Carriere e coccodrilli

Il Tour di quest’anno non passa per Albi ma per chi volesse sapere qualcosa del massacro dei Catari nessun problema perché si arriva a Lavaur, dove ne furono mandati al rogo 400, e l’occasione è gradita per un ripasso. Meno male che lo scrittore parlante che in genere si diverte con l’aneddotica macabra non ci dice pure la sua, ma quello che mi chiedo è se sono quelli della RAI che non perdono occasione per mettere in cattiva luce la Chiesa Romana più di quanto non faccia essa stessa o se sono quelli del Tour che ci tengono, e come al Giro ogni anno si ricordano Coppi Bartali e Pantani al Tour ricordano Desgranges e gli Albigesi. Stavolta c’è una doppia coincidenza. La prima è personale, in questi giorni stavo mettendo un po’ di ordine tra i libricini piccoli, tra i quali ci sono molti, pure troppi, Millelire, che compravo quasi all’ingrosso senza stare a selezionare, e tra questi ce n’è uno sui Catari che dimostra la furbacchioneria di Stampa Alternativa: infatti questo che viene presentato come racconto è solo un estratto da un libro ben più grande di C.R. Maturin che un’altra casa editrice avrebbe pubblicato, e in quanto tale sembra inconcluso, insomma è come quegli estratti omaggio che pubblicizzano i libri in uscita solo che in quel caso la pubblicità si pagava pure.

La seconda coincidenza è che la tappa catara ha visto un massacro, per fortuna solo ciclistico, perché doveva essere una tappa tranquilla, ma non si può mai dire, succede che soffia il vento e possono partire i ventagli, e infatti la squadra tedesca Bora fa il diavolo a quattro, ma in senso figurato, non il loro connazionale che nonostante il covid anche quest’anno segue la corsa e mi viene il dubbio che se non in quattro si sia fatto almeno in due perché c’è una cosa che non capisco, cioè non mi spiego i salti che fa per l’età che dovrebbe avere. La Bora invece una cosa l’ha capita: Sagan ha due obiettivi, la maglia verde della classifica a punti e se possibile anche una tappa, ma si è capito che non è più in grado di battere i velocisti e per vincere deve farli fuori, e con quell’attacco molti velocisti si staccano, poi in un secondo momento altre squadre pensano di far fuori qualche uomo di classifica, non tanto Landa e Porte che in genere si fanno fuori da soli, ma Pogacar, e poi già che ci sono qualche altro velocista, e alla fine dopo tutta questa fatica Sagan non vince uguale, quello lo fa Van Aert che ormai ha raggiunto la statura da campione e tanto di cappello, però se qualche inimicizia è difficile che se la faccia la Bora che ha lanciato il fatale attacco ma ha fatto la sua corsa, la Jumbo non penso faccia simpatia nel peloton perché vuole vincere un po’ troppo, e se imposta la corsa come faceva in passato la Ineosky non dimentichiamo che gli inglesi per l’obiettivo principale hanno saputo anche sacrificare le vittorie parziali, costringendo Cavendish e Viviani a cambiare squadra e oggi sacrificando e anche consumando Kwiatkowski. Ma la Ineos sta cambiando ed è stata proprio diversa alla Coppi e Bartali dove ha vinto con uno scalatore, che sembrerebbe una cosa normale ma invece non lo è perché Narvaez si è scoperto veloce e ha vinto non per distacco ma con gli abbuoni. E poi hanno bisogno di ricambio, cercano giovani e si dice che ingaggino anche il fenomeno Tom Pidcock, ciclocrossista biker e vincitore della Roubaix under 23 che è la corsa più adatta ai fuoristradisti, però ha come idolo Wiggins che all’opposto veniva dalla pista, ma il sogno comune è il Tour e Pidcock già si è messo avanti col lavoro e ha perso peso, strada facendo ha vinto il Giro Under 23 prendendosi anche la tappa conclusiva col Mortirolo perché è uno che programma il futuro e pensa a quando sarà vecchio e agli amici del Pub dello sport potrà raccontare di quella volta che ha vinto su quella salita famosa. Però il mondo professionistico sarà diverso e già qui la sua ingordigia può aver dato fastidio: il suo compagno di fuga Vandenabeele alla fine della tappa l’ha applaudito ma non si capisce se per ammirazione o ironicamente avendo sperato che gli lasciasse la vittoria di tappa, e del resto Pidcock sembra uno smargiasso, per dire ha tagliato il traguardo dritto in piedi sui pedali, se il suo idolo è Wiggo speriamo non diventi pure mod e rompa anche lui con il rock e le lambrette e tutto quell’armamentario da lasciare in soffitta una volta per tutte, ma in fondo nel ciclismo ogni tanto c’è bisogno anche di qualche villain. Tornando alla Ineos, ci sono ciclisti ormai vecchi ma anche dei giovani che hanno subito mostrato i propri limiti, come Sivakov che cade spesso e non sa andare in discesa, però mai come il connazionale Zakarin, e qui arriviamo alla prima tappa pirenaica. C’è la classica fuga di uomini fuori classifica e sulla penultima salita passano in testa Peters e Zakarin, coppia male assortita perché il primo è bravo in discesa, come del resto tutta la sua AG2R tranne uno, e va a vincere, e forse a 26 anni è ancora presto per dirlo ma sembra avviato a essere uno di quei classici corridori che per qualche anno riescono a centrare tappe nei grandi giri e nient’altro, poi passati i pochi anni favorevoli continuano a tentare la fortuna ma non gli riesce più. A Zakarin invece non riescono le discese, è storia vecchia, le fa brutalmente brutte senza gli arabeschi di cui è capace il maestro del brivido Alexander Geniez, ed è già tanto che arrivi sano e salvo al traguardo. Tra gli uomini di classifica sembra non succedere molto, la Jumbo è la squadra più forte ma forse per mancanza di avversari, ma i colpi di scena arrivano lo stesso. Quest’anno prima del solito è arrivato un momento che è ormai diventato classico: la crisi di Pinot e quando non è una crisi psicologica sono i postumi di cadute e lui cade spesso, ma secondo me da lui non c’era da aspettarsi più niente già dopo il Delfinato in cui si è trovato inaspettatamente in testa per il ritiro di Roglic e anche allora, nonostante il minore prestigio della corsa, c’è stato il solito psicodramma. Poi sull’ultima salita attacca Pogacar e Roglic lo lascia andare dimostrando che non ha imparato bene la lezione di Carapaz al Giro dell’anno scorso. Invece Pancani sta imparando a convivere con lo scrittore parlante e si diverte a coglierne le contraddizioni, come quella sugli animali prede, che a sentire lo scrittore a volte sono poveri e a volte uno spettacolo della natura. E a proposito di animali, si passa dalle parti di una chiesa dove c’è un coccodrillo appeso al soffitto, Pancani chiede se ci siano casi del genere anche in Italia e lo scrittore dice che ce ne sono due, ma dato che a letture di fumetti è messo male, credo Bonelli e Bunker, non può ricordare la bella storia Il santo coccodrillo di Jerrry Kramsky e Lorenzo Mattotti adattata pure per il cinema di animazione come episodio del film collettivo Peur(s) du noir. Paure, traumi, blocchi psicologici, chissà cosa affligge Pinot. E idem da qualche anno per Fabio Aru che nella seconda tappa pirenaica si ritira e Beppe Saronnni, contattato dalla RAI, più che prendersela con Aru di cui però riconosce i limiti caratteriali che sono ormai acclarati, accusa chi nella squadra ha deciso di portarlo al Tour quando era evidente che non era in forma. Quel Saronni che diede una svolta alle carriere di Tonkov prima e di Simoni poi ormai nella UAE ha solo un ruolo di rappresentanza, tipo Mattarella, solo che a differenza del Capo dello Stato quando parla non fa il compitino correttino e precisino ma accusa attacca ironizza e non è per niente diplomatico, quello gli riusciva solo quando faceva il commentatore per la RAI e forse in quel ruolo è stato il migliore, e oggi le sue accuse sono arrivate fino in Belgio dove Het Nieuwsblad le ha comunicate al popolo fiammingo. Ora Aru può pensare a prepararsi per correre il Giro ottobrino, ma forse è troppo presto, allora la Vuelta novembrina, o forse è presto anche per quella, e allora facciamo direttamente l’Herald Sun Tour, no quello no perché è la prima corsa cancellata del 2021, o forse sì proprio per quello. Ma il Tour può fare a meno di Pinot e di Aru, anche se per Saronni la UAE perde un aiuto importante per Pogacar che per lui è un grande talento naturale, ma dicevano lo stesso pure per Aru, comunque la tappa viene spettacolare, della fuga di giornata resta davanti il giovane svizzero Hirschi che rischia di fare l’impresa e tutti a elogiarlo e a dire che ha un grande futuro, ma dicevano lo stesso pure per Aru, e i big solo negli ultimi 2 km raggiungono lo svizzerotto che non tenta il tutto per tutto per arrivare da solo sperando semmai che dietro si guardino, anche perché dietro si guarderanno pure ma tirano tutti, ma gioca d’azzardo rifiata un attimo e si fa riprendere per potersela giocare allo sprint, più che Lutsenko alla Tirreno Adriatico dell’anno scorso, e quasi ci riesce, se fosse partito più tardi, se non fosse partito dall’ultima posizione, bah, vince Pogacar davanti a Roglic, i due sloveni si rispettano ma si danno battaglia, e se al mondiale faranno gioco di squadra sarà difficile batterli. Oggi c’è il riposo, tamponi per tutti, e un sospettino viene, o meglio un timore, perché, ammesso e non concesso che Merckx e Pantani in epoche diverse siano stati vittime di complotti per farli fuori dal Giro, forse sarebbe ancora più facile eliminare qualcuno con una positività fasulla non al doping ma al coronavirus, ma per temere problemi in materia non c’è bisogno di pensare a complotti, bastano i ritrovati tifosi invadenti sulle salite, in particolare sul Peyresourde dove non c’erano né distanziamento né mascherine e si avvicinavano ai ciclisti pericolosamente, ma certo un elefante come il Tour non è facile da gestire. Più facile col giro under 23, dove semmai si potevano evitare le ridicole gomitate ma sul palco erano tutti con le mascherine, comprese le miss di cui non si è potuto mai vedere il volto, due belle ragazze che potevano essere notate da qualche produttore e scritturate per girare uno spot di qualche assicurazione facile o di qualche vino nel tetrapack e invece niente, carriere stroncate dal coronavirus.

Fotogramma da “Peur(s) du noir”.