Anatomia di una squadra

Se non fosse caduto, in questo Tour Nibali avrebbe potuto vincere una tappa, ma non quella di ieri, anche salire sul podio, ma difficilmente avrebbe vinto, perché avrebbe dovuto far tutto da solo. Quando era in corsa e c’era da usare la testa, si vedevano cose con poco raziocinio, Pellizzotti aiutava gli Sky e i fratelli Totò e Peppino Izagirre andavano in fuga. Ognuno è libero di pensare quello che vuole, di aspirare a quello che crede, ma i due fratelli, che si dice in partenza dalla Bahrain,  hanno un’età e hanno mostrato i loro limiti, e non credo che una squadra World Tour possa ingaggiarli per fare classifica nei grandi giri, al limite quegli sconclusionati della Dimension Data. Poi, dopo l’incidente a Nibali, come dicono quelli che parlano bene, si dovevano tirare fuori i cosiddetti, e non dico che oggi doveva andare in fuga tutta la squadra, ma battagliare un po’ di più, un po’ molto di più, e invece nessuno in fuga, nessuno da finisseur, e una comparsata di Colbrelli in volata. Però nel gruppo sono in buona compagnia, perché, chiarito che ieri quando i 4 in testa si sono allineati non era per fairplay ma per studiarsi come fossero Criquelion e Roche senza Argentin, diciamo che una settimana fa c’è stata una specie di protesta per una tappa lunga prima del pavé e ora che è successo qualcosa, più di qualcosa, che riguarda la sicurezza, niente proteste. Dall’organizzazione è lecito aspettarsi tutti i provvedimenti possibili, e oggi si è continuato a parlare di quello, ma secondo me il vero problema è che certe manifestazioni, che siano di pochi o di molti tra il pubblico, sono un prodotto di questo modo di vivere, e per quello soluzioni non ne vedo.

Niente di (ana)logico

Quello che è successo ieri al Tour, in particolare a Nibali, è un qualcosa che si presta a qualsiasi commento cattivo, a qualsiasi attacco, quindi quella che si dice una manna per i socialcommentatori, ci si può davvero sbizzarrire. C’è chi accusa il Tour e i francesi, chi accusa Froome perché non ha atteso abbastanza Nibali, chi accusa Bardet (e i francesi) perché è scattato nel finale, chi accusa i tifosi (in realtà pochi, perché il tifoso sembra fatto della stessa materia di cui sono fatti i social), chi accusa il tifoso per aver sputato a Froome, chi accusa tutti gli altri che non gli hanno sputato, chi accusa Viviani (non lo so, ma potrebbe essere) perché è facile vincere al Giro dove non ci sono le cadute del Tour, e così via, ognuno può inventarsi la sua accusa secondo le sue preferenze. Ma se è normale, nel senso statistico, che questo avvenga sui social a portata di tutti, che lo faccia un quotidiano è normale uguale, se si tratta di un giornale scritto con la maiuscola che si è sempre distinto per le sue battaglie per i diritti incivili e se l’articolo non lo firma uno a caso ma il giornalista che ha scritto un libro di sedicente passione ciclistica insieme a un banchiere, e quindi ecco che scatta addirittura l’accusa di golpe; in fondo, a dar retta a quel giornale ci sono in media 2/3 golpe a settimana.

Ma, dopo aver letto e visto che la caduta di Nibali è stata causata dalla cinghia di una macchina fotografica e non da una moto, anch’io ho la mia accusa da fare: io ce l’ho con gli analogici. Ma possibile che con tutti i telefonini, gli smartufini e smartufoni, le camerette digitali che ci sono in giro, c’è ancora il fanatico con la macchina professionale senza essere professionista? E io non riuscivo a fare una foto decente con le usa e getta, che non erano professional, erano continental, tagliavo le teste, e ora con la Panasonic (che una volta sponsorizzava una squadra ciclistica) faccio delle foto guardabili e poi col pc me le taglio come voglio. E che dire del negozio di dischi che frequento, dove gli ellepì stanno togliendo lo spazio vitale ai ciddì? E’ una cosa che mi fa rabbia non per una presa di posizione teorica ma per il semplice motivo che non ho più il giradischi e quando ce l’avevo erano più i dischi che saltavano, che ancora mi ricordo oltre 30 anni fa, quando comprai The Wishing Chair dei 10,000 Maniacs, riuscii solo a capire che era un bel disco, però era un disco di rock un po’ wave e un po’ folk, non era un salterello. E adesso tutti questi dischi, non tanto le ristampe, tra cui quelli di 180 grammi per altri fanatici, ma gli usati anche a 4 euro, non si può vedere questa cosa. In tutto ciò non c’è niente di logico, ma solo ana-logico.

Briciole di ciclismo

Il ciclismo italiano si è sbriciolato. E’ successo tutto in pochi giorni, o meglio, è successo in un arco di tempo più lungo ma è apparso evidente in pochi giorni. Un Giro Donne con le salite impegnative invocate da molti, anche se pare che poi una buona parte delle 130 su 130 che hanno fatto lo Zoncolan abbiano detto che va bene così, ma che non accada mai più, ed ecco che si scopre che in Italia scalatrici non ce ne sono poi tante. Bene ha fatto, secondo me, Elisa Longo Borghini a conservare quel fisico che le ha permesso di vincere il Fiandre, anche perché dimagrire non è detto che serva a qualcosa e sappiamo che la fissazione per metodi dimagranti è costata mezza carriera a una campionessa del mondo. Così però si avvicina il mondiale austriaco che si dice per scalatori e scalatrici e a questo punto la nazionale italiana dovrebbe puntare su una ciclista che fino all’anno scorso correva le corse amatoriali. Forse c’entra anche il fatto che Salvoldi punta molto sulle pistard, quindi passiste veloci, però bisognerebbe anche chiedersi quanto sia opportuno che un solo tecnico faccia il lavoro che in campo maschile fanno almeno 4 tecnici. Ma forse questa scelta dimostra anche lo scarso interesse della Federazione per il settore femminile. Poi va detto anche che Salvoldi non può certo intromettersi nella gestione dei club, e quindi se non ci sono molte scalatrici e se tante medagliate da giovani poi si perdono, e alcune si ritirano presto, non è colpa sua. Ma almeno la pista sembrerebbe una certezza, se ci fossero le piste. Poi succede che pochi giorni prima dei campionati europei l’unico velodromo coperto viene chiuso per problemi legati alla sicurezza. Ma adesso ne costruiscono uno vicino Treviso, ci vorranno un paio di anni, un po’ di pazienza, avete fretta? C’è proprio bisogno di fare i campionati europei? Fate come l’Italia che i campionati uno alla volta li sta diciamo omettendo. E infine la caduta di Nibali con frattura di una vertebra. Dicono che tra 15 giorni dovrebbe tornare in bicicletta. Ma pensate se i tempi fossero più lunghi, o se comunque non fosse in condizione per il mondiale. Su chi potrebbe puntare l’Italia, sempre per quel mondiale austriaco in salita? Su gente che quest’anno ha già corso molto, come Pozzovivo, o che comunque ha vinto pochissimo in carriera, dallo stesso Pozzovivo a Formolo da Caruso a Cataldo a Ciccone. Affidarsi ad Aru oggi fa un po’ ridere, e per Diego Rosa, che ha vinto la Coppi e Bartali solo per la regolarità, basti dire che la Sky finora non l’ha selezionato per corse importanti. Non resterebbe che puntare su Nibali, il fratello Antonio.

lo svellodromo

Di deficienti non c’è deficienza

Non ho letto molto di Fruttero e Lucentini. E per leggere quella Donna della domenica, da cui Comencini trasse uno dei miei film preferiti, mi devo prima abituare all’idea che dentro il libro non c’è Jacqueline Bisset. Ma oggi sarei curioso di leggere La prevalenza del cretino, per vedere se si parla di qualcosa che assomigli alla tappa odierna sull’Alpe d’Huez, perché non ricordo di aver mai visto tanti deficienti tutti insieme. Gli scrittori di fantascienza, di distopie, di horror, immaginano invasioni di alieni, androidi, morti viventi, macché, sono gli imbecilli quelli di cui bisogna aver paura.

francesi partigiani e storie vere

Nei grandi giri, nelle tappe con molte salite, capita che va in fuga un gruppo di ciclisti che non mira alla classifica, ma a un certo punto uno dei fuggitivi ha un vantaggio tale che se la corsa si fermasse lì sarebbe il leader della classifica, e allora si parla di maglia gialla, o rosa o rossa, virtuale. Poi però la corsa prosegue, il vantaggio sfuma e i fuggitivi vengono ripresi e abbandonati per strada, in genere. Oggi nella prima tappa alpina la maglia gialla virtuale era la maglia gialla in persona, perché quello che capita “in genere” non vale per Greg Van Avermaet, che la scorsa primavera non ha vissuto la sua migliore stagione fiamminga, e data l’età potrebbe essere già nella fase discendente della carriera, ma è un grande combattente, al punto che i francesi gli hanno dato il premio per il più combattivo del giorno, nonostante nella stessa fuga ci fosse Alaphilippe che ha ottenuto la sua prima vittoria al Tour, e si sa che i francesi sono partigiani e il premio della combattività, assegnato da un giuria non in base a qualcosa di oggettivamente misurabile, finisce spesso a ciclisti francesi. Sono strani in Francia: lungo il percorso abbiamo visto la ricostruzione di un episodio storico dei maquisards, i partigiani francesi, mentre qui in Italia, dove siamo più avanti e ci siamo liberati del pensiero e della memoria del secolo scorso, a parlare di partigiani non si fa una bella figura, meglio parlare di calciatori, che se guadagnano tanto vuol dire che hanno ragione loro. E allora diciamo che oggi è stata la giornata degli ex calciatori, perché prima dell’impresa di Van Avermaet ce n’è stata una ancora più clamorosa di Van Vleuten ne La Course by le Tour, tornata a disputarsi in prova unica ma con arrivo in salita, la stessa della tappa maschile. La grande assente al Giro Anna Van Der Breggen era riuscita a staccare la vincitrice del Giro medesimo, che però non ha mollato ed è riuscita in una rimonta clamorosa. Encomiabile l’idea dei francesi di posizionare questa corsa tra il Giro d’Italia e il Giro del Benelux, e non in un banale weekend in cui c’è più gente davanti alla tv e sulle strade, ma in un martedì lavorativo. Infine al Tour c’era anche la corsa degli uomini di classifica, la tappa era battagliata almeno davanti, ma a un certo punto la RAI si è collegata con lo studio, dove il soporifero Garzelli ha sostituito il già depresso Petacchi, e a dargli manforte è stato invitato Aru, per cui, dato anche il caldo, la controra, si è rischiato l’abbiocco, e questa atmosfera frizzante quanto una scenetta di Gigi e Andrea deve aver valicato le Alpi e contagiato il gruppo, forse è questo che è successo davvero, non è colpa del trenino della Sky.

Addio al calcio

Greg Van Avermaet non è stato l’unico a beneficiare di un provvidenziale infortunio che l’ha costretto ad abbandonare il calcio e dedicarsi al ciclismo. La stessa cosa è successa a due personaggi che sono stati su tutte le prime pagine …, no, le prime pagine no, ma su tutti i trafiletti in quart’ultima pagina dedicati al ciclismo: l’olandese Annemiek Van Vleuten, che infatti ha iniziato a ottenere successi importanti dopo i 25 anni, e il belga Remco Evenepoel, che giocava banalmente nell’Anderlecht, e ora nella categoria juniores sta facendo delle imprese alla Sukhoruchenkov. Per cui a quei genitori che hanno dei figli che giocano a pallone, rischiando un domani di finire su uno yacht o sposati con una starlette, consigliamo di spezzargli qualche ossicino così che lascino il calcio per il ciclismo, e una volta agonisti si rompano da sé, in discesa o sul pavé, le ossa rimaste intatte.

Statistiche illustrate – La Zoncolana

Annemiek Van Vleuten ha voluto vincere pure l’ultima tappa del Giro d’Italia come fosse Marianne Vos, ma la sua vittoria parziale più importante è stata quella sullo Zoncolan. Questa salita fu già affrontata nel 1997 dal versante più facile, ma da quello più difficile di Sutrio era ritenuta troppo dura per le donne e ci sono state un po’ di polemiche. Quindi confrontiamo alcuni dati. Il record della scalata è di Gibo Simoni con 39’03”, mentre Froome quest’anno ha impiegato 39’58”. Quanto ha impiegato l’olandese? Provate a cercare questo dato su internet e se lo trovate me lo fate sapere. Per una gara di ciclismo femminile è già tanto che in RAI ci abbiano detto che Van Vleuten ha impiegato circa 48 minuti. Ma sicuramente, dopo le prime, le altre  ci avranno rinunciato. No, nella tappa del Giro maschile su 168 partenti 166 sono arrivati al traguardo, nel Giro Femminile sono arrivate in 130 su 130 partenti e tutte nel tempo massimo.

Ultimo raffronto, indicativo dell’interesse del pubblico, è quello del numero di commenti sul sito della Gazzetta. Ogni tappa finora corsa del Tour: “carica altri commenti”; ogni tappa del Giro Donne: “nessun commento”. Può darsi che questo scarso interesse sia dovuto anche allo scarso rendimento delle cicliste italiane: nessuna vittoria di tappa; non accadeva dal 2012 quando però ci furono tre italiane nelle prime dieci. E niente di strano se anche la maglia nera è italiana: la “fonzina” è Marzia Salton Basei. Non l’avevo mai sentita nominare e sono andato a fare una ricerchina su internet. Ho trovato delle foto, poche quelle in bici, più quelle turistiche balneari, e mi è venuto il dubbio che il suo modello, la ciclista di cui emulare le imprese, sia Puck Moonen, ma forse mi sbaglio, e in fondo pure lei, Basei, ha fatto lo Zoncolan.

Anche questa è una salita.

Cose che si dicono

Qualcuno tifava contro il Belgio del pallone temendo che una sua vittoria facesse spostare interessi e sponsor dal ciclismo al calcio, in quello che è ritenuto il paradiso del ciclismo, ma, come ho già scritto in passato, basta andare sul settore sport del sito di Het Nieuwsblad per constatare che non è vero. Però, se il calcio può significare molto anche al di fuori dello sport, io mi auguravo che non vincesse la Russia alla putinesca e che oggi non vincesse la nazionale nazionalista, capace si ringalluzziscono e invadono la Serbia e si ricomincia da capo. Il Belgio poi, può trovare altre soddisfazioni, pure nell’atletica dove salta fuori un giovane 400ista, da affiancare alla tribù Borlée, ai campionati mondiali under 20, occhieggiati oggi pomeriggio in attesa del pavé, ma la 4×400 maschile non è stata vinta dal Belgio bensì dall’Italia, e, nota di colore, con un quartetto tutto bianco, a differenza delle donne del Mediterraneo, anzi 2 dei 4/5 staffettisti sono napoletani, ma ovviamente il TGR, preso dal Napule in ritiro alpino, non ne era a conoscenza. Una cosa che si dice da sempre, e l’ha ripetuta oggi Bragagna, è che la 4×400 testimonia lo stato di salute di un movimento atletico. Questa cosa non mi ha mai convinto, pure Bragagna che ne capisce è scettico, e direi che le staffette vincenti italiane confermano che non è vero. Come non è vero che una tappa col pavé è come la Roubaix, e infatti alle ambizioni degli specialisti del settore si mischiano i giochi di squadra, e non sappiamo, ad esempio, se Vanmarcke non era in forma o era incaricato di scortare Uran, che poi è quello che alla fine ha perso di più. L’assenza di pioggia, auspicata invece dagli spettatori sadici, ha fatto alzare molta polvere sulle stradine sconnesse e molto polverone ha alzato l’inserimento di una tappa così nel programma di un grande giro. E’ giusto oppure no? Io direi di sì, perché da sempre penso che i grandi giri devono essere per corridori completi e non soltanto per scalatori. Il pavé rende la corsa più spettacolare o i distacchi li fanno solo cadute e forature? Oggi effettivamente è stato così, ma se Bardet ha forato tipo 99 volte non è che hanno scelto materiali sbagliati? Comunque il francese è sempre combattivo e ha limitato i danni. E gli uomini di classifica corrono per guadagnare secondi o minuti o cercano soltanto di salvarsi? Beh, forse dipende dalle circostanze: 4 anni fa la pioggia aiutò i coraggiosi ma il tanto atteso Nibali oggi ha corso in difesa. Poi ci sono le cadute, e oggi Fortunello Porte si è dovuto ritirare ma anche gli altri anni non ha avuto bisogno del pavé, e pure Mikelanda è caduto ed è rimasto solo, ma per questo caso è discutibile la scelta di Unzué di portare 3 capitani proprio nell’anno in cui le squadre scendono a 8 elementi e i gregari non possono moltiplicarsi, anzi si era ritirato pure Rojas. Quelli che sembravano moltiplicarsi, nel polverone e nella confusione causata dalle cadute e dalle forature, erano alcuni corridori come Pozzovivo e Bardet: in ogni gruppetto che veniva inquadrato dicevano che ci fosse Bardet, e Pozzovivo che era in ritardo l’abbiamo trovato in testa nel finale. In quella fase la Quickstep, in maggioranza quantitativa e qualitativa, si è affidata al solo Lampaert andato via insieme a Van Avermaet e Degenkolb, e in un trio non è facile andar via da fagiano. Infatti si è arrivati allo sprint e sarebbe stato bello e coreografico che avesse vinto il belga con la maglia gialla, l’ex portiere di calcio. Già, quando un atleta si trova a un bivio e deve scegliere tra calcio e ciclismo, nel primo caso troverà sempre qualcuno che lo inviterà in vacanza sul suo yacht, nel secondo troverà sempre un collega gravemente infortunato o peggio, e un parente ammalato o peggio, cui dedicare una vittoria. E Degenkolb, oltre a un amico morto, aveva anche la sua storia personale da raddrizzare: buttato in aria con mezza squadra da una turista motorizzata, Degenkolb aveva rischiato l’amputazione di un dito e di sicuro non è più tornato quello di una volta e cercava una vittoria importante. Perciò va bene che oggi questa tappa tanto attesa l’abbia vinto lui, per quello che sappiamo, ma chissà quante altre storie tragiche si nascondono nel gruppo. O forse no.

Tre volti nella polvere, tre volti sull’altar.

Programmi TV

Oggi pomeriggio c’è la finale del mondiale di calcio tra la nazionale francese e i nazionalisti croati. Ma voi potete seguire la tappa del Tour col pavé e tifare a piacere per il toscosiciliano che corre per la squadra del Bahrein, per l’olandese che corre con la squadra belga, per lo slovacco che corre con la squadra tedesca, o lo svizzero che corre per la squadra francese. Il siciliano umbro che corre per la squadra celestiale invece non c’è.