Straziami ma di bici saziami

Due mesi fa Auro Bulbarelli è stato nominato direttore di RaiSport e per ora non si è visto nulla, soprattutto non si è più visto Radiocorsa, la trasmissione che proprio lui ideò e ogni settimana viene annunciata ma non trasmessa. Ieri c’è stato un segno di vita con la nomina di sei vice direttori: il calciofilo Cerqueti, il calciofilo Civoli, il calciofilo Gentili, il calciofilo Varriale che si occuperà di calcio, poi Maurizio Gentili di cui ho trovato una foto con Gigi Sgarbozza, buon segno, e infine Alessandra De Stefano con la delega agli sport vari e residuali. Grande appassionata di ciclismo, AdS ha ricevuto la buona novella proprio mentre stava relazionando a un Convegno di studi intitolato “Nick Nuyens questo sconosciuto”. Però, sempre ammesso che la RAI trovi l’accordo con RCS per i diritti sul Giro, ora si pone il problema di trovare un altro conduttore per il Processo alla Tappa, una cosa che non sarà facile tenendo conto della conoscenza delle lingue e dell’empatia che Ads ha con i ciclisti; ricordiamo che personaggi difficili da gestire come Cav o Sagan si aprivano in grandi sorrisi a sentirne la voce, anche se questo fenomeno è difficile da capire. Il problema è causato da uno strano regolamento della RAI per cui chi ha incarichi dirigenziali non può andare in video, una cosa finanche paradossale, che mi ricorda il personaggio di Tognazzi nel film Straziami ma di baci saziami di Dino Risi. Per quelli che sciaguratamente non l’avessero visto, ricordo che Tognazzi interpretava un sarto che aveva perso la voce per lo shock causato dai bombardamenti e, ritrovatala dopo un’altra esplosione, mantiene il voto di farsi frate in un ordine con l’obbligo del silenzio.

AdS in una puntata del Processo con ospite Wiggins che conversa con Sgarbozza nel linguaggio dei segni.

La Zeriba Suonata – gufi sulla soglia

Niobe è una musicista tedesca elettronico sperimentale, che detto così sembra faccia cose inascoltabili e invece no, sono piacevoli, almeno secondo me, poi forse dipende dalla personale soglia della piacevolezza, che se nessuno l’ha mai teorizzata lo facciamo qui ora. Lei canta in inglese e ha un nome francese (Yvonne) e un cognome latino (Cornelius) che è anche il nome d’arte di un noto musicista giapponese, quando si dice i sovranisti. Si potrebbe dire che Niobe si interessi di uccelli, ma meglio non dirlo in un paese come l’Italia che forse è il maggior produttore mondiale di doppi sensi. Fatto sta che lei ha intitolato Blackbird’s Echo l’album  del 2009 e già nel 2004, nell’album Voodooluba, aveva dedicato una canzone al gufo, l’animale caro a quel premier che fu più provvisorio di quel che si pensava. Il gufo invece non interessava al giovane Holden, forse perché è un animale a cui il fatto che il laghetto sia ghiacciato o meno non fa né caldo né freddo, ma se Holden avesse avuto un amico gufo l’avrebbe chiamato Good Ol’ Owl.

Fiabe corte

Le isole Fær Øer si trovano tra la Danimarca, del cui regno fanno più o meno parte politicamente, l’Islanda e tutte le altre isole britanniche, e sono così piccole che mi ricordo quando ancora vedevo qualche partita di calcio, e l’Italia giocava lì, il pallone se lo calciavano troppo forte rischiava di finire in mare. Ciclisti di quelle parti mai sentiti, ma non c’è lo spazio per correre, tutt’al più possono fare i rulli. E però anche loro c’hanno le loro fiabe, i loro racconti popolari, e Iperborea che sta pubblicando raccolte delle fiabe di tutti i paesi del Nord ha da poco (2018) pubblicato Fiabe faroesi. Le situazioni sono spesso simili a quelle di tante altre fiabe europee, a volte pure i nomi (Ceneraccio), ma queste qui mi sembrano, oltre che più grezze come fa notare il traduttore, più crudeli e cruente. Spesso le vittime di questa violenza sono i troll, che non sono nanetti ma giganti, e questa ostilità è anche comprensibile perché lì già lo spazio è poco per gli uomini figuriamoci se ci si mettono i pure i giganti. Ma il massimo è la fiaba di Fanfarone: una strage. Le fiabe sono brevi, e del resto in quelle isole lo spazio per racconti più lunghi non ci sarebbe, il libretto è di 157 pagine, ci sono anche belle illustrazioni di Lorenzo Fossati, per farla breve vi consiglio di comprarvelo.

la storia non si ripete

Ma forse si sbagliava chi teorizzava i corsi e ricorsi storici e si sbaglia chi si allarma perché la storia si ripeterebbe uguale; forse si va avanti anche quando si torna indietro perché non si passa per lo stesso punto, chissà.

Vedete che non è la stessa cosa?

La Zeriba Suonata – frammenti

Meglio non farle le playlist che appena l’hai fatta ascolti in ritardo qualche disco che lì ci stava proprio bene, e poi a distanza di anni quelle liste sarebbero addirittura sconvolte. Le mie informazioni sulle uscite discografiche sono frammentarie e derivano da fonti disparate, nessuna sistematica, cioè tradotto in italiano non compro nessuna rivista fisso. Scrivevo all’amico Enri che, appena chiusa la mia, ho letto e ascoltato un’anticipazione del primo disco di Elena Tonra a nome Ex:Re e che probabilmente l’avessi ascoltato prima sarebbe finito nella playlist 2018. Il punto è che forse quel disco non era ancora uscito e infatti lo sto ancora aspettando. Intanto avevo anche richiesto Devotion di Tirzah, Domino 2018, non ero molto convinto, forse la cosa in più era la collaborazione di Micachu di cui avevo ascoltato solo il primo giocattoloso Jewellery e poi l’avevo persa di vista nei miei ascolti frammentari. E acoltando il primo disco della britannica Tirzah (al secolo Tazir Mastin) sono bastati un paio di brani per capire che ha ragione chi lo indica tra i migliori dell’anno scorso. In verità i primi pezzi potrebbero farvi pensare che il disco sia difettoso o il vostro lettore stia per abbandonarvi, ma io invece questo non lo pensavo, sia perché il mio lettore lo tratto bene e non gli faccio suonare nessun cantatroce, sia perché un po’ di suoni frammentati li ho ascoltati, e facendo dei paragoni non so quanto pertinenti potrei dire che la musica di Tirzah è più romanticheggiante e orientata verso soul e hip/trip hop, non è il country mascherato degli Alt-J, non è cupa e melodrammatica come quella di Arca, né solenne nervosa e a tratti (lunghi tratti) ostica come le cose di Holly Herndon. E il video di Gladly è il corrispettivo di quei suoni spezzettati.

Una domenica di ciclismo stralunato

Da quando hanno cambiato la formula dell’omnium e inserito la prova denominata Tempo Race nessuno, perlomeno in Italia, sembra capire bene come funziona, e il fatto che venga omessa o troppo sintetizzata nelle sintesi differite in tv non aiuta, o forse il problema è che in quella prova in genere gli italiani perdono punti. Però stanotte dall’altro capo del mondo Liam Bertazzo è arrivato terzo nell’omnium di Coppa del Mondo vincendo la Tempo Race e allora vuol dire o che abbiamo trovato quello che finalmente l’ha capita o che è una gara così incomprensibile che è capitato abbia vinto lui. Il Tempo, ma non quello Race, quello normale, ci chiarirà il dubbio; forse. Una espressione sempre più usata è “a 360 gradi”, però mi sembra che chi la usa non sappia bene quello che dice, la usa a sproposito, perché quella nel linguaggio è forse la forma di pigrizia più diffusa, ma questa domenica è stata una giornata di ciclismo a 360 gradi, pista strada e ciclocross, in cui qualcuno si è capottato a 360 gradi, e questo succedeva a Pont Chateau, dove ci si è messo anche Lars Van Der Haar che, non so se ha letto il post di stamattina, forse memore dell’impresa di De Bie 30 anni fa in questa località, ha cercato di passare in bici gli ostacoli, lui che a causa della sua scarsa statura rischia spesso di cadere anche quando li passa a piedi, e così facendo, e sbagliando, ha rallentato mezzo gruppo di testa rischiando di creare quella selezione che il percorso veloce non riusciva a fare, al punto che si vedevano scene da ciclismo su strada con dei vaffa per chi non tirava. Poi, anche per l’assenza di Van der Poel il piccolo, ha vinto Van Aert che rischia di strappare la Coppa del Mondo a Toon Aerts proprio nelle ultime gare, e sarebbe una beffa per il terzo uomo essere stato a lungo in testa a due challenge e perderle entrambe. Ma una volta il terzo uomo era proprio Van der Haar, che in realtà prima dell’avvento dei due fenomeni sembrava destinato a grandi cose e ora è tutt’al più il quinto/sesto uomo. Uno dei suoi problemi sono le cadute e allora si potrebbe paragonare a Richie Porte, anche lui mai esploso e anche lui tendente alle cadute, ma se il tasmaniano fosse bravo anche nelle corse in linea si potrebbe paragonare a Baronchelli che vinse 6 volte consecutive il Giro dell’Appennino mentre Porte con oggi ha fatto lo stesso sull’arrivo di Willunga Hill. Poi però la classifica finale l’ha rivinta il sudafricano Impey, uno che nell’altro emisfero si trova a suo agio. Ma forse la cosa più pazzesca della giornata è che Marianne Vos ha vinto matematicamente la Coppa del Mondo di ciclocross ed era solo la prima volta: com’è possibile?

Ma al Tour Down Under cosa gli danno ai vincitori di tappa, il vaso da fiori per il cimitero?