Perline di sport – Raglio d’asino

Qui non si parla degli asini di Bruseghin, i personaggi di questa storia sono altri. Sean Kelly: chi non ha seguito il ciclismo in quegli anni non sa cosa significava se in una classica c’era in gara Sean Kelly, quasi 200 vittorie, una Vuelta, 7 Parigi-Nizza consecutive, tutte le monumento tranne il Fiandre che gli è sfuggito più volte per poco e il Mondiale che correva da solo. Greg Lemond era un uomo da corse a tappe che non si faceva problemi a correre anche Sanremo e Roubaix, solo nel finale di carriera pensava di poter contrastare il suo declino concentrandosi sul Tour. Mario Beccia non era un campionissimo ma ci provava, e ha vinto belle corse: una Freccia Vallone, un Giro di Svizzera, 4 tappe al Giro d’Italia, il Giro dell’Emilia e il Giro dell’Appennino che allora era una gara importante. Dino Zandegù quell’anno era il direttore sportivo di Beccia. Vincenzo Torriani era l’organizzatore della Milano Sanremo; dicono che non sta bene parlare male dei morti, quindi è difficile parlare di Torriani. Diciamo che se fosse toccato a lui di far partire il Giro dal Medio Oriente, ai ciclisti avrebbe fatto passare il Mar Rosso, un modo di aprire le acque l’avrebbe trovato. Beccia aveva sfiorato la vittoria alla Sanremo del 1979 provando il colpo all’ultimo chilometro, ma fu ripreso a poche decine di metri dall’arrivo. Nel 1986 ci riprovò attaccando sul Poggio ma fu frenato dalle moto che in quel periodo erano davvero troppe, si può vedere anche il finale dell’edizione 1984 quando Moser sembrava piombato in un GP motociclistico con tutte quelle moto che allegramente lo accompagnarono all’arrivo, perché certe cose forse non succedevano solo all’Amstel Gold Race. Tornando alla nostra storia, rientrarono Lemond e Kelly, infine Beccia sbagliò a lanciare la volata in testa e l’irlandese vinse con una tale facilità che viene altrettanto facile dire che avrebbe vinto comunque, moto o non moto. All’arrivo Beccia si lamentò di essere stato “bloccato da uno sciame di motociclisti” e il Sergente Torriani, allergico alle critiche, pronunziò la famosa frase: “Raglio d’asino non sale in cielo.” Zandegù, da par suo, concluse: “A mio avviso, Beccia e Torriani… sono cotti entrambi”. Kelly a fine stagione poteva fare la doppietta delle monumento italiane al Lombardia, ma Gibì Baronkelly, pardon, Baronchelli, che aveva iniziato l’annata nella squadra di Moser per passare poi in quella di Saronni, anticipò il gruppetto di testa con un colpo da finisseur. Fine.

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