La Domenica della Zeriba – Humpty Dumpty innamorato

Siamo alla puntata finale di questa rubrica che volevo portare avanti fino al Giro d’Italia, periodo in cui avrei scritto di altro e che sarebbe stato seguito dalle ferie estive in cui i rari lettori, ma qualcuno che ha gradito so che c’è, avrebbero certamente preferito fare dell’altro. Non so se con l’autunno riprenderò, buona parte di queste storie è nata attorno a disegni fatti senza uno scopo, solo per piacere. Non è il caso invece della storia che ho lasciato per il gran finale che mi è stata ispirata da una canzone, il cui link metto alla fine, per cui l’ultima storia domenicale oltre che illustrata è anche suonata. Ringrazio e saluto chi mi ha seguito.

Humpty Dumpty innamorato

Humpty Dumpty aveva sentito dire che una bionda cantante americana aveva scritto una canzone intitolata col suo nome. La cosa gli aveva fatto piacere, anche perché fino ad allora su di lui c’era solo quell’antipatica filastrocca per bambini che finiva male. Si informò e scoprì che quella cantante era bella, anche se a volte si metteva la cravatta, e che la canzone era un successo e lei la cantava dappertutto, anche all’estero. Humpty Dumpty finì per innamorarsi della cantante, anche se a volte si metteva la cravatta, e a poco a poco si convinse che anche lei era innamorata di lui e anzi aveva scritto quella canzone proprio per farglielo sapere. Si procurò una foto di lei, dove però era ritratta con la cravatta, la incorniciò e la mise accanto a sé sul muro. Lei era magra e quasi pallida; sembrava essere di animo fragile e delicato, anche se a volte si metteva la cravatta. Poi, un giorno, con grande sorpresa, Humpty Dumpty la vide, la sua amata di fatto e anche di nome; non immaginava cosa ci facesse da quelle parti, o forse si, forse era venuta proprio per lui; iniziò ad agitarsi sul muro, a seguirla con lo sguardo e si sporse un po’ troppo, perse l’equilibrio e cadde rovinosamente per terra rompendosi in tanti frammenti. Lei che si trovava di passaggio da quelle parti per altri motivi, noti solo al suo agente, si accorse di lui solo quando sentì il tonfo, e passandogli vicino, genericamente impietosita e sorridendo ma sempre con la cravatta, sussurrò: “Poverino. Humpty Dumpty sei proprio incorreggibile” , e proseguì per la sua strada. Humpty Dumpty era veramente a pezzi.

Tecnica: markers su carta da forno piegata per mascherina abortita.

E questa è la canzone ispiratrice: Humpty Dumpty

L’attimo fuggitivo

Durante la chiusura la propaganda diceva che la gente avrebbe meditato sulle cose importanti della vita e sarebbe diventata migliore, poi si sono aperte le porte e la gente è uscita più arrogante e maleducata di prima, si vede che non avevano meditato abbastanza. Eppure ci sono persone che secondo me avrebbe fatto bene a riflettere un po’, quelli che programmano troppo la vita avrebbero fatto bene a meditare sulla precarietà delle cose e in particolare gli sportivi che programmano troppo la stagione dovrebbero meditare sulla precarietà delle Olimpiadi, tanto più ora che si inizia a ipotizzare di cancellare anche Tokyo 2021. E pensando a quelli che nel frattempo possono aver perso un’occasione un settore mi viene in mente, quello del ciclocross che ha concluso la stagione senza problemi, e un nome più di tutti, e non mi riferisco alle tre grande assenti al mondiale Vos Neff e PFP che erano infortunate ma a Gioele Bertolini. Gioele è potenzialmente il miglior ciclocrossista italiano e capace di grosse prestazioni anche a livello internazionale ma pur non essendo il miglior biker italiano ha rinunciato a quasi tutte le corse attraverso i campi per cercare di ottenere la qualificazioni alle Olimpiadi nella mtb. E mi chiedo se per questa cosa il cittì campestre Fausto Scotti sia arrabbiato o non se la rida sotto i baffi che gli saranno cresciuti nel frattempo per la chiusura delle barberie.

Attimi fuggiti, occasioni sfumate.

La Zeriba 10 – Femme Fatale 2010

I più giovani non sapranno che c’erano vecchi film americani in cui una donna con gli occhiali e i capelli legati che non appariva attraente o sensuale a un certo punto toglieva gli occhiali slegava i capelli e diventava una vamp a beneficio o a danno dell’eroe maschile di turno. Sembra quasi la storia di Spectalucar Girl degli Eels, solo che la ragazza nel video pure mascherata con occhiali e capelli legati sembra reclutata in qualche agenzia di modelle, ma quando svela tutta la sua bellezza si dimostra sì una donna fatale, ma forse un po’ troppo essendo una professionista scrupolosa in un settore che potrete scoprire solo guardando il video, quando si dice che quello che ti colpisce di più di una donna sono gli occhi.  Quell’allegrone di Mark O. Everett factotum degli Eels ci ha rattristato dalla metà degli anni 90 ad oggi, per questo della sua produzione preferisco il più solare doppio album Blinking Lights And Other Revelations del 2005, ma in Tomorrow Morning del 2010, quando gli Eels sono ormai storia vecchia e risaputa, spunta questa canzone che è una delle mie preferite nella loro vasta e triste discografia.

Ma è lui o non è lui?

dove il tempo è variabile

87 anni fa da Bologna a Ferrara si corse la prima tappa a cronometro nella storia del Giro d’Italia, vinse Binda quindi tutto bene, perché si sa, lo dice sempre la pubblicità, l’Italia è un grande paese, insomma un paesone, e le prove contro il tempo vanno bene quando vincono gli italiani, e in tali casi non sono mai troppo lunghe, quella prima volta furono 62 km ma ci sono state crono molto più lunghe e se le vinceva Coppi tutto bene. Quando invece sono gli stranieri che vanno forte a cronometro, allora gli italiani indossano la bandana e tornano a sostenere gli scalatori puri, e pure 17 km a crono diventano troppi in presenza dell’Indurain di turno, che poi proprio Miguelon era il tipo che “ammazzava” la corsa e non faceva spettacolo solo perché non aveva bisogno di attaccare in salita ma quando era in forma di sicuro era difficilissimo staccarlo e poi le vittorie le lasciava agli altri. E così succede che le stesse persone che ripetono la solfa su Indurain poi ricordano con tutti i superlativi e gli esclamativi la vittoria del Moser versione Ferrari-Conconi che con una megacrono e una megabici beffò il povero Fignon che faceva spettacolo in salita ma aveva solo il codino, però se avesse avuto la bandana non sarebbe cambiato niente.

Con la sua bici gusto fragola panna e limone Indurain gelava gli avversari.

La Zeriba Suonata – Fiumani no

Nel 2004 i Diaframma incisero un album dal titolo messo tra parentesi quadre ovvero [Volume 13] che conteneva la canzone Vaiano. Vaiano è un comune in provincia di Prato e la pagina dedicata di wikipedia nella sezione cultura accenna alla canzone dei Diaframma e poi al fatto che in città ci sono molte squadre di sport vari ma sempre col pallone, mentre non si fa il minimo riferimento alla squadra ciclistica quest’anno sponsorizzata dall’Aromitalia e che l’anno scorso con Letizia Borghesi ottenne l’unica vittoria italiana di tappa al Giro Donne. Per questa squadra attiva da qualche anno sono passate molte brave cicliste italiane, alcune baltiche tra cui Rasa Leleivyte, una delle più forti e costanti mamme del plotone, mentre quella che attualmente è la più forte almeno nella categoria mamme, cioè Marta Bastianelli, proprio ripartendo da qui iniziò la stagione più trionfale della sua carriera. Tornando ai Diaframma, Federico Fiumani nella canzone dice di voler andare a Vaiano per il campo di calcio che ha visto là, per cui possiamo dedurne che, a meno di una conversione sulla via di Mastromarco, non scriverà la sigla televisiva di uno dei prossimi giri.

La Zeriba 10 – L’uomo che amò Gatta Ansante

Solo di recente ho scoperto che Sufjan Stevens ha scritto delle canzoni per il film lacrimevolmente corretto Chiamami col tuo nome, e se qualcuno solo nell’occasione ha ascoltato quello che è uno più importanti musicisti del primo quinto di secolo penserà che la sua musica sia tutta chitarrine e strumentini a cordicelle. ERRORE, Sufjan invece è sempre cangiante ed eclettico al punto da far uso anche del famigerato autotune, e poi negli ultimi anni ha collaborato con musicisti jazz, contemporanei ed elettronici. Prendiamo ad esempio All Of Me Wants All Of You, il brano incluso nell’album Carrie & Lowell del 2015, dedicato ai genitori di Sufjan, e qui ne approfittiamo per ricordare che il padre collaborò alla creazione dell’etichetta personale Asthmatic Kitty il cui nome è un’omaggio a Sara, gattina asmatica trovatella, e a chi chiede se questo nome non sia di cattivo gusto quelli dell’etichetta rispondono: “Il nome onora Sara e tutti gli esseri imperfetti bisognosi di amore e di una casa, come i musicisti”. L’album Carrie & Lowell è forse il più affine musicalmente alle canzoni per quel film, ma dal vivo Stevens se gli garba ne può proporre una versione più ritmata ed elettronica che pare quasi trip-hop, prima di partire per una nuova diversa avventura.

La gente che frequenta Sufjan Stevens è strana (ancorché già deliziosa ospite di questa rubrica) e a guardarlo bene pure lui è un po’ strano.

 

bidons ma non bidoni

Bidon è il nome francese utilizzato anche in altri paesi per definire la borraccia e Bidon Ciclismo allo stato liquido è il nome che ha scelto un gruppo di appassionati per un magazine on line che si estende a vari social podcast e anche libri, strano solo che quello dedicato proprio alle borracce, intitolato Acqua passata e edito da People, non sia il loro primo. Se vogliamo è strano anche il fatto che in questi giorni siano stati pubblicati dei libri sul ciclismo come se ci fosse il Giro d’Italia che costituisce per il settore quello che Lucca costituisce per i fumetti. Il volumetto si legge velocemente e più che ai collezionisti, per i quali ci sono poche pagine che sono anche le meno interessanti per chi collezionista non è, lo consiglierei ai veri appassionati di ciclismo, quelli che non apprezzano solo i campioni ma anche gli altri, gregari, portaborracce, ultimi negli ordini d’arrivo, e che si divertono con gli aneddoti, e qui ce ne sono di divertenti. Dopo un’introduzione di Silvio Martinello, ci sono un po’ di storia dei contenitori e anche dei contenuti, capitoletti sulla loro produzione e soprattutto sullo smaltimento che spesso avviene lanciandole dove c’è pubblico che brama raccoglierle soprattutto bambini, poi qualche episodio divertente legato al recipiente alla sete o alle crisi per disidratazione, interviste ai portaborracce di tutte le squadre partecipanti al Giro del 2019, altri episodi curiosi riguardanti corridori comunque non di primo piano, passati al professionismo semmai con grandi speranze e poi presto adattatisi a ruoli che essi stessi ritengono più alla loro portata, non certo brocchi o bidoni, perché se ciclisti di cui a stento sentiamo il nome in corsa all’improvviso li scopriamo 40enni e ancora nel world tour vuol dire che fanno bene il proprio lavoro. E anche se ha appena 30 anni è esemplare il caso di Salvatore Puccio, beniamino di questo blog, che dice di non aver vinto molto neanche tra gli under 23 ma se il Fiandre è poco non so  cosa voleva vincere. In chiusura un paio di notazioni che sono più che curiosità: nonostante si parli soprattutto di gregari per due volte viene fuori il nome di Geraint Thomas, un ciclista non adeguatamente stimato perché, venuto dalla pista, ha vinto sia un Grande Giro che una classica sul pavé, anche se non una monumento, impresa non riuscita allo stesso Wiggins, e per trovare qualcuno che sia riuscito a fare altrettanto bisogna andare indietro fino a Kelly.  Di Thomas il suo compagno Puccio dice che è un tipo tranquillo e se casca il mondo lui si sposta, ma in realtà è più facile che cada Thomas. E poi il gallese Scott Davies dice che la vittoria di Thomas al Tour ha innescato il boom del ciclismo in Galles con la nascita di nuove corse e nuove squadre, e pensare che quando nel 2014 il Tour fu stravinto da un italiano pochi ne vennero a conoscenza e per lo più con un’alzatina di spalle commentarono che si, vabbe’, aveva vinto perché gli avversari erano caduti, grande paese l’Italia dicono nelle pubblicità. Infine uno dei redattori di Bidon si chiama Filippo Cauz e non so se sia parente di Francesca che nel 2013 vinse una tappa al Giro e poi al mondiale sparpagliò il gruppo in salita, sta di fatto che il libro non riporta un nome o un episodio legato al ciclismo femminile, e forse questa è la pecca più grossa del libro, più della nascita ubiqua di Nathan Brown che nel corpo del capitolo è nato a Nashville e nella nota biografica a Colorado Springs, dimostrando che i ciclisti riescono a fare cose che neanche Padre Pio.

La Zeriba Suonata – la musica come piacere

Basta seguire per 2 o 3 giorni un paio di tivvù di quelle collegate alle radio per accorgersi che girano sempre gli stessi pochi video e tra tante banalità e tristezze in questo periodo spicca una cantante dotata anche di una voce notevole ed espressiva con un retrogusto direi addirittura di Billie Holiday. Sono andato ad approfondire e ho scoperto che Celeste, all’anagrafe Celeste Epiphany Waite, è nata in California da madre britannica e padre giamaicano, si è trasferita da piccola in Gran Bretagna e si è avvicinata alla musica ascoltando Aretha Franklin e Ella Fitzgerald, è molto apprezzata dalla critica, ha ottenuto premi e riconoscimenti vari, ha cantato alla BBC e a Glastonbury, ha duettato con quel simpaticone di Paul Weller, eppure nonostante tutto ciò non ha ancora inciso un album vero e proprio, anche se dovrebbe esserne pronto uno intitolato col suo nome. Ma ugualmente mi chiedo se il concetto di album non sia una cosa vecchia, cui siamo legati noi che abbiamo conosciuto i vinili nella loro prima vita, ché quella attuale sa di accanimento terapeutico, e forse ai giovani come Celeste di anni 26 appena compiuti non interessa tanto. Il video di cui scrivevo si intitola Stop This Flame ed è stato girato a New Orleans, è un trascinante rhythm’n’blues e vi consiglio di vederlo fino in fondo perché nella parte tagliata dalle tivvù c’è la cantante in mezzo alla banda con tipica strumentazione locale e tutto, la musica i suonatori le ballerine e il pubblico che si fa coinvolgere, rivela la musica come piacere e non doglianza come in Italia, e viene da chiedersi perché alle feste patronali da queste parti non invitino una banda così anziché quei tromboni che suonano residui ottocenteschi degni del Maestro Scannagatti. Del brano c’è anche una versione dal vivo, potremmo definirla da pub-soul, con le donne tra il  pubblico che ballano da sedute e Celeste che sfoggia anche le altre sue doti. Ma nel suo repertorio c’è anche del soul più d’atmosfera come nel brano Strange, così d’atmosfera da sfiorare quasi il trip-hop alla Portishead. Per cui direi che allo stato l’interprete c’è, l’augurio è che in futuro abbia un repertorio anche migliore.