bidons ma non bidoni

Bidon è il nome francese utilizzato anche in altri paesi per definire la borraccia e Bidon Ciclismo allo stato liquido è il nome che ha scelto un gruppo di appassionati per un magazine on line che si estende a vari social podcast e anche libri, strano solo che quello dedicato proprio alle borracce, intitolato Acqua passata e edito da People, non sia il loro primo. Se vogliamo è strano anche il fatto che in questi giorni siano stati pubblicati dei libri sul ciclismo come se ci fosse il Giro d’Italia che costituisce per il settore quello che Lucca costituisce per i fumetti. Il volumetto si legge velocemente e più che ai collezionisti, per i quali ci sono poche pagine che sono anche le meno interessanti per chi collezionista non è, lo consiglierei ai veri appassionati di ciclismo, quelli che non apprezzano solo i campioni ma anche gli altri, gregari, portaborracce, ultimi negli ordini d’arrivo, e che si divertono con gli aneddoti, e qui ce ne sono di divertenti. Dopo un’introduzione di Silvio Martinello, ci sono un po’ di storia dei contenitori e anche dei contenuti, capitoletti sulla loro produzione e soprattutto sullo smaltimento che spesso avviene lanciandole dove c’è pubblico che brama raccoglierle soprattutto bambini, poi qualche episodio divertente legato al recipiente alla sete o alle crisi per disidratazione, interviste ai portaborracce di tutte le squadre partecipanti al Giro del 2019, altri episodi curiosi riguardanti corridori comunque non di primo piano, passati al professionismo semmai con grandi speranze e poi presto adattatisi a ruoli che essi stessi ritengono più alla loro portata, non certo brocchi o bidoni, perché se ciclisti di cui a stento sentiamo il nome in corsa all’improvviso li scopriamo 40enni e ancora nel world tour vuol dire che fanno bene il proprio lavoro. E anche se ha appena 30 anni è esemplare il caso di Salvatore Puccio, beniamino di questo blog, che dice di non aver vinto molto neanche tra gli under 23 ma se il Fiandre è poco non so  cosa voleva vincere. In chiusura un paio di notazioni che sono più che curiosità: nonostante si parli soprattutto di gregari per due volte viene fuori il nome di Geraint Thomas, un ciclista non adeguatamente stimato perché, venuto dalla pista, ha vinto sia un Grande Giro che una classica sul pavé, anche se non una monumento, impresa non riuscita allo stesso Wiggins, e per trovare qualcuno che sia riuscito a fare altrettanto bisogna andare indietro fino a Kelly.  Di Thomas il suo compagno Puccio dice che è un tipo tranquillo e se casca il mondo lui si sposta, ma in realtà è più facile che cada Thomas. E poi il gallese Scott Davies dice che la vittoria di Thomas al Tour ha innescato il boom del ciclismo in Galles con la nascita di nuove corse e nuove squadre, e pensare che quando nel 2014 il Tour fu stravinto da un italiano pochi ne vennero a conoscenza e per lo più con un’alzatina di spalle commentarono che si, vabbe’, aveva vinto perché gli avversari erano caduti, grande paese l’Italia dicono nelle pubblicità. Infine uno dei redattori di Bidon si chiama Filippo Cauz e non so se sia parente di Francesca che nel 2013 vinse una tappa al Giro e poi al mondiale sparpagliò il gruppo in salita, sta di fatto che il libro non riporta un nome o un episodio legato al ciclismo femminile, e forse questa è la pecca più grossa del libro, più della nascita ubiqua di Nathan Brown che nel corpo del capitolo è nato a Nashville e nella nota biografica a Colorado Springs, dimostrando che i ciclisti riescono a fare cose che neanche Padre Pio.