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un accenno all’accento accentuato

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La presentazione del Sussidiario 2018

Cosa può esserci peggio della retorica che sono capaci di secernere Alessandro Fabretti e le altre figure istituzionali deputate a presentare il Giro d’Italia Prossimo Venturo? Beh, possono esserci due comici che non fanno ridere e vogliono fare i simpatici, di quelli che per di più nel curriculum hanno pure la tivvù di impegno incivile. A dare manforte ai rètori ci sono stati anche dei momenti di lirismo per parlare di alcuni luoghi che toccherà il Giro, ma a dire la verità non sono stato neanche a sentire bene cosa si poetava. Il percorso dunque: si doveva partire da Israele e arrivare a Roma, e strada facendo conciliare i vari interessi politici pubblicitari e didascalici, per la nota vocazione del Giro a fare da doposcuola, con ricordi di morti guerre e terremoti, ci mancava solo un ricordo dell’epidemia di spagnola. Si poteva pensare che il buon senso suggerisse, dopo il trasferimento da Israele, di arrivare sulla terraferma, risalire gli Appennini, poi le Alpi, poi ri-Appennini e arrivo a Roma. Invece si va in Sicilia e quindi ci sarà un nuovo trasferimento, poi si risale, la penultima tappa sarà a Cervinia, poi con grande ottimismo sui trasporti italiani si vola a Roma con circuito finale e non una cronometro. Molti km totali di trasferimento, cosa che Vegni era riuscito a evitare nelle precedenti edizioni. Quindi non sembra un percorso favorevole a Nibali o ad Aru o a Quintana o a Dumoulin, ma a Bugno, inteso come elicotterista. Ormai è ufficiale che al Giro ci sarà anche Froome, che ha dato l’appuntamento con un video, attratto forse dalla possibilità di vincere tre grandi giri consecutivi, o dalla sfida di ripetere dopo 20 anni la doppietta Giro-Tour, o più semplicemente convinto dai soldi israeliani, e così la finiamo con la storia che non viene mai al Giro. Per fortuna lo strazio è durato poco, un’ora, con i vecchi campioni a fare da tappezzeria e la minaccia finale che in qualche trasmissione RAI ci sarà Mia Ceran, l’ennesima persona che non sa niente di ciclismo, e per questo preferibile ad esempio a Laura Betto che dimostrava ancora passione attaccamento e competenza, nonostante abbia cambiato mestiere da anni, pare brutto una che ne capisce. L’unico che mi è piaciuto durante la trasmissione è stato Dumoulin, al quale in cuffia traducevano pure le battute sceme, perché non è riuscito a essere diplomatico e ha detto che non sa ancora se parteciperà. Certo, se continuano a ricordargli la famosa pausa dell’anno scorso, capace che mandi tutti diciamo a fare la stessa cosa e lui se ne vada al Tour.

A spasso con la Zeriba – L’ultimo settore

Dicono il Nord della Francia, lo paragonano al Sud dell’Italia, ci hanno fatto un film sopravvalutato che purtroppo ha avuto seguiti e versioni italiane. Ma Roubaix, che si trova proprio lì, nelle Fiandre francesi, al confine col Belgio, fa parte di una cosa nuova, cioè del primo Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale, chiamato Eurométropole Lille-Kortrijk-Tournai (Francia-Fiandre-Vallonia, e c’è anche una corsa dedicata). Intorno ci sono vecchie miniere di carbone. La città di quasi 100mila abitanti è definita la Manchester francese ma non per la scena musicale, che non so se ne esiste una, ma per l’industria tessile.

Forse per lo stesso motivo è gemellata con Prato. Gemellaggi ci sono stati anche con varie altre città, cui potrebbe aggiungersi Caserta per lo stato delle strade, che qui per qualche vecchia strada che non si può toccare, storica, forse vincolata e devono restare i lastroni come se si andasse ancora in giro con i carretti a propulsione animale, potrebbe benissimo passarci la Roubaix, farebbe più sconquassi di Arenberg. Certo, a Caserta manca pure il velodromo, mentre a Roubaix ne hanno due; in realtà ce n’è uno in provincia, è abbandonato, ogni tanto se ne parla, ma non sperate nella FCI che ha già due buchi cui pensare, uno nel soffitto di Montichiari e uno nel bilancio, e i tecnici della specialità che porta medaglie a carriole devono guardare il meteo prima di convocare gli atleti per gli allenamenti, ma non divaghiamo, che altrimenti invece di una passeggiata diventa quasi una deriva situazionista. C’è stato un solo ciclista che è nato e ha vinto, nel 1912 e nel 1914, a Roubaix, Charles Crupelandt, raffigurato anche nel quadro Au Vélodrome, una tela di Jean Metzinger pittore avanguardista metà cubista metà futurista, anzi facciamo 60 e 40.

Il velodromo raffigurato in quel quadro del 1912 era quello vecchio, ma non quello vecchio dove arriva oggi la corsa, quello ancora più vecchio che era all’interno del Parc Barbieux.

E quando la città ha voluto dedicare qualcosa al suo illustre concittadino a cosa poteva pensare, a una statua, un busto, una piazza, un velodromo, un monumento equestre con la bicicletta al posto del cavallo? No, gli hanno dedicato una strada o meglio uno spazio all’interno di una strada, ma ovviamente lastricato, un tratto di 300 metri ritagliato apposta prima dell’arrivo al vecchio velodromo scoperto dove termina la corsa. L’Espace Charles Crupelandt, detto anche Chemin des Géants, è ufficialmente l’ultimo settore della Paris-Roubaix, e può essere una passerella se c’è un fuggitivo ormai sicuro di vincere, ma se invece c’è un gruppetto qui non si può fare selezione, si pensa già alla volata, la pavimentazione è perfetta, niente a che vedere con i pietroni sconnessi e scivolosi degli altri settori. Andiamo a vedere. La corsa arriva nella periferia sud est della città, ecco l’Avenue Alfred Mottet; andiamo bene per di qua? Si, c’è anche il cartello che indica la strada per il velodromo. Continuiamo dritti per questo bel vialone dotato di tutti i servizi, infatti ci sono anche le pompe funebri.

Arrivati all’incrocio continuiamo dritti e prendiamo Rue Roger Salongre: qui a centro strada c’è lo spazio Crupelandt.

Finito questo tratto i ciclisti girano per entrare nel velodromo, ma noi non li seguiamo perché non ci fanno passare, e continuiamo dritti. Seguitemi che vi faccio vedere una cosa. Ecco, vicino al velodromo scoperto André Pétrieux con l’anello di 500 metri e al nuovo velodromo coperto Jean Stablinski di 250 metri , c’è una pista di bmx, in pratica come Montichiari senza tener conto della vecchia pista qui e delle infiltrazioni nel soffitto lì.

Siamo al Parc des Sports:  e poi dicono giù al Nord.

E per chiudere una cartolina autoreferenziale, una meta-cartolina, dato che raffigura il Padiglione delle cartoline all’Esposizione quasi universale del 1911.

dalla padella, anzi dai padelloni, alla brace

In questo periodo dell’anno si legge spesso di ciclisti che non trovano un contratto e si ritirano, alcuni ancora giovani, soprattutto poi quest’anno che le squadre hanno ridotto gli organici perché dal 2018 il numero dei partenti per ogni gara, e per ogni squadra, sarà ridotto. E in genere dispiace, ma col messicano Uri Martins non so se è il caso. 27 anni, 6 con l’Amore e Vita di Ivano Fanini, che da parte sua ha appena compiuti 50 anni ma di attività, quest’anno terzo ai campionati nazionali sia in linea che a cronometro, vuole diventare fumettista. E dato che i disegnatori stanno sempre a lamentarsi di dover fare gli straordinari per consegnare tutte le tavole richieste, chissà quale dei due lavori è peggio.

Il sabato del villaggio

La prova di Coppa del Mondo di ciclocross di Zeven si è corsa di sabato e per l’Italia sarebbe stato l’ideale. Sì, perché già prima dei buchi la FCI non aveva molti soldi per le trasferte, almeno per quelle dei ciclisti, e allora per le corse in campagna, nei villaggi, convocava pochi corridori, puntando soprattutto sui giovani, quasi come a voler dire che questi saranno il nostro futuro. Sì, ma dove sono finiti i giovani degli anni scorsi? E allora sembra che la FCI adotti una politica leopardiana, e il giovane, junior o under 23, nei fatti sembra invitarlo a godersi questa stagione lieta di gare internazionali, perché domani, nell’età adulta, insomma da élite, gareggerà nei circuiti interregionali, solo se è fortunato troverà una squadra che lo farà correre anche in Svizzera. Però dicevo che il sabato “sarebbe stato” l’ideale, solo che stavolta la FCI non ha portato neanche gli juniores.

La donzelletta Sanne Cant reca un mazzolin di rose di viole.