Altrove e più altrove

Se uno vuole raccontare una storia di emigrazione deve raccontare una storia triste e con un pistolotto ideologico, non scherziamo, l’argomento è di sicuro richiamo, insomma vende, soprattutto tra il pubblico schierato, ed è oggetto di acceso e ipocrita dibattito politico. E ho l’impressione che ci si buttino anche persone che non hanno vissuto un’esperienza del genere, ma parlano di altri, semmai attenendosi a quello che si dice nel proprio schieramento. Shaun Tan, la mia grande scoperta di questo periodo (qui e qui), è un australiano nato in Australia e l’esperienza dell’emigrazione l’hanno fatta i suoi genitori malesi. Nel 2006 ha pubblicato The Arrival (in Italia L’approdo, Tunué, 2016), per il quale ci sono voluti 4 anni di studi e preparazione, un lungo periodo in cui ha letto libri e ascoltato aneddoti (che per me sono fonti storiche preferibili ai trattati dei professori) e si è documentato anche visivamente con dipinti, foto, cartoline, film (tra cui Ladri di biciclette), incisioni, e ha consultato l’archivio di Ellis Island. Ma quello che ne è uscito non è materiale per politici e sindacalisti, perché è il racconto di un doppio viaggio, affrontato prima da un padre e poi da moglie e figlia, in un luogo fantastico in cui paesaggi architetture e animali sono strambi come solo lui sa immaginarli, e il tutto è disegnato a matita molto dettagliatamente e colorato in grigio e seppia al computer. Si potrebbe definire un racconto senza parole, ma le parole ci sarebbero solo che sono in una lingua immaginaria. In quarta di copertina cartonata ci sono gli entusiastici apprezzamenti di Art Spiegelman, Marjane Satrapi, Craig Thompson e Brian Selznick, e se non vi fidate di me fidatevi di loro e cercate questo libro.

Posto un’immagine meno suggestiva per non fare spoiler visivo.