Guerra regole e riflessi condizionati

Forse era una coincidenza quasi inevitabile, ieri su Internazionale un articolo di Annamaria Testa invitava a smettere di usare un linguaggio bellico per parlare dell’emergenza del coronavirus perché fuorviante e anche funzionale a politiche autoritarie e nazionalistiche mentre sul suo blog Paolo Nori faceva notare che i nostri nonni andavano davvero in guerra mentre noi dobbiamo solo stare sul divano. Ma se a qualcuno potrebbe sembrare esagerato il ragionamento di Annamaria Testa basterebbe pensare a come sono state accettate le famose regole, a cui lei non fa cenno, ma di cui si parla quasi come se fossero date in natura e non una convenzione degli uomini, e se il governo per ipotesi dicesse che si può uscire di casa ma saltellando su un piede solo anche quella sarebbe una regola. E la cosa per me difficile da digerire, forse un’invidia per queste regole, è che già ne esistevano altre che, a meno di decreti governativi, dovrebbero essere ancora in vigore: leggi ad esempio sull’inquinamento acustico, codice della strada e se vogliamo anche norme di buona educazione, ma quelle nessuno le osservava e forse si ritornerà a non osservarle, al punto che spero che certi atteggiamenti acquisiti più o meno a forza in futuro rimangano almeno per un po’ come riflesso condizionato.

Peccato che il Cimitero di Guerra sia aperto solo il primo novembre perché in tempo di pace è l’unico posto dove si può stare in pace.