La Zeriba Suonata – quella ragazza lì sembra quell’attrice che ha fatto dei film

Ieri eravamo in Australia e oggi ci trasferiamo in Nuova Zelanda ma rimaniamo negli anni 80. All’epoca a proporre video in Italia c’era DJ Television che, tra i tanti, mandò un video di Tim Finn intitolato Carve You In Marble. Tim Finn, oltre all’attività solista, con il fratello Neil aveva già formato gli Split Enz cui seguirono i Finn Brothers e soprattutto i Crowded House che scrissero a loro insaputa una famosa canzone di Antonello Venditti, un po’ come Brassens e Leonard Cohen scrivevano le canzoni per quel famoso cantatroce genovese. Però ai tempi il nome Tim Finn non diceva niente e in verità neanche quella canzone, nel video colpiva invece la bella ragazza che si vedeva anche svolazzare, sembra quell’attrice, quella che ha fatto dei film, Greta Scacchi.

La Zeriba Suonata – Down Under The Milky Way

Negli anno 80, anche se non c’era ancora internet, le comunicazioni tra le varie parti del mondo funzionavano abbastanza da permettere di ascoltare il rock che si faceva nell’altro emisfero in un periodo in cui da quelle parti andavano molto meglio nella musica che nel ciclismo. E infatti, dopo i gruppi punk e protopunk,  non ci siamo risparmiati nessuna delle personificazioni di Nick Cave, grande musicista per carità, From Her To Eternity fu una rivelazione, ma comunque lui è sembrato sempre il tipo che, come si dice da queste parti, chiagne e fotte, perché tra una sacra scrittura una disgrazia e una meditazione metafisica riusciva a trovare il tempo per P.J. Harvey o Kylie Minogue; forse cercava solo una spalla su cui piangere e casomai era tale il magone che la sola spalla non era sufficiente ed era costretto ad allargare il raggio d’azione, ma alla fine sono fatti suoi.  Certo ne ha beneficiato la connazionale che dopo una prima parte di carriera come popstar sgallettata si è evoluta in popstar seminuda. Ma dicevo il rock australiano, più personificazioni di Cave le aveva il terribile Jim Thirlwell alias Jim Foetus alias altri nomi, e poi c’erano i rustici Triffids, i Died Pretty, ma all’epoca più di tutti mi piacevano gli Hoodoo Gurus, che facevano un trascinante power pop e, a dimostrare che i contatti col resto del mondo miglioravano, il loro leader capelluto Dave Faulkner aveva una relazione con Vicki Peterson chitarrista delle Bangles, però a differenza di Cave lui non piangeva. Ma oggi, guardando anzi ascoltando in retrospettiva, i miei preferiti tra tutti questi sono I Go-Betweens, che partirono con la storica etichetta scozzese Postcard e sarebbero venuti fuori alla distanza. Dentro il loro tempo erano i Church, che facevano un pop folk psichedelico non nostalgico ma con sonorità new-wave e con elettronica quanto basta. Heyday nel 1985 fu un gran bel disco, seguito nel 1988 da Starfish, meno valido ma che conteneva un pezzo che ebbe poi molto successo: Under The Milky Way. Questa canzone sembra quasi una di quelle ballatone che ogni tanto si concedono i gruppi hard and heavy che sognano di scrivere la loro Stairway To Heaven, un pezzo un po’ a effetto, giusto per riposare 5 minuti durante i loro dispendiosi concerti in cui zompettano sul palco e devono attenersi alla rigida ritualità trasgressiva ad uso di un pubblico rigorosamente trasgressivo che non tollera trasgressioni alle regole trasgressive e non torna a casa se non sente almeno qualche parolaccia. Insomma una canzone che si può anche eseguire seduti, una cosa che può fare anche un po’ Premio Tenco un po’ MTV Unlpugged, cioè quelle occasioni che rattristano la musica. La differenza è che i Church, tra l’altro ancora attivi, erano più dotati dei gruppazzi metallazzi e la canzone venne meglio. Ma già nello stesso album hanno fatto meglio, come nella velvetiana Antenna, perché in quel periodo lì nel mondo, non voglio esagerare, c’erano milioni di gruppi influenzati dai Velvet Underground.

L’apparente ritorno dei giornalini

Se qualcuno vi dicesse Toninelli quello che fa ridere pensereste subito all’ex ministro, facile ironia da social, ma neanche io penserei al fumettista Marcello Toninelli, se non altro perché non mi ha mai fatto ridere. Toninelli disegna da decenni, ha pubblicato su molti giornali, Fumo di China su tutti, e spesso ha proposto parodie di classici e miti con un umorismo degno di certi programmi comici televisivi. Ora che si è fatto, anzi rifatto, il giornalino tutto suo Fritto Misto, e l’ha buttata sul sesso e per capirci il protagonista del primo numero è l’Omoragno, il suo umorismo è diventato più greve. Contemporaneamente è uscito il primo numero di Bonelli Kids, basato sull’idea ormai per niente originale di proporre i personaggi in versione bambini, anche se qui si tratta di bambini che vogliono rivivere le imprese dei loro idoli, ma mi sembra che la trovata, dai tempi dei Tiny Toon, non ha mai prodotto granché, e dispiace che nell’operazione sia coinvolto il decano dei giornalinisti italiani Alfredo Castelli. Poiché i bonellini esistono da tempo su altri canali questo giornale sembra solo un bollettino pubblicitario e sarà per questo che la cadenza prevista è addirittura semestrale, roba da seriose riviste letterarie. Forse però la rivistina accontenterà i nerd, i geek, gli otaku o come altro volete chiamare i maniaci. Ma per loro esiste anche, e già da qualche tempo, il bimestrale Volt. Che Vita di Mecha, in cui i protagonisti sono robot che frequentano una fumetteria, e in questo giornaletto, finché l’ho seguito, la cosa migliore erano le strisce finali basate sulle richieste assurde o bizzarre realmente fatte nelle fumetterie italiane per lo più da clienti occasionali e riferite dagli stessi negozianti. Si potrebbe dire che la vera novità nel settore è Internazionale Kids che dopo due numeri Extra diventa mensile, ma versioni per ragazzi di giornali o periodici esistono all’estero e in passato sono esistiti anche in Italia, e forse in proporzione Internazionale Kids prende un po’ troppe cose dal francese Biscoto. Comunque è un giornale in cui non c’è articolo foto o storiella e neanche pubblicità che sia pubblicato solo per il gusto di raccontare e non abbia un intento didascalico, e si potrebbe definire una versione ottimista e di sinistra de Il Giornalino. Del giornalino cattolico, che ancora sopravvive nelle edicole, c’è da dire solo che ha poco misericordiosamente glissato sulla morte di Massimo Mattioli storico collaboratore peccatore che gli ha fornito tante puntate di Pinky, che non era Joe Galaxy ma lo stesso era un po’ fuori contesto. Alla fine, questa volta in ritardo, è uscito il ventesimo numero di Scottecs, ma anche questo necessita di un po’ di ossigeno e di qualche cambiamento, altrimenti finirà per stufare e ormai ci siamo quasi.

La Domenica della Zeriba – Prima. Una storia vera

Il regista Krzysztof Kieślowski era proprio un bel tipo, già avvantaggiato dal fatto di essere polacco faceva quel genere di film che piacevano alla stampa cattolica e ai festival vincevano i premi ecumenici vari, e se qualcuno non conosce i suoi film penserà che parlavano di vite dei santi o di preti o di cattolici perseguitati, e invece no, ma allora di cosa parlavano? Quei film cattolici lì parlavano di belle donne che facevano sesso, e perché non ci fossero dubbi sulla loro bellezza la documentava con inquadrature dei loro corpi totali o particolari. Regista prolifico, ha fatto delle serie come Decalogo e Tre colori, di recente ne ho rivisto invece uno sfuso intitolato la Doppia vita di Veronica, e in questo film il protagonista maschile è un marionettista che scrive libri per ragazzi, ne scrive tanti al punto da riempire la vetrina di una libreria, ma a un certo punto dice alla protagonista femminile interpretata da Irene Jacob che vuole scrivere un libro “vero”, intendendo con questo un libro per adulti, anzi diciamo “per grandi” che altrimenti chissà cosa pensate. E allora eccolo qui il valore religioso del film, il fatto che ti illumina rivelandoti una verità e ho capito che i miei racconti per questa rubrica sono due volte falsi, primo perché sono per ragazzi e poi perché in realtà non lo sono, e allora solo per questa volta vi propongo una storia vera.

Prima. Una storia vera

Quel vecchio signore che cammina un po’ curvo e col cappello tra le mani dietro la schiena, e che incontro tutti i giorni verso il tramonto, quando la luce si affievolisce e la visione diventa più incerta, quel vecchio signore è morto un anno fa. Ora si ferma sempre a leggere con attenzione i manifesti funebri e sembra molto interessato. Per tutta la vita ha letto indicazioni, avvertenze, prescrizioni, cartelli, tabelle, etichette, orari dei treni e delle farmacie. Ora guarda i palazzi, i loro colori, le loro forme, le finestre, i vecchi finestroni, i balconi, i portoni, i cortili, gli orti e i giardini interni, le statue e le fontane nei palazzi che furono patrizi, e poi gli alberi, le aiuole, quelle vere e quelle fasulle delle rotonde, come se un’aiuola potesse essere una cosa vera, e gli animali, le traiettorie del volo degli uccelli, i gatti sempre sul chi va là, i cani accaniti dietro agli odori, e tutti i colori che il cielo riesce ad avere a seconda dell’ora, del periodo, del tempo, dietro gli alberi, dietro i palazzi, sopra le colline. Ora tutte queste cose le guarda come non faceva in passato, quando era vivo, e spesso è come se le vedesse per la prima volta. E, a guardarlo mentre sta guardando, ha un’espressione che sembra si stia chiedendo: ma tutta questa roba c’era già prima?

Sostiene Pereiro

Oscar Pereiro, il ciclista galiziano che nel 2006 vinse il Tour in maniera molto rocambolesca, ieri ha detto che c’è una guerra aperta tra ciclisti e automobilisti. In effetti il ciclismo su strada è pericoloso, la pista è anche peggio tenendo conto della gravità degli incidenti rispetto a un numero minore di praticanti, più sicuro quindi il ciclocross. Se non fosse che nei giorni scorsi un ragazzo francese durante il riscaldamento prima di una gara di ciclocross è stato investito da un auto. Ma Pereiro parla da spagnolo, in Italia c’è di più, perché l’errata convinzione di essere figli dei figli dei figli di Leonardo e Michelangelo, ma se fosse vero si sarebbe figli indegni, fa preferire agli italiani tutto quello che ha parvenza di artisticità, dall’avanzo di talent allo zio che dice due righe in rima in qualche matrimonio, e quindi ecco che il ciclismo si trova in guerra anche per contendere gli spazi televisivi a sport sedicenti artistici come lo sgraziato nuoto sincronizzato e il pattinaggio di figura. E così anche oggi la RAI ha preferito le piroette sul ghiaccio ai duelli nella Coppa del Mondo di Tabor. Il primo è stato quello tra le giovani e belle olandesi Worst e Alvarado, inseguite dalla simpatica imbranata Kastelijn e dalla crossista part-time Brand che cerca nei campi le soddisfazioni che non riesce ad avere su strada, e poi la Arzuffi prima delle non olandesi ma terza del suo club. Il secondo duello è stato tra Van Der Poel, che ha corso anche per dedicare la vittoria a nonno Raymond, e l’astro nascente Iserbyt, che se salisse sulle spalle del terzo arrivato, Van Der Haar, potrebbe finalmente guardare negli occhi Van Der Poel.

La Zeriba Suonata – persi e ritrovati

Gli svedesi, si sa, sono un popolo freddo, hanno la musica nel sangue, … ah quelli non sono gli svedesi? Boh, di sicuro negli anni zeros gli scandinavi hanno prodotto molta buona musica e, dopo essere andato a riascoltare Peter Bjorn And John per il post di ieri, ho ripreso anche i Radio Dept., che erano più orientati verso dream pop e shoegaze, ma non hanno fatto molti dischi anche per beghe con la loro casa discografica Labrador. Quei gruppi che uno ascolta poco, li mette da parte e li dimentica, preferendo le novità o i soliti noti, che ognuno ha i suoi, poi quando li si va a riascoltare a volte è quasi come se fosse la prima volta, ed è come averli persi e ritrovati.

Nel 2004 incisero questo singolo e non so chi sia questo Ewan ma di sicuro non si tratta del famoso ciclista australo-coreano che all’epoca aveva solo 10 anni.