La Domenica della Zeriba – Il Castello nella roccia

I nomi delle due protagoniste di questa storia non sono casuali, come potrà intuire chi segue questo blog dagli inizi e ricorda a memoria tutti gli oltre 2500 post pubblicati, cioè nessuno, nemmeno io.

Il Castello nella roccia

Il Re Rocco I non lasciava nulla al caso. Voleva un castello inviolabile e per questo perlustrò il suo regno in lungo e in largo e quando si trovò di fronte una rocca di pietra durissima decise di costruirci il suo castello, intagliato e scavato nella roccia, un lavoro più da scultori e minatori che da architetti. E il castello, una volta terminato, si dimostrò davvero inviolabile perché oltre che all’assalto dei soliti eserciti di paesi confinanti e delle solite orde di passaggio, resistette anche ad animali fatati e feroci come l’ippogriso e il leviatauro. Poi il Re si preoccupò di avere un erede cui lasciare il regno e avrebbe voluto un figlio maschio ma la moglie partorì una bambina e poi il suo mal di testa si cronicizzò e non ebbe più figli. La principessa fu chiamata Petra e crebbe studiando arti musica e buone maniere fino a che non arrivò in età da marito e il padre le fece un discorsetto: “Ora sei in età da marito, per te ho in mente un matrimonio con un principe di qualche paese che possa essere un nostro buon alleato e darci un erede maschio che possa da grande regnare sul regno congiunto e poi … mi pare nient’altro, basta così.” Ma con sua grande sorpresa la figlia gli rispose: “Naaa, mi dispiace ma non se ne  parla proprio. Gli uomini mi fanno senso e se proprio devo sposarmi mi sposo con Giuditta la figlia del Re Federico e della Regina Barbarossa.” Trasecolando il Re gridò: “Cosa?! Mia figlia vuole fare una cosa contronatura e poi con la figlia di Barbarossa, quella per cui dicono “donna barbuta sempre piaciuta”? Giammai! E poi Io voglio un erede maschio, anche se di seconda generazione”. Senza scomporsi Petra rispose: “Adottalo”. In preda all’ira più funesta Rocco I ringhiò: “E tu vorresti che io lasciassi il mio regno a un figlio di enne enne?”  e quindi, arrabbiatissimo, fece rinchiudere la figlia nella stanza più in alto della torre con una sola finestrella e la compagnia di un pipistrello cieco. Nelle notti a seguire, tranne i festivi, non vista da nessuno, Giuditta andava sotto la torre e zitta zitta chiamava Petra che si affacciava per quel che poteva e le due amanti si scambiavano qualche parola, poi Giuditta che era molto mascolina e volgare iniziava a imprecare e dire parolacce all’indirizzo del Re, il quale a volte finiva per svegliarsi e le tirava una ciabatta, che non era una volgare ciabatta ma era di seta tempestata di pietre preziose, e una ciabatta oggi una domani iniziava a essere una bella perdita per le finanze del Regno. Giuditta si scansava nascondendosi sotto un albero azzurro, poi raccoglieva le ciabatte e se ne andava. Finché una sera Petra diede a Giuditta una notizia sconvolgente: il Re aveva bandito un torneo cavalleresco e il vincitore avrebbe ottenuto la mano di Petra, ma Giuditta non si scompose, anzi disse che avrebbe partecipato al torneo mascherata e avrebbe vinto. E passarono i giorni e volarono le ciabatte, alla fine venne il giorno del torneo, un cavaliere vestito di bianco e con un cimiero iridato superò tutte le eliminatorie e si trovò in finale con un altro cavaliere mascherato tutto vestito di nero che sfina. Lo scontro con le lance fu così violento che entrambi i cavalieri non solo furono disarcionati ma persero la celata e con grande sorpresa di tutti i presenti si scoprì che erano due donne: una era Giuditta e già lo avevamo capito e l’altra era Frida Kallipigia cavaliera di ventura che diceva di essere originaria di Lesbo, ma a giudicare dal colore della sua pelle o in quell’isola stava sempre a prendere il sole o mentiva sfacciatamente. Tra le due ci fu un colpo di fulmine, si baciarono spudoratamente davanti alla regale tribuna su cui sedeva anche Petra esterrefatta, saltarono su un terzo cavallo che gli altri due erano inservibili, corsero via e nessuno le vide più, tranne i guardoni. Petra era sconvolta e pianse per sette giorni e tre notti, a volte dormiva, e le sue lacrime caddero sugli occhi del pipistrello cieco che per magia acquistò la vista e disse: “Cavolo, cieco com’ero non mi ero accorto che dormivo a testa in giù”. Il Padre cercò di consolarla dicendole che comunque non avrebbe consentito che lei sposasse una donna e Petra rispose: “Padre, non voglio più sposare nessuna donna, ma col tuo consenso voglio sposare l’albero azzurro sotto la torre”. E il Re, condiscendente, disse: “E sia. L’albero va bene.”