Una riforma per Tom

Ieri l’UCI ha presentato la Grande Riforma del ciclismo tanto annunciata e tantinello attesa. Non so, almeno in Italia, chi si faccia incantare ancora dalla parola “riforma”: dopo decenni di governi riformisti che hanno più invocato che attuato le Riforme, ma le riforme per le riforme, come valore in sé, a prescindere da cosa e come si riformava, oggi abbiamo il governo del cambiamento che ha cambiato tutto e fa cose nuove che nessuno ha mai fatto, e per esempio si dice che abbia pensato una cosa inaudita, nel senso che non se n’era mai sentito parlare nella Storia d’Italia dalle origini agli aborigeni, cioè il condono. Tornando al ciclismo, alcune parti della riforma devono essere sviluppate e chiarite, ma per adesso sembra che riguardi soprattutto lo status delle squadre e le condizioni giuridiche e lavorative dei ciclisti. Per quello che riguarda il calendario se ci saranno novità si potrà capire soltanto quando verrà applicata, forse nel 2020, ma l’auspicio è che l’organizzazione del ciclismo che verrà premi in qualche modo i ciclisti che corrono di più, perché i risultati quest’anno gli hanno dato torto. Oggi al mondiale a cronometro Tom Dumoulin, che, come Sagan, potrebbe essere veneto e chiamarsi Tommaso Dal Molin, è arrivato secondo per la terza volta in un grande evento della stagione, dopo Giro e Tour, e Tom, che è un ragazzone che reagisce in maniera istintiva, e forse per questo in RAI l’hanno chiamato Dumulòn, per far rima con Moscon, quando all’arrivo ha realizzato di essere stato ancora battuto e di aver concluso la stagione senza vittorie di rilievo, solo con l’ennesima fregatura, aveva la faccia delusa sconvolta e sul podio anche smarrita come a chiedersi cosa ci faceva lì. Diciamo che il vincitore odierno era il grande favorito, l’australiano Rohan Dennis, che potrebbe essere veneto e chiamarsi Denis Roano, però se dopo il Tour Tom ha detto che non tutti gli anni può correre due grandi giri, adesso sarà sicuramente più che convinto di doverne correre uno solo, come Geraint Thomas, che quest’anno sarà pure tornato a correre la Roubaix, ma chissà che non l’abbia fatto proprio in preparazione del Tour, l’unico suo grande impegno stagionale. Gli italiani in gara erano il piemontese Fabio Felline, che potrebbe essere veneto e chiamarsi Fabio Fellin, e Alessandro De Marchi, l’unico che non potrebbe essere veneto ma neanche genericamente friulano perché è di Buja e diciamo che De Marchi sta a Buja come Zerocalcare sta a Rebibbia. Felline, solito fortunello in una squadra di fortunelli (per dire, tra i suoi compagni ci sono Degenkolb e Nizzolo) è caduto, mentre De Marchi dichiara di volersi dedicarsi di più alla cronometro, anche se si aspetta che lo critichino, non si capisce chi e perché, ma lui vuole andare dritto per la sua strada, l’importante è che non vada dritto quando c’è una curva, per il resto va bene così, anche perché tutte le strade portano a Buja.

Lentusiasmo di Dumoulin (sì, senza apostrofo).