La Zeriba Suonata – le lotte per i – beep- diritti

ATTENZIONE: contiene parolacce e pure qualche indicativo dove voi mettereste il congiuntivo.

Quando mi capita di parlare con qualcuno molto più giovane di me mi rendo conto che è arrivato alla musica popolare in una fase molto più avanzata rispetto a quando ci sono arrivato io, sono successe molte più cose rispetto a quante se ne erano sentite sino ad allora, e orientarsi e conoscere non deve essere facile e meno male che per informarsi ci sono riviste, libri e siti, tra cui non di certo il blog che state leggendo. Chi oggi ascolta (t)rap deve sapere che il rap non esisteva in natura e che la musica si faceva con strumenti con o senza corrente e se ce n’era qualcuno elettronico era molto fisico, come il moog che per portarlo in giro c’era bisogno del nulla osta degli assessorati all’urbanistica e alla mobilità, e pure il computer immaginavamo che fosse ancora come quello nelle vignette, più grande del moog pieno di pulsanti e lucine e con la risposta su una striscia di carta. Poi a un certo punto venne fuori che in America i neri per suonare avevano preso a usare gli stessi dischi di vinile, quelli c’erano, con le manacce li facevano andare velocemente avanti e indietro sul piatto sotto la puntina che non era una bella cosa, si rovinavano, con quel che costavano, e su quelle basi recitavano versi in ritmo e in rima, e quest’ultima cosa non era una novità, né tra i neri e neanche tra i bianchi e in fondo pure la poesia in versi con una metrica ha il suo ritmo. Ma insomma quello che ne usciva non erano canzoni cantate, era roba che lasciava perplessi, anche quando ci si buttò un jazzista famoso come Herbie Hancock. E questo con tutto un contorno di break dance e street art. Allora chi poteva fungere da Carro di Troia per farci avvicinare al rap, forse qualche bianco? Sì, ma non quei tamarri degli Aerosmith che duettarono con i Run DMC. Beh, ci riuscirono tre facce da schiaffi, tre cazzoni che sembravano scartati da Animal House, e infatti scelsero giustamente di chiamarsi Beastie Boys, anche se va detto che lottavano per i loro diritti ancorché opinabili. E anche nella loro musica c’era il metallazzo ma non come influenza, bensì come ingrediente nel loro calderone che in fondo quella della contaminazione era una strada che poteva prendere la musica per non ripetersi, e ditemi voi se il punk che già scimmiottava sé stesso poteva più raggiungere quella potenza, ma i tre da ragazzacci quali erano prendevano per il culo anche i gruppi metal e tutto il già stantio immaginario rock. Il loro primo disco, una bomba, una cosa epocale, si intitolava Licensed To Ill e di quella licenza di ammalarsi (sarà quello il significato?) uno dei tre ha abusato al punto di morire di tumore a soli 47 anni: era Adam Yauch, quello che nel video di Pass The Mic, dice: “My name is MCA”, ma questo brano l’ho scelto tra i tantissimi anche per la sinuosa linea di basso. I BB esordirono con la storica etichetta rap DEF JAM, prima degli stessi Public Enemy, i quali, per dimostrare che anche tra i neri c’erano delle notevoli facce da schiaffi, al duro e pure puro Chuck D affiancarono Flavor Fav, e mi chiedo se in questi giorni di manifestazioni negli USA si ricordano di loro e suonano i loro pezzi come se fosse Fight The Power. Quei rappers cantavano, o meglio parlavano, con energia, con rabbia, poi dopo, soprattutto nella generazione dopo i due famosi morti ammazzati, sono arrivati altri che cantavano, o parlavano, così piano che neanche si capivano e sembrava che ti stavano facendo un piacere, ma chi ti ha chiesto nulla? Ma i generi musicali prendono le loro strade e non date la colpa ai personaggi di cui ho raccontato se in tivvù a tradimento vi trovate davanti Fabri Fibra.

E con la morte di Adam Yauch la foto sulla copertina del doppio antologico “The Sounds Of Science” con i tre che per finta si raffiguravano come vecchi non può essere replicata dal vero e quindi resta solo una delle loro tante burle.