Cartoline da Genova

Pochi mesi dopo l’inizio di questo blog uscì un libro, su cui scrissi un postone, sulle cartoline degli anni 60 e 70 che raffiguravano periferie e altri posti poco turistici, ma che erano luoghi strutture e infrastrutture che allora sembravano rappresentare il luminoso futuro dell’Italia. Ieri lo segnalavo alla collega blogger Sara Provasi e, dato che il libro non l’ho più toccato dopo averlo letto e non ricordavo ovviamente tutte le immagini, mi sono chiesto se c’erano cartoline del Viadotto Polcevera, e, dato che l’autore Paolo Caredda è genovese, la risposta è che ce n’erano due, e questa è una.

In quel periodo una cosa che accomunò alcune delle maggiori città italiane fu la costruzione di serpentoni di case in periferia, pensate da architetti e urbanisti illuminati, forse pure troppo, al punto che la troppa luce forse li accecava. E sulle alture di Genova venne costruito Forte Quezzi,  ribattezzato “il Biscione”, cui il libro concede addirittura l’onore della copertina.

Una noterella finale, che non vuole assolvere nessuno. Dei nuovi materiali  evidentemente all’inizio si vedono soprattutto gli aspetti innovativi, poi col tempo vengono fuori quelli negativi. Tra le altre cartoline riprodotte ce ne sono alcune che pubblicizzavano prefabbricati in eternit. Di questo materiale proprio in quegli anni si andavano scoprendo gli effetti nocivi, ma forse i costruttori ci credevano ancora o volevano continuare a crederci o non volevano ascoltare; allo stesso modo a quanto pare Morandi continuava ad avere nel calcestruzzo una fiducia incrollabile.

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Cadde, risorse e giacque (in loop)

Tutto ei provò: la gloria Maggior dopo il periglio, La fuga (raramente o mai) e la vittoria. Ieri fu multi-multato per pugni a un’ammiraglia e imprecazioni contro un direttore sportivo (incidentalmente, o forse no, della sua squadra) e oggi ha vinto la sesta tappa della Vuelta. E prima di arrivare al Manzanarre Nacer Bouhanni potrebbe ripetersi (sia nella vittoria che nelle risse).

Centodue volte nella polvere, Centodue volte sull’altar.

Sport messi male

Oggi leggevo un famoso sito di gossip, Larepubblicapuntoit, e ho trovato una strana coincidenza: due episodi che hanno riguardato l’abbigliamento di due tenniste non graditi a qualche bacchettone, e in fondo il tennis è sempre stato alla retroguardia su abbigliamento e comportamento. Agli US Open Alizé Cornet si è accorta di essersi messa la maglietta al rovescio e se l’è tolta per infilarsela nel verso giusto e, anche se non ha scoperto le principali zone erogene, è stata ripresa dall’arbitro. Serena Williams invece al Roland Garros indossò una particolare tuta che aveva un suo preciso motivo sanitario, dato che in passato ha avuto un embolo, ma un dirigente francese, cui presumibilmente quel mattacchione di Lombroso, se fosse vivo, non stringerebbe neanche la mano, disse che non avrebbe più tollerato cose del genere (si chiamano “outfit”, ma allora preferisco usare il termine tecnico “cose”), e così la Williams si è cimentata in un enigmistico cambio di finale e agli US Open ha trasformato la tuta in tutù, tié! Prevedibili le polemiche sui social, dicono che ai tennisti uomini non si contesta niente, però se un tennista si togliesse la maglietta e sotto mostrasse un reggiseno non lo so. Però il ciclismo non sta messo meglio ed è triste quando lo usano i politici per farsi belli. Monsieur Le Président Macron è andato in Danimarca e ha concluso la visita pastorale con una sgambata in bici per le strade di Copenhagen insieme al premier danese Rasmussen, e a scopo propagandistico è stato diffuso il video della pedalata non competitiva. Le immagini sono state riprese con l’on board camera e sono meno confuse e insignificanti di quelle che vediamo in genere con questo inutile strumento.

Almeno i due capi si sono presi la responsabilità della corsa alternandosi a tirare. Gli altri procedevano a distanza di sicurezza per evitare cadute, che non si potevano escludere visto che i leader delle squadre un po’ barcollavano.

Il pubblico ha snobbato l’evento che, come tutte le visite di capi di stato, si è concluso con la cerimonia della consegna dei regali riciclati di cui nessuno sa che farsene. Macron, che è stato forse il primo presidente a non andare al Tour de France per polemiche politiche in corso, ha donato a Rasmussen una maglia gialla firmata da Gerainthomas, che non deve avere neanche un gran valore collezionistico, visto che dopo ogni tappa la maglia gialla ne firma almeno una decina e, dato che il gallese è stato in testa per molte tappe, fate voi il conto.

Rasmussen sembra guardarla come a dire: Thomas? Ma non ce l’avevate una di Froome? E poi non sappiamo se ha ricambiato donandone una del suo omonimo che al Tour 2007 fu cacciato, proprio mentre indossava la maglia gialla, perché l’ingenuo e ignaro Cassani aveva detto di aver visto Rassmussen in un posto che non era quello dove avrebbe dovuto essere e per il primo corollario del protocollo Adams voleva dire che era andato a doparsi.

boomerang

E’ andato via dalle edicole il numero 4509 del settimanale più imitato? Si? Bene, così posso scrivere di una vignetta, anzi una striscia, pubblicata lì, anche se problemi di diritti non so se ce ne sarebbero. Questo è un genere reietto, vignette anonime, spesso banali su situazioni trite e ritrite, ma quando su uno di questi tormentoni, di questi luoghi comuni, mi sembra di vedere una trovata originale, allora ve la propino, poi può darsi che esagero. La strisciolina pubblicata nell’ultima pagina affrontava il tema già ampiamente trattato dei boomerang che tornano sempre indietro. A me è piaciuta, ma se non siete d’accordo questo post potrebbero avere un effetto boomerang per il blog. O forse ri-esagero.

La Zeriba Suonata – telefonia immobile

Ieri ho postato due video in levare dei Blondie. Un altro successo del gruppo fu una versione di Hanging On The Telephone dei The Nerves, trio pre-punk e pure power pop (questa frase andrebbe bene come scioglilingua). L’autore del pezzo è Jack Lee che poi tentò la carriera solista, mentre Paul Collins si costruì attorno qualche gruppetto effimero, e il più famoso, Peter Case, prima fondò i Plimsouls e poi si mise in proprio come folksinger, insomma tutte storie marginali, da outsider, che allora non so ma oggi uno si può anche sparare la posa da outsider. L’io narrante della canzone non vuole restare appeso al telefono in attesa di una risposta (è questo il senso dell’espressione hanging on the telephone), ma quello che volevo dire è che con cellulari smartufoni e cordless oggi purtroppo non è più possibile che qualcuno si impicchi col filo del telefono, e poi pensate al ruolo dei vecchi apparecchi nei film di una volta, soprattutto thrilling: la difficoltà o impossibilità di chiamare qualcuno in aiuto, fili tagliati dagli assassini, cornette raggiunte in maniera acrobatica o con difficoltà, e altre situazioni simili; insomma se oggi si volesse fare un remake di quei film sarebbe un problema aggiornare queste situazioni.

Cartolina da Rocca di Papa

Questo gran parlare di Rocca di Papa fa venire in mente una grande perdita per la civiltà occidentale: il Giro del Lazio, che era la terza classica italiana e, dopo una prima interruzione di qualche anno, ritornò brevemente nel 2013 e 2014 col ridicolo nome di “Roma Maxima” e poi scomparve per sempre chiudendo l’albo d’oro con Alessandro il Grande, ma non il macedone, il murciano. La corsa passava nella Sgarbozzia, cioè la zona dei Castelli Romani, dove dimora l’ex ciclista ex opinionista, e aveva uno dei momenti chiave nella salita di Rocca di Papa. Nonostante il nome, sulle origini del paese ci sono solo ipotesi, una legata anche a Celestino III, ma va detto che Celestino qui non fu terzo, ma due volte secondo, nel 1998 dietro Tafi, che a Rocca di Papa attaccava sempre, e nel 2003 dietro Bartoli, in una volata in cui loro due e Flecha rimasero in piedi per miracolo, anzi no, volevo dire con abilità, che, data la zona, è meglio non tirare in ballo pure i miracoli.

Nel ciclismo chi è in testa avverte gli altri dei pericoli che si presentano lungo la strada.

La Zeriba Suonata – Regatta de Blonde

Negli anni ho comprato diversi dischi reggae, sia album di gruppi tra i più famosi e apprezzati che antologie, e il risultato è stato sempre lo stesso: noia e anche un senso di fastidio legato all’immaginario fatto di dreadlock canne e ritorno all’Africa; ma dove andate, e poi proprio in Etiopia, con la miseria che c’è là, non state bene in Giamaica? Infatti una delle cose che apprezzo di Usain Bolt, il corrispettivo di Sagan nell’atletica, è che non ha mai portato i dreadlock. Però mi piace quando il reggae lo fanno alcuni bianchi, non ovviamente Eric Clapton che in fatto di noia non accetta lezioni da nessuno, o quei gruppi che vorrebbero la pelle nera e i capelli non lavabili come ce ne sono in Italia, bensì tipo Kate Bush, Jonathan Richman o le versioni inacidite dei Prodigy. E poi c’era uno dei gruppi forse più annacquati del punk new wave, ma più che annacquati spiazzanti con la loro mescolanza di generi, i Blondie, che poi avevano quel di più rappresentato da Debbie Harry, una delle cantanti più sensuali dai tempi dell’Impero Romano. Uno dei pezzi reggae del repertorio dei Blondie è The Tide Is High, cover dei The Paragons, che a voler essere fiscali erano ancora rock steady, poi questo genere si biforcò: la variante divertente diventò ska e quella moscia reggae.

Nel loro remare tra i generi, Chris Stein la biondina e i loro soci hanno anche imbarcato il calypso con Island Of Lost Souls. Guardatene il video: forse sarebbe stata così L’Isola dei Morti se il pittore Arnold Böcklin fosse stato giamaicano e pure molto fumato.