Per un ciclismo pulito

Al Tour del 2014 Chris Froome inalò salbutamolo in mondovisione e andò tutto bene perché si ritirò. All’epoca questo blog era allo stato nascente e pubblicò questa vignetta, ma senza intento accusatorio.

Alla Vuelta di quest’anno Froome ha commesso l’ingenuità di prenderne una dose forse un po’ eccessiva e, praticamente in concomitanza con la sconfitta di Cookson all’elezione per la presidenza dell’UCI, gli è stato comunicata la positività, una roba che a Petacchi è costata 5 tappe del Giro e un bel filotto a Donoratico mentre a Ulissi è costata boh, forse qualche corsa anonima qua e la. Froome non sta simpatico e non troverà molti difensori. Subito qualcuno alla notizia ne linka qualcun’altra vecchia relativa alle sue varie malefatte, come per esempio quando disse una parolaccia. Ma poi cos’altro gli hanno sempre contestato? Di essere spuntato fuori dal nulla ed essere diventato campione in un niente, e questo è molto straneo, pardon, volevo dire strano, chissà perché ho scritto straneo. Ma se la Barloworld, che era una squadra come tutte le altre e non come la vecchia MTN Qhubeka che aveva un progetto, è andata a ingaggiare un kenyano, cioè un ciclista di un paese senza nessun cultura nella disciplina, non l’avranno fatto così solo per fare colore, ma avranno visto qualcosa in lui. E poi nel 2008 è arrivato 32esimo al Giro, non uno scherzo per un corridore ancora naif. E poi, precoce o tardivo, è ai vertici dal 2011, quando aveva 26 anni, cioè un’età in cui molti italiani se sono passati pro sono comunque ancora giovani di belle speranze, e sono 7 anni che vince e non solo al Tour. Si, ma qualcuno dice che se uno c’ha l’asma non fa il ciclismo. Ah, bravi! E poi parliamo di inclusione, complimenti. Anzi, si dovrebbe dire, come anche per chi scampa a una malattia terribile o ha un grave handicap, che lui dà una speranza a quelli nelle sue stesse condizioni, ecco, come dire anche chi ha l’asma può vincere il Tour. Si, è vero che poi qualcuno di questi trasmettitori di speranza ha avuto qualche problemino, come Armstrong o Pistorius, ma non stiamo a sottilizzare. Comunque alla fine il clima è di sospetto e allora avrei voluto unirmi a tutti i commentatori sociali che stanno scrivendo sui forum, perché dato che mi sembrano tutti calciofili vuol dire che se ne intendono di sport serio leale e pulito dove non succede niente di strano e morti per strane malattie non ce ne sono, che fa pure rabbia vedere invece fresco e tosto, come si dice qui, quell’ex ciclista danese, che ne ha combinate più di Carlo anch’egli in Francia, e pare ancora un giovinastro con la sua capa di bomba, e dicevo insieme ai commentatori chiedere se esiste un solo ciclista pulito. Volevo farlo, poi però ho pensato che forse questa non è la stagione adatta per fare questa domanda.

 

L’isola dei dischi

Tra dicembre e gennaio si compilano le playlist dei dischi dell’anno, e ognuno per non essere sconvolto va a consultare quella del giornale o sito di riferimento; ma più impegnative e drammatiche sono le favolose liste dei dischi da portare su un’isola deserta. Io non sogno di fuggire lontano dalla cosiddetta civiltà, in un posto in cui non giunga notizia delle corse ciclistiche, ma a chi voglia naufragare nell’Oceano Pacifico o in quello Indiano, nella periferia della Micronesia o al largo di quegli altri paesi che si ricordano solo durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, consiglierei di informarsi bene prima di naufragare, a evitare sorprese e una fatica inutile.

La Zeriba Suonata – Alla Corte Del Gran Can

Anche quest’anno c’è stata una grande morìa di cantanti e musicisti, statisticamente ci sta. La Zeriba ne vuole ricordare uno di cui si è parlato di meno, Holger Czukay, tedesco nato a Danzica per il quale si potrebbe fantasticare una remota discendenza da una tribù asiatica, e che, nella sua vita di musicista, allievo pure lui di Stockhausen, è stato fondatore bassista e movitore di manopole dei Can, un gruppo che per fortuna appartiene al passato, perché avendo in squadra, oltre al nucleo tedesco, un americano e un giapponese, oggi lo direbbero multietnico, che non è una bella cosa, e però il gruppo faceva appunto una musica diciamo internazionale, spaziale, magica, tanto da essere massimamente venerati dal druido Saint Julian (Cope).

Vogliate godere di questa esecuzione live di Moonshake in cui Czukay smanetta con le sue macchine. E chissà se questi sono i giorni futuri che pensavano i Can, forse no.

sotto Natale

A Natale escono i dischi di canzoni natalizie, quest’anno tocca a quello che quando recita scimmiotta il padre e quando canta scimmiotta Sinatra, e poi quell’altro ben vestito che più di 20 anni fa, mal vestito, aspettava il sole insieme a Giovanni Pellino e ora invece da una mano di vernice finto-ska ai soliti classici natalizi. E poi ci sono le compilation, ce n’è una in stile bossanova, dove in mezzo a  nomi che non dicono molto, mestieranti, ci sono anche Stan Getz e Joao Gilberto. E quale sarà il loro brano natalizio? Semplice, è Aguas de Marco; boh, sono paesi esotici, è un altro mondo, si vede che lì Natale viene a marzo. Esco dal negozio di dischi e vedo un negozio nuovo di cibo biologico e naturale, tutto luccicante, ora molti si buttano sul biologico, ma questo si capisce subito che è fasullo: infatti non c’è il cartello con la scritta “Verità per Giulio Regeni”. Infine, nella piazza centrale stanno potando gli alberi, chissà perché, forse danno fastidio a qualche bar oppure coprono le luci di Natale.

La Zeriba Suonata – el pueblo unido, anzi no, solo due ragazze

Non so perché mi sono messo a fare questo giretto del mondo non in 80 giorni ma in 5 tappe della Coppa del Mondo su pista. In questo weekend si gareggia in Cile, che fa venire alla mente gruppi musicali con i flauti e col poncho e assemblee con studenti che fanno il gioco del pugno chiuso. Allora meglio qualsiasi altra cosa, pure questo disc jockey col cognome impegnativo, Ricardo Villalobos, quasi omonimo anzi cognonimo di Villa trattino Lobos, brasiliano che componeva musiche serie ma neanche tanti anni fa. Anche Villalobos senza trattino è nato in esilio, ma nessuno lo dice e nessuno mette i suoi poster nei circoli socialisti. Ma lui guarda avanti e qui, in combutta col giapponese Fumiya Tanaka e con un certo Zip, fa ballare le folle che, fedeli al nome, affollano una spiaggia di dovunque sia. Anzi no, qui c’è solo una ragazza, però poi ne arriva un’altra.

Un uomo di poche parole

Qualche giorno fa scrivevo che Luca Bramati, il commentatore della RAI per il ciclocross, dice poche cose ma le ripete spesso. Però pure di vocaboli ne usa pochi e pensavo che forse se guarda qualche dibattito politico di quelli accesi pure allora dice che i partecipanti si prendono a sportellate.

Come se fosse lo Sven Nys dei poveri Bertolini cade scivola e capitombola ma stravince.

 

molto da fare

Non fai in tempo a lamentarti dello stato della pista italiana, intesa sia come organizzazione che proprio come velodromo, che subito interviene RAI-Sport a proporti le immagini della Coppa del Mondo da Milton, e vedi cosa succede nel civilissimo Canada che ti viene da dire Ah però! Nel keirin vediamo il piccolo ciclomotore sostituito da un motociclettone con anche gli specchietti retrovisori, pericoloso perché senza protezione per le biciclette, e ti viene da sospettare che il guidatore sia stato assoldato tra gli Hells Angels, e alla fine è andata bene che non si sia messo a tirare lattine di birra sulle cicliste. E sarà stato il passaggio del mezzo pesante, sarà lo stato dell’impianto in generale, o la poca manutenzione della pista di legno, si sono viste pure ripetute e approssimative riparazioni, fatte con stucco, coccoina e anche pezzi di cerotto sottratti al personale sanitario che non a caso ha avuto molto da fare.

La Zeriba Suonata – La playlist è mia e me la gestisco io

Arrivati a questo punto dell’anno tutti si sentono obbligati a compilare la loro playlist dei 5/10/50 dischi dell’anno, quello in corso. Invece io che non sono un critico musicale penso che forse non ho ancora sentito tutti i dischi che più mi piaceranno del 2017, non li ho ancora comprati, non so neanche che esistono. Poi da tempo ho iniziato a supporre che i critici musicali se andassero a rileggere le loro playlist a distanza di anni forse non le condividerebbero, direbbero ma che accidenti ci ho messo, le riscriverebbero, perché alcuni dischi saranno stati preferiti per un’infatuazione del momento, per mode effimere, o forse soltanto su alcuni di essi i compilatori di liste hanno cambiato idea o li hanno ascoltati meglio. Basti pensare che oggi sono considerati fondamentali e intoccabili gruppi i cui dischi non rientravano tra i primi dieci del loro periodo. E allora ho pensato che nel mio piccolo stavolta voglio proporre una specie di mia playlist, ma di trenta anni fa. Tra il 1987 e il 1988 alcuni dei miei gruppi preferiti di quegli anni si sciolsero e ci fu una specie di inconsapevole passaggio del testimone, perché altri altrettanto importanti esordirono. Il 1987 fu un anno irlandese, intendo nel ciclismo: Roche perde la Parigi Nizza per una foratura e la Liegi per il famoso surplace con Criquelion, e poi vince anche fortunosamente la tripletta Giro-Tour-Mondiale, mentre Kelly vince la Parigi Nizza per una foratura (quella di Roche appunto) e perde sia la Vuelta per un foruncolo che il Fiandre, l’unica monumento che gli manca, e anche qui c’entra Criquelion. Invece in musica c’erano gli originali That Petrol Emotion, con alcuni ex Undertones, che, rispetto all’esordio psico-rumoroso dell’anno prima, andavano accentuando l’aspetto ritmico, i Pogues che si possono ritenere il miglior gruppo punk-folk, e i Microdisney, gruppo di soul pop elegante e satirico. in cui la mente è Sean O’Hagan, giornalista e futuro retrofuturista con High Llamas e Stereolab, e il braccio, cioè la voce, molto particolare, è Cathal Coughlan, uno dei miei cantanti preferiti di sempre, e nel 1987 pubblicarono il loro penultimo e quasi miglior album Crooked mile.

Nell’ambito del pop si sciolsero prima gli Smiths e poi gli Housemartins: dovevamo dispiacercene? No, meglio così, ogni cosa ha il suo tempo e non mi piacciono quei gruppi che si ripetono e diventano la caricatura di sé stessi. Qualcuno ha detto Rolling Stones? Si, io medesimo. E poi quello che fu l’ultimo nonché postumo album ufficiale della disordinata e variegata discografia degli Smiths non fu certo il loro migliore. Però in Strangeways, here we come c’è qualche brano memorabile, come Girlfriend in a coma, che su un motivetto allegro parla di una ragazza in coma, la cosa è seria, e mi ricorda la barzelletta di quello che alla fine di un funerale guarda l’orologio e dice: Beh, ridendo e scherzando s’è fatto mezzogiorno. Il gruppo che veniva considerato il corrispettivo americano degli Smiths, cioè i REM, se n’esce con Document, il loro disco più radiofonico, neanche per loro è tra i migliori, ma quelli verranno all’inizio del decennio successivo. E neanche i 10,000 Maniacs, loro occasionali complici, fanno il capolavoro. Tutto sommato meglio gli australiani Hoodoo Gurus, che un po’ forzatamente venivano associati a REM e Smiths. Quello che viene fuori alla grande è il rock scozzese, un percorso iniziato con Orange Juice e Josef K ed etichette storiche come Postcard e Creation. The Jesus and Mary Chain escono col celebratissimo Darklands che attenua il rumore di Psychocandy per far emergere le canzoni, ma io nel genere canzoncina-anni-sessanta rumorosa ho sempre preferito i Pastels che, dopo tanti singoli. riescono a pubblicare un album intero, Up for a bit, che dura una mezzoretta, un formato che si finirà per rimpiangere nel decennio successivo quando i dischi verranno rimpinguati per sfruttare tutta la capienza dei cd e forse anche per giustificare il prezzo ma finiranno per sfinire l’ascoltatore. Qui invece ci sono dieci canzoncine divertenti e quasi naif.

In quel tempo i generi che da una decina d’anni andavano per la maggiore non avevano più molto da dire: nel punk si poteva apprezzare l’hardcore melodico degli Husker Du con la dieresi, che chiudevano la carriera con un altro doppio, mentre nel dark arrivò il mite Paul Roland a sottrarre il gotico al grandguignol di Bauhaus e Sex Gang Children per portarlo verso il folk e la psichedelia barrettiana, con suggestioni (si dice così?) letterarie e artistiche dal gotico ai preraffaelliti. Musicista e scrittore prolifico, Roland nel 1987 pubblicò Danse Macabre che, a dispetto del titolo, contiene canzoni molto piacevoli che si possono perfino cantare sotto la doccia, ma quella di Psycho.

Il folk risorgeva in varie forme. Detto del punk di Pogues, c’erano altri ubriaconi molesti, gruppi finto-balcanici e in Italia, a modo loro, i CCCP-Fedeli alla linea. E poi ci fu un evento che poteva essere l’inizio di qualcosa e invece si rivelò solo il canto del cigno, il colpo di coda, fate voi, del freakettonismo. In Texas, mentre era in corso un festival, una sconosciuta girovaga americana stava cantando le sue canzoni che piacquero molto a qualcuno che le registrò in diretta e ne fece un disco. Così in Texas Campfire Tapes si sentono i grilli e i camion di passaggio, quasi un incontro tra folk e 4’33” di John Cage, ma non disturbano le belle canzoni di Michelle Shocked, una che diceva che folk e punk erano la stessa cosa. Però il mondo della musica andava nella direzione opposta, diventavano sempre più importanti produttori dj’s e remixer, e 10 anni dopo DJ Shadow avrebbe pubblicato il primo album fatto interamente di samples, e ditemi voi com’è possibile che a me piacciano l’una e l’altro. Però, la Michelle sarà pure alternativa e fricchettona, però provate a cercare un video su internet, poi mi fate sapere. Meglio passare ad altro o quasi. Sì, perché quello fu un periodo in cui andavano forte le donne che se la cantavano e se la suonavano, ma non lo dico in senso dispregiativo, solo che userei qualsiasi definizione per evitare quella tremenda di cantautrice. E tra tutte spiccava Suzanne Vega, elegante in tutti i sensi, che con Solitude Standing fece uno dei suoi migliori album.

Passiamo a una cantante del futuro, rispetto a quel passato. A cavallo di 1987 e 1988 esordiscono gli islandesi Sugarcubes, distillati dai Kukl, che con Life’s Too Good facevano una musica più o meno new wave, che non sempre convinceva, ma quello che stupiva era la voce della cantante Bjork  Gudmundsdottir, che per fortuna quando poi intraprenderà la carriera solista ometterà l’ostico, almeno per qualcuno, cognome e si farà chiamare solo col nome di battesimo. Visto oggi il video di Motorcrash sembra quasi anticipare di un decennio My Favourite Games dei Cardigans in cui si sfracellava la altrettante bella e altrettanto scandinava Nina Persson.

Gran finale. Come on Pilgrim è poco più di un EP ma è la presentazione al Mondo (ma non tutti stavano ascoltando, soprattutto quelli che poi diranno di essere stati sconvolti dai Nirvana ma forse fino ad allora non ascoltavano rock) di un gruppo che, insieme alle musicalmente affini Throwing Muses, venne dall’America a cercare fortuna in Europa e la trovò nell’etichetta 4AD.  Questo gruppo from Boston avrà un’influenza enorme sulla musica degli anni a venire ma rimarrà ineguagliato nei secoli dei secoli e nessun successivo gruppo indie né tantomeno grunge riuscirà ad avvicinarli neanche lontanamente (l’ossimoro quando ci vuole ci vuole). Se qualcuno vi dice che i gruppi musicali suonano sempre la stessa canzone fategli ascoltare la varietà degli album dei Pixies. Se invece questo qualcuno non vi dice niente fateglielo ascoltare lo stesso. Poi se proprio non vuole mica uno può costringerlo, però non sa cosa si perde.

E’ questo era il mio 1987. Poi, se tutto va bene, tra 30 anni parliamo del 2017.