Tra Van Der Poel

Il passaggio precoce dagli under 23 agli élite sembrava fosse diventato quasi una scelta obbligata nel ciclocross. Van Der Haar, che sembrava destinato a diventare il dominatore della specialità dopo il ritiro di Nys, mise prima da parte un paio di mondiali che tornano sempre buoni e poi passò, ma, ahilui, fu superato in tromba dai due fenomeni, ancora più precoci e ancora più vincenti. Qualcuno aveva invitato anche Bertolini a fare lo stesso, ma il trentino ha preferito fare le cose con calma, al momento opportuno. Un altro predestinato che ha volute restare tra i giovani è Eli Iserbyt, ma, dopo aver vinto un mondiale, ha iniziato poi a perdere da Niewenhuis (inutile tentare acrobazie: oggi l’hanno pronunciato tipo Nìvenais, semplice) e l’altro fenomeno inglese Pidcock, perché da ragazzi sembrano tutti fenomeni, poi dopo qualche anno ci si inizia a chiedere ma perché quello non è esploso, ma percome, e allora vogliamo parlare di Ignatiev? E insomma il belga rischiava di restare famoso solo per la fidanzata un po’ troppo social. Ma oggi Iserbyt ha stravinto e all’arrivo ha fatto un ampio gesto a zittire tutti, come a dire Io so’ io e voi non siete un ç@##o, una specie di Marchese Del Grillo nel corpo di una rockstar sfigata, perché un po’ mi ricorda Lee Mavers, il cantante del LA’s che scrissero una sola canzone. Già alla partenza s’era visto che il giovane Iserbyt, che conosciamo ancora poco, è abbastanza basso, ma poi è salito sul palco con al fianco il granatiere olandese pron. Nivenais e Luca Bramati ha detto che gli ricordava quando Pontoni, altro piccoletto, saliva sul palco tra Van Der Poel. In che senso “tra Van Der Poel”? Forse il fortissimo Adrie era capace di piazzarsi contemporaneamente primo e terzo? La stagione del cross è ormai al termine, quella RAI è finita, e Luca Bramati ci mancherà nei prossimi mesi, con le sue guerre e le sue sportellate, finalmente abbiamo ascoltato un commento davvero tecnico, se ricordate in passato ricorrevano a Sgarbozza. Ma questo bravo commentatore e preparatore è soprattutto una gloria del ciclocross italiano, l’ultimo ad aver vinto in Coppa del Mondo, e sembra assurdo che gli sia stato vietato di entrare nel Quartier Generale azzurro, forse avevano paura che insegnasse qualcosa a qualcuno? Tornando a Van Der Poel, se per Adrie si poteva dire quella cosa lì, del “tra Van der Poel”, allora figuriamoci per Mathieu. I giovani belgi arrembano, sono scatenati, hanno fatto fuori dalla nazionale le vecchie glorie Pauwels e Meeusen, però Van Der Poel ha dominato la stagione, e poi non voglio credere a quella faccenda della sua debolezza psicologica, che diamine, questo poi è il suo quarto mondiale élite, ci ha fatto il cosiddetto callo, non esiste proprio che perda, tutti questi giovani leoni delle fiandre stretti tra Van Der Poel possono solo guardarlo mentre prende il largo e insomma,…, ragazzi qui davvero ci vuole uno psicologo, non credevo a quello che stava succedendo, Mathieu che a stento ha preso un bronzino, sembrava volesse rinunciare completamente al podio, no, non ci voglio salire, e Van Aert che sembrava quasi come se avesse passato tutta la stagione a caricarsi come una molla che doveva scattare proprio al mondiale, e sono 3, e ora la Rubé! Il Belgio ha preparato alla grande il mondiale, l’impressione è che in Olanda abbiano fatto il contrario. Lars Boom aveva già annunciato di non voler più fare ciclocross per preparare bene le classiche, ma più di una top ten non avrebbe potuto fare. Thalita De Jong è scomparsa. Sophie De Boer s’è gestita male e ha chiuso la stagione anzitempo. Marianne Vos infine ha corso ancora meno dell’anno scorso, ne ha risentito come preparazione e come punteggi, è partita dalla terza fila ed è naufragata nel fango insieme all’ex gregaria PFP. Certo, se dieci anni fa ci fossero stati in Olanda sia i mondiali di ciclocross che della pista, come quest’anno, avrebbe sicuramente corso entrambi, e facendo bene in entrambi, ma l’Olanda non può contare solo su di lei. Chi ha voluto seguire la diretta ha dovuto collegarsi con UCI channel dove hanno parlato solo dei primi, e la regia non aggiungeva molto. C’è stata una lunga intervista con Helen Wyman, che ha una voce davvero fuorviante, ma glissiamo, e insomma non sapevamo molto di quel che succedeva dietro, e dietro è successo che Bertolini è arrivato sesto, cioè la miglior gara della sua carriera e il miglior risultato degli italiani in questi mondiali, da parte di uno che dicono che deve decidere cosa fare da grande. Sì, forse lui non ha ancora deciso, ma direi che per il momento va bene così, ma non bisogno scaricare le responsabilità sugli atleti, che la scelta l’hanno già fatta quasi tutti, anche Chiara Teocchi, forse qualcuno non ha voluto sentire, e hanno scelto la mtb, ma è il settore in Italia che deve decidere che cosa vuole fare, non da grande, ma per diventare grande. Non si può sentire che quando si gareggia sulla sabbia non è un percorso adatto agli italiani, però quando si gareggia sul fango invece neanche è un terreno adatto agli italiani: allora è il ciclocross che non è adatto ai crossisti italiani. Cosa volete fare? Io voglio fare lo spettatore del ciclocross, sperando che la RAI continui a trasmetterlo, preferibilmente in diretta, ma questo non importa. Ma gli addetti ai lavori? Si può continuare a fare l’organizzatore e il cittì? E ci si può accontentare del numero di partecipanti alle gare, che sarà pure aumentato, ma è un po’ come gli ingressi nei musei, a qualunque costo, e allora percorsi facili, per avvicinare al ciclocross, sì, ma non avvicinatevi troppo che vi sporcate? Il factotum del cross italiano non è così ingenuo da pensare a un ritorno degli stradisti, di cui non se ne farebbe nulla, anche perché, come il suo non rimpianto ex collega della mtb, sembra un nemico della multidisciplinariertà, e poi se i miracoli non li fanno i biker non li possono fare gli eventuali stradisti. E per inciso sarebbe il caso di darci un taglio anche alla storia che il ciclocross prepara anche alla strada, e Aru e Trentin, ma il ciclocross che fa bene per il ciclocross? Quindi dicevo i percorsi facili per attirare i partecipanti, ma cos’è, una specie di cicloturismo invernale? Potrebbe anche andare bene, se poi si andasse anche al di là di certi percorsi, si portassero i giovani a correre all’estero, perché limitarsi alle famigerate gimkane mi sembra un po’ come portare dei ciclisti a fare una gara di scratch su pista e dirgli: Ecco, le corse su strada sono tipo una cosa così, più o meno.

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