior tempo al Mondiale, non è neanche arrivata, datele il tempo di rifiatare, no, subito i commentatori italiani hanno detto che con la Van Der Breggen, appena spodestata, non si sono neanche salutate, chissà che rivalità che c’è, non hanno neanche preso il tè delle 5 insieme, se tutto va bene si accapiglieranno, ci sarà una faida lunga e sanguinosa tra le famiglie, e intanto quando Annemiek si siederà sulla sedia calda che spetta alla prima, Anne sicuro gliela sfilerà di sotto, facendola cadere sulle terga forse ancora doloranti dalla caduta di Rio, davvero impressionante, anzi facciamo vedere la foto con lei a terra sanguinante, che brutta immagine, facciamola vedere ancora un po’ poi la togliamo perché non si può vedere, tanto poi la riproponiamo un’altra volta. E invece niente di tutto questo, le due olandesi hanno seguito insieme gli ultimi arrivi e festeggiato la doppietta.

Le due olandesi cercano di accoltellarsi reciprocamente alla schiena, almeno così pensano in RAI.

Del resto, oltre che frequentemente compagne in nazionale, sono state insieme anche nella Rabo, con Vos Ferrand-Prevot Niewadoma Brand, un’invincibile armata, in cui Annemiek faceva l’animatrice sul palco trascinando le compagne a fare il trenino, non quello per la volata, quello danzereccio. E oggi non ha ballato ma ha abbracciato, correndo a destra e a manca e saltando transenne, almeno la metà dei presenti, e forse, mentre scrivo, starà abbracciando l’altra metà. Detto questo, avrei una modesta proposta per una mezza spending review. La RAI si sa ha tagliato un canale sportivo, e in alcune manifestazioni internazionali non ha inviato nessuno sul luogo ma c’è stato il commento da studio. Ecco, se nel ciclismo si pensasse a tagliare proprio lo studio? Non so quanto si risparmierebbe, ma almeno ne guadagnerebbe lo spettacolo. Bisogna sempre pensare un paragone col calcio. Ad esempio pensate se durante una partita, non a gioco fermo ma con le azioni in corso, ci si collegasse con lo studio, e si inquadrasse il o la giornalista con la partita intravista sullo sfondo, e poi si chiedesse il parere di un ex calciatore, e poi quello di uno storico, e poi si parlasse anche di una partita futura, forse più importante, ma intanto c’è questa, e mentre continuano le azioni, un bel servizio storico in bianco e nero; ecco, cosa direbbero pubblico e giornalisti se succedesse questo? Per dire, Binda ha vinto tre mondiali 90 anni fa e proprio oggi, proprio durante la crono femminile, vi viene in mente di ricordarlo?

Caserta, 7 luglio 2014. Sul palco Van Vleuten e Van Der Breggen si tengono a distanza e si guardano visibilmente in cagnesco. E’ l’inizio di una acerrima rivalità. Forse.

LA ZERIBA SUONATA – il funk al tempo di Freddy Maertens

A distanza di venti anni dal revival della musica di serie b, easy lounge library-music e via cantando e suonando, il lavoro di recupero e riscoperta non finisce, e, passata la moda, sono rimaste persone realmente interessate. L’etichetta Sdban di Stefaan Vandenberghe si è dedicata alla musica belga dagli anni 70 fino ai primi 80, insomma gli anni d’oro del ciclismo di quel paese ma questo non c’entra, semmai c’è da dire che dopo la musica belga è cambiata, con nomi (Telex per iniziare) etichette (Les Disques du Crépuscule) e suoni nuovi. Il risultato sono due doppie antologie intitolate Funky Chicken, del 2014, e Funky Chimes, del 2017, che raccolgono incisioni di qualche nome relativamente famoso della scena dance e jazz, o di turnisti e “mercenari”, anche con nomi e tratti somatici per niente fiamminghi o valloni, che quando se ne dava l’occasione, ad esempio nell’urgenza di lati b inteso nel senso vinilico (ché l’accezione anatomica del termine, nata per far finta di non essere volgari e ormai troppo diffusa è una cosa che non se ne può più e volgare anzichenò), potevano tanto produrre orrori quanto sperimentare, e dare la loro versione di funk, jazz, latin, con opzioni elettroniche e psichedeliche. Gli scavi sono stati condotti tra b-side e dischi oscuri. Uno dei gruppi famosi,  vabbe’, famosucci, sono i Chakachas che aprono la prima antologia con Stories.

Nella seconda uscita ci sono cose più sperimentali, e addirittura c’è  Pink Movement dei fantomatici Experience che fu pubblicato su un flexy 5 pollici, che neanche pensavo che esistesse questo formato, da una serie di 6 dischetti da collezionare usciti in omaggio in confezioni di biscotti e di pasta.

Una doverosa precisazione, infine, per gli appassionati di atletica: i due ragazzini ritratti sulla copertina della seconda raccolta non sono i gemelli Jonathan e Kévin Borlée.

Cambiamenti anche climatici

Giornata dura ieri per i telespettatori del ciclismo: due mondiali cronosquadre e due prove di Coppa del Mondo di ciclocross. Solo pochi anni fa nel mondiale élite maschile si piazzarono 7 belgi ai primi 7 posti, e anche se nel frattempo qualcosa è cambiato, nessuna disciplina come questa ha bisogno della famosa globalizzazione, cioè della ricerca di altri paesi, con la conseguenza di allungare il calendario. E così, dopo il sole sulla piovosa città norvegese, ecco una gara di cross col caldo, con i vestimenti leggeri del pubblico, senza fango, senza cambi di bici, e ciò forse ha favorito quelli che fino a pochi giorni fa correvano in mtb. Bisogna abituarsi ai cambiamenti, e non ci sono solo quelli climatici, ad esempio ci sono quelli di nome, perché le anglosassoni hanno il brutto vizio di sposarsi e, secondo le barbare usanze dei loro paesi, prendono il cognome del marito, così al posto di Kaitlin Antonneau c’è ora Kaitlin Keough, e poi ci sono nuovi concorrenti nella lotta per il posto di terzo uomo nel settore maschile, in cui si è aggiunto il neo élite Quentin Hermans, mentre il “vecchio” Van Der Haar se non cade non è contento. Ma ieri è mancato il secondo, o primo, perché Van Aert non era in giornata, e Van Der Poel ha corso da solo. Lo stesso ha fatto Katerina Nash tra le donne, lei è fatta così, ogni annata deve vincere una gara di Coppa andandosene da sola, e stavolta ha scelto la corsa di casa, dato che è ceca ma vive negli USA. Infine un paio di cose sulla RAI. Dopo averci deliziato di pomeriggio con i collegamenti da studio, con le stesse domande ripetute più volte e con la foto di Froome nudo, poi di sera, tra la gara femminile e quella maschile c’era un buco che hanno riempito con un’americanata, una rubrica forse comprata da qualche tv USA, si chiama No Limits, e nella puntata di ieri c’era la classifica dei migliori sfracellatori di sé stessi, i migliori a rompersi le ossa nei vari sport, c’era anche la famiglia Atherton che fa downhill. Io non sono tra quelli che invocano la tv educativa, ma questa rubrica è davvero roba da deficienti, e poi, con tutto il materiale d’archivio che ha la RAI un riempitivo migliore lo si poteva trovare, oppure si poteva lasciar parlare un po’ il commentatore tecnico della mtb Luca Bramati, visto che durante la gara Andrea De Luca lo ha spesso interrotto, tanto che mi sono chiesto se per caso non avesse seguito un corso di aggiornamento con Franco Bragagna.

La Nash è una che lotta col coltello tra i denti, anche col sole.

Medaglie come se piovesse, ma non piove

Iniziano i Mondiali e subito ci sono buone notizie per Ulissi, dopo la sconfitta semiclamorosa di ieri: a Bergen, la città più piovosa del Mondo, o forse dell’Europa, o soltanto della Norvegia, può anche esserci il sole. O invece, e in fondo, è una notizia negativa per Ulissi, perché col sole perderebbe una scusa. Si parte con la gara della discordia, la cronosquadre, che ai commentatori italiani non piace tanto, un po’ perché preferiscono le gare per nazionali e non per club, un po’ perché rimpiangono l’assurda 100 km a squadre, una specialità che esisteva solo a Mondiali ed Olimpiadi e nel resto dell’anno non c’era, giustamente perché era massacrante, forse non consumava completamente gli specialisti, se si pensa a Giovannetti che qualcosa di buono fece da professionista, ma in genere preparava soprattutto gregarioni passistoni, e tanti del treno di Cipollone venivano da lì. Ma la cronosquadre, che invece nell’annata si disputa più volte, in piccole e grandi corse a tappe, non garba tanto neanche alle squadre medesime, perché è un costo ed esse vanno dove le porta lo sponsor, e in questi giorni preferiscono la lontana Cina piuttosto che la Norvegia. Però non è solo una faccenda italiana, dato che in campo femminile gareggiano solo 9 squadre, mancano pure la WM3 di Mariannissima e la Wiggle di Elisa LB, e in campo maschile c’è una solo professional, la CCC, e alcune continental, soprattutto norvegesi, ma c’è anche l’italiana Sangemini MGKvis, una squadra con buoni corridori come Scartezzini e Totò che infatti AdS non conosce e ne storpia i nomi, e questa squadra oggi benemerita e ambiziosa a medio termine riesce a non essere ultima. Il risultato è doppiamente sorprendente, sia perché la Sunweb vince entrambe le prove per la prima volta, sia perché la squadra, stessi nomi e sponsor e stesse divise, in campo femminile è olandese e in campo maschile è tedesca. Tutti attendevano la Sky, che mai come questa volta ci ha provato schierando anche Froome, ma Thomas ha portato solo il nome e non le gambe, e forse sarebbe stato meglio inserire Salvatore Puccio, che dopo la maglia rosa di qualche giro fa non riesce a prendersi una soddisfazione. Ma, come ripetono tutti, questa è una prova in cui è importante lo spirito di squadra, le individualità anzi possono nuocere all’armonia (loro parlano anche di alchimia, come se questa fosse una scienza per di più esatta), e quindi ovvio che la squadra peggiore del mondo, l’Astana, faccia male, e ben gli sta alla norvegese Hitec l’essere arrivata ultima, visto che hanno in organico una come Tatiana Guderzo ma non l’hanno selezionata. Dicevo dello scarso interesse per questa prova, che a me piace perché è anche un’occasione in cui gregari lavoratori possono prendersi una bella soddisfazione (con 18 medaglie ogni gara c’è spazio per tanti), ma invece per altri sembra quasi che questi ciclisti, che si sono impegnati e affaticati, non abbiano fatto niente, e allora interviene il presente blog a riconoscere un po’ di meriti, e diciamo che i plurivittoriosi sono Tony Martin, Peter Velits e Niki Terpstra con tre ori e le plurivittoriose sono Evelyn Stevens, Trixi Worrack e Ellen Van Dijck con quattro ori. Gli italiani vincenti sono stati Oss e Quinziato due volte e Barbara Guarischi una. Ma i commentatori italiani forse trovano più interessante parlare della foto di Froome nudo, ed è in questi casi che dispiace che il ciclismo femminile non sia popolare come quello maschile.

contraddizioni e quattro stagioni

Marco Pantani è stato uno dei ciclisti più controversi, fermato ma non squalificato, mai trovato positivo ma chiacchierato di ematocrito alto, troppo famoso e orgoglioso per ritornare come Virenque Basso e tanti altri. E a lui scalatore dedicano una corsa che partì impegnativa e presto è diventata per velocisti. Per non stonare il Televideo RAI a pagina 289 annuncia la differita per le ore 17.30, a pagina 518 per le ore 20.00. La seconda versione è quella giusta, perché di pomeriggio ci sono dei bellimbusti che giocano a palla sulla sabbia e la RAI non poteva mica perderseli. La corsa è condizionata dalla Ciclismo Cup: la squadra che vince la classifica correrà di diritto il prossimo Giro e l’Androni, esclusa per due anni consecutivi e confermati gli sponsor a dispetto di tutte le previsioni, corre per vincere la Coppa più che la corsa. Bernal e Cattaneo guidano e i passeggeri sono Ulissi e Zamparella, che, a conferma della condizione contraddittoria delle squadre continental mezze dilettanti e mezze pro, per vivere deve fare anche il pizzaiolo. Finisce che allo sprint vince il superfavorito Ulissi che rimonta Zamparella, anzi no, il pizzaiolo, che è stato in fuga per più km dei compagni e che è buon velocista, resiste, vince e chiede un lavoro, come ciclista ovviamente, no part-time, no voucher, a tempo determinato semmai perché è prossimo ai 30 anni. E a poche corse dalla conclusione le prove della Cup sono state vinte da ciclisti stranieri, da ciclisti di squadre World Tour e ora anche di squadre continental,  ma nessuna vittoria per le squadre professional, che se poi non le invitano al Giro non è che possono lamentarsi più di tanto, e se Cassani ne convoca uno solo di ciclisti professional, per di più riserva non viaggiante, è già tanto.

LA ZERIBA SUONATA – Il Genio dimenticato

Tra le cose più patetiche del mondo dello spettacolo italiano secondo me c’è il tentativo di alcune pornostar di cambiare genere, di fare qualcos’altro, ma sempre nell’ambito dello spettacolo, non di aprire un bar o un negozio di biciclette, come fanno gli ex ciclisti, perché se mettiamo un pornostar aprisse un bar gli chiederebbero una bevanda afrodisiaca e se una pornostar aprisse davvero un negozio di bici sicuramente gliene andrebbero a chiedere senza sellino, perché non c’è niente da fare, rimangono legati a quello. Ma qui non voglio parlare del pensionamento di questi personaggi, volevo solo dire che basta che sentano la parola “porno” o “sesso” o il nome di uno di quei personaggi, o anche solo di chi ha fatto semplicemente dell’erotismo, e gli italiani reagiscono in maniera innaturale, eccessiva, accolgono a priori o ammiccano o pensano a male, sarà forse anche il loro finto pudore o la loro finta spregiudicatezza.  E proprio per aver inciso un brano intitolato Pop porno il duo Il Genio ebbe un’improvvisa popolarità, e forse, anche per questo, per non essersi ripetuti, intendo ripetuti nei titoli, sono stati presto dimenticati. Il Genio sono Gianluca De Rubertis, in passato col gruppo Studiodavoli che faceva musica stereolabile, e Alessandra Contini, che nei dischi degli Studiodavoli era nella sezione ringraziamenti, e non sono stati certo una novità, perché da Gainsbourg e Birkin in poi, di coppie in musica, ma non necessariamente nella vita, ce ne sono state tante che manco mi metto a elencarle, e in tutti i generi. Le loro canzoni sono un frullato di pop italiano, francese, inglese e giapponese, soprattutto degli anni 60, e di musica per cinema, con tante citazioni. Li potremmo accostare ai primi Baustelle. Alessandra ha una voce che è quasi un sussurro, che contrasta con quella baritonale di Gianluca,  e se deve giocare a fare la sensuale va più che bene. Ma non arriva ai livelli di afonia di Kahimi Karie, dal cui repertorio ripropongono Giapponese a Roma, il famoso colpo di genio di quel geniaccio di Momus scritto per la diva giapponese. Dal primo album, intitolato Il Genio, pubblicato nel 2008 dalla Disastro Records, sottoetichetta della Cramps, non vi propongo Pop PornoGiapponese a Roma, ma Povera Stella.

Il successo è grande, anche grazie al tormentone di Pop Porno, e il secondo disco non può ripeterlo. Eppure Vivere negli anni X , pubblicato nel 2010 sempre dalla Disastro, è anche meglio, forse un po’ più brit. Questa è Amore chiama Terra.

L’effetto porno è ormai finito, per il terzo album bisogna attendere il 2013 e l’etichetta Ego Music. Una voce poco fa è il disco del declino, c’è poco da fare, meno bello, quasi manierista alla maniera del genio, meno pubblicizzato, meno venduto, meno apprezzato. Forse se tutte le persone e gli animali abbracciati nel video di Amore di massa avessero comprato una copia del disco già sarebbe andata meglio. O no?

Poi De Rubertis si è messo a fare dischi da solo e subito si è beccato l’appellativo di cantautore, e a sentire le canzoni se lo merita, così impara.