Di già veduto

Ieri mattina in tivvù c’era il linguista Massimo Arcangeli a presentare il suo libro Senza parole (ed. Il Saggiatore, copertina di Guido Scarabottolo) sulle parole che non si usano più, anche se quelle citate ad esempio, come “alterco” e “contumacia”, non mi sembrano tanto dimenticate, ma se lo dice lui che è un linguista faccio finta di fidarmi, e allora  di questo si potrebbe incolpare il tempo presente e la massificazione e la banalizzazione eccetera, e certo ci sono scrittori e giornalisti e loro seguaci (professionalmente) e seguitori (ascoltatori/lettori) che usano tutti le stesse espressioni e pare che usarne una diversa sia parlare male, però io invecchiando divento sempre meno incline alle nostalgie e mitizzazioni del passato e mi viene in mente Midnight in Paris di Woody Allen in cui il protagonista finisce indietro nel tempo in quella che ritiene l’età dell’oro e lì incontra personaggi che guarda un po’ idealizzano una diversa e precedente età dell’oro, e andando avanti così si finirebbe all’età della pietra. Ma il punto è che di recente ho letto i Racconti impossibili di quel bel tipo di Tommaso Landolfi, alieno alla mondanità e allergico alla critica letteraria, e questa raccolta del 1966, letta quindi da gente che aveva frequentato scuole quantomeno di cultura risorgimentale, si apriva con La Passeggiata, quattro paginette piene di parole inaudite. Devo dire che senza saperne niente ho sospettato subito che non si trattasse di parole inventate ed evocative come nelle Fanfole di Fosco Maraini, e infatti Landolfi scrisse che erano tutti termini presenti nei dizionari. Oggi forse quelle parole non si trovano più neanche nei dizionari attuali, io ne ho cercata qualcuna su internet per curiosità e non tutte le ho trovate anche perché la ricerca è ostacolata dagli algoritmi e dalle logiche di google, ma la cosa interessante è che quelle parole, negli anni 60 risorgimentali e prima del 68, alcuni critici e giornalisti le ritennero inventate e altri le dissero dialettali, e si trattava di persone il cui lavoro era incentrato sulle parole, per cui direi che faciloneria pigrizia e scarsa professionalità non dipendono dalla tecnologia a disposizione. Nel suo intervento televisivo Arcangeli proponeva anche di salvare la lingua italiana sostituendo abusate parole straniere con termini italiani, per esempio dicendo “fandonia” anziché “fake news”, poi così come c’è stato un sindaco che durante il lockdown (anzi, dicendolo con Arcangeli, durante la contumacia) ha parlato di “faq news”, allo stesso modo ci sarà anche chi non sa cosa significa “fandonia”, che potrebbe ricordare il termine “fandom”, e insomma finché si parla per sentito dire non se ne esce.