Danmartinizziamo il Tour

Qui in fondo non ce l’abbiamo con nessuno, neanche con Arnaud Démare. Ricordiamo che il ragazzo ha avuto una fanciullezza difficile, perché la domenica, invece di restare a casa a guardare i cartoni, era trascinato con la famiglia a seguire il padre cicloamatore, e poteva restare traumatizzato, e da grande diventare serial killer o, peggio, calciatore in bianco e nero. E in fondo, ma molto in fondo, non ce l’abbiamo neanche con Etienne Roche, anche perché in fondo le beghe tra lui e Visentini sono appunto faccende loro, un po’ come quelle tra Froomey e Wiggo, e sembra che Gerainthomas riesca a restare equidistante, potrebbe avere un futuro da cittì della nazionale britannica, o gallese nel caso di scissione, perché se con il teppista mod ha condiviso tanti anni a inseguire sui velodromi quartetti avversari che non erano neanche attraenti come la moglie, col froollatore ha condiviso invece tutto il percorso su strada, e forse di quegli anni alla Barloworld i commentatori sospettosi farebbero bene ad andare a leggere i risultati, per vedere che qualcosa del futuro c’era già. Ma dicevo Stéphan Roche, certo ci sarebbe stato più simpatico se nell’87 avesse aiutato Robert Visentini a vincere il Giro o almeno Sean (come si dice Sean in francese?) Kelly a vincere il mondiale, ma comunque ci sta più simpatico il nipote Daniel (qui, anche se è uguale, fate conto che l’ho scritto in francese) Martin. A questo ciclista, stortignaccolo e sfortunello che per le cadute se la gioca con Richard Porte, ma che ha un piccolo palmares di vittorie importantissime, che i più osannati ciclisti nostrani attuali se lo sognano, al Tour hanno pensato bene, ma davvero, di premiarlo anche come supercombattivo totale di tutta la corsa, un premio che vorrebbe premiare e incentivare lo spettacolo, e tutti, dai sapientoni ai sapientini, si sono meravigliati, e purtroppo per loro non potevano neanche tirare in ballo lo sciovinismo. Secondo loro il premio avrebbe dovuto essere assegnato a chi ha totalizzato il maggior numero di km in fughe disperate, oggettivamente misurabili, oppure, per i sostenitori del ciclismo sadico, il maggior numero di microfratture totalizzate. Ora, con tutto il rispetto per il povero Lawson Craddock, rottosi alla prima tappa e arrivato comunque a Parigi, ha senso premiare come combattivo uno che è stato costretto a correre sempre in ultima posizione? Oppure premiare uno che si è inserito in più fughe che hanno poche speranze, e nel tira e molla col gruppo quasi mai fanno vero spettacolo, e semmai ha avuto quella furbizia, o furbettizia, di allungare per qualche altro metro quando il gruppo stava per arrivare, per percorrere effettivamente più metri davanti rispetto ai compagni di avventura? Dan Martin invece è uno che ha cercato di fare classifica, non ha mai pensato di uscirne per essere meno controllato nel caso di fughe, e ha attaccato spesso nelle fasi cruciali della tappa, e il Tour con questo premio ha dato un messaggio importante, soprattutto a sé stesso, perché ora dovrebbe inventarsi un sistema per incentivare gli attacchi veri e seri, voilà.