Statistiche illustrate – le vittorie regione per regione

Marianne Vos dal 2007 al 2020 ha partecipato a 9 edizioni del Giro d’Italia vincendo 3 volte la classifica generale. Non è  mai tornata nell’ex Olanda a mani vuote vincendo in totale 28 tappe, per una media di 3 virgola 1 periodico tappe per ogni partecipazione. Il Giro Donne ha meno della metà delle tappe rispetto a quello maschile e quindi difficilmente esce dal continente, ma ha alternato gli arrivi di tappa nelle altre regioni, e quindi mi è venuta l’idea di un’altra statistica superflua, quantificando la suddivisione delle vittorie di tappa di Marianne regione per regione. Il maggior numero di vittorie l’ha ottenuto in Lombardia e in Piemonte, come potete constatare dalla tabella che potete pure non salvarvi perché difficilmente sono finite qui le vittorie della Vos.

Marianne Vos nel 2014 quando non era vietato darsi la mano.

 

Ultime curiosità da Parigi

È curioso accorgersi che finisce il Tour e a seguire invece del clou dell’estate c’è il campionato del pallone. È curioso vedere all’inizio della diretta che il gruppo, anche se non ancora arrivato a Parigi, è allungato come fosse una classica, ma per la faccenda del covid è proibita la promiscuità di interviste, foto di rito e brindisi incrociati, anche se all’insaputa della RAI gli sloveni Pogacar, Roglic, Polanc, Mohoric e Mezgec hanno fatto una foto di gruppo come l’anno scorso i colombiani per analoga occasione. Nelle prime fasi di corsa viene inquadrato Trentin che parlotta con Roglic, i due sono accomunati da sconfitte cocenti, e chissà che Trentin pensando al secondo posto di Roglic non si consoli un po’ per la faccenda del mal comune. Ci si chiede come e perché ha vinto Pogacar, e qualcuno dice che Roglic nella crono ha dovuto modificare la sella e per questo era scomposto, e sarebbe grave che la Jumbo si fosse persa per una cosa del genere, oppure che Roglic cala nella terza settimana, e in tal caso deve assolutamente tornare alla Vuelta che quest’anno è in versione light e dura due settimane e mezza, magari il Giro l’avesse emulata. Si dice che la fortuna di Pogacar è stato il ritardo nella tappa dei ventagli, e in effetti, se avesse preso la maglia gialla, come avrebbe fatto la sua mezza squadra a controllare la corsa, chi lo avrebbe scortato in salita, Kristoff? Si ricorda che la bici del vincitore è di Colnago, proprio nell’anno in cui ha venduto la Ditta e non si capisce che ruolo continua a svolgervi, ma di sicuro dispone di telai del colore delle varie maglie pronti per essere inviati al ragazzo fenomeno che è buono bravo bello intelligente umile e maturo, proprio come Bernal l’anno scorso. Ma in realtà il  vero segreto di Pogacar ce lo svela Garzelli, in collegamento dalla Casa di Riposo Studio RAI, quando ricorda che nell’ultima cronometro della Vuelta dell’anno scorso Pogacar diede 1’30 a Valverde e 1’40 a Pogacar, e capirete che uno che dà un distacco del genere a sé stesso non è un ciclista qualunque, e soprattutto questa sua ubiquità ben si concilia con il fatto che al Tour ha vinto 3 maglie.  Ecco, la RAI è la vera jattura per gli spettatori italiani, dicono che bello il passaggio del gruppo nel Louvre e lo sfumano per mandare la pubblicità, oppure parlano di funghetti a 10 km dalla conclusione con Van Avermaet in fuga. L’ultima tappa più di tutte è uno strazio con mille commenti, spesso inutili, e forse sarebbe il  caso di indire un referendum per il taglio dei commentatori RAI, e poi riassunti, ricordi, non sempre tempestivi (per Gianni Mura morto 6 mesi fa non potevano trovare un’altra occasione?), ringraziamenti, autoindulgenze, indulgenze plenarie e ogni altra occasione che torna buona pur di non parlare della corsa di cui non so quanti km effettivi hanno fatto vedere, perché il problema non è solo quello che dicono, basterebbe azzerare l’audio, ma quante volte staccano le immagini per altrove. E dato che come spettatore del ciclismo a me piacerebbe vedere innanzitutto la corsa in corso, mi chiedo se interessa anche a loro che col ciclismo ci campano, a volte sembrerebbe di no. Ridendo e scherzando si arriva alla volata e vince Bennett che si porta a casa pure la maglia verde, l’unica non vinta da Pogacar, con l’annessa soddisfazione di strapparla a Sagan che fino all’anno scorso era suo compagno di squadra, una compresenza che in pratica impediva a Bennett di essere selezionato per il Tour.

E lei è il segreto più noto di Pogacar: la fidanzata che, al netto degli accenti e altri segni grafici, si chiama Urska Zigart, corre nella Alé BTC Ljublijana e quest’anno ha vinto il titolo sloveno a cronometro, è arrivata decima nel Tour de l’Ardéche e 78esima nel Giro Rosa.

La Zeriba Suonata – 2 in 1

Tra rinvii e incertezze, i dischi programmati per questo periodo, almeno quelli che mi ero appuntati, po’ alla volta stanno uscendo, e ora è il turno di Kelly Lee Owens, che ha fatto passare tre anni dall’esordio anche per problemi personali. Nel nuovo album Inner Song la musicista gallese canta di più, e quando non ha voglia di cantare cede la parola al suo più famoso conterraneo, il più grande musicista vivente, John Cale, che però in Corner On My Sky non canta, e forse non ha più la forza per cantare, ma fa lo spoken word, insomma parla ma detto così fa più bella figura. Kelly tenta anche una cover e rifà a modo suo Arpeggi dei Radiohead, ma in sostanza è la stessa musicista che seduce con i pezzi lenti, quasi dream pop, e in Re-Wild sembra di sentire le Warpaint, e trascina quando si alza il ritmo a fini danzerecci. E poi ci sono i pezzi in offerta speciale 2 in 1 come On che parte lento e arriva veloce.

Senza precedenti

Tutto lo spettacolo che era finora mancato al Tour de France si è concentrato nella cronomezzascalata decisiva e non mi viene in mente un precedente simile a quello che è successo oggi al Tour. Non Fignon battuto dalle innovazioni tecnologiche di Moser al Giro e di Lemond al Tour, non Chiappucci troppo inferiore a cronometro rispetto allo stesso Lemond al Tour e a Indurain al Giro, non Rodriguez inferiore nella specialità anche a Hesjedal. E neanche Casagrande che in genere andava bene contro il tempo ma nel Giro del 2000 in maglia rosa si squagliò. Oggi finché si guardava la classifica avulsa Roglic contro Pogacar sembrava che lo sloveno in maglia gialla, forte soprattutto in questa specialità, stesse andando male, anche vedendolo meno composto del solito, ma all’arrivo, dove Dumoulin e Van Aert, in testa alla classifica provvisoria di giornata e candidati anche al prossimo mondiale, vedevano andare in fumo tutta la loro fatica da gregari, si è capito che Roglic non è andato male, quinto a pochi secondi dai compagni di squadra, ma è stato Pogacar ad andare forte all’inizio e fortissimo nel finale, gasato forse dall’andamento della gara. Pogacar è il secondo più giovane vincitore nella storia del Tour, più giovane anche di Bernal, ha vinto con neanche mezza squadra battendo il leader di uno squadrone spaventoso, ed è stata anche la sconfitta di un modo di correre inaugurato dalla Sky che è dispendioso per la squadra e stavolta però sparagnino per il capitano, che, al contrario di Froome e Thomas in passato, non ha mai fatto un attacco decisivo o forse non era in grado di farlo. Alla fine di questa avventura ci sono stati anche altri risultati minori ormai inattesi, come Richie Porte che nonostante i soliti ritardi e incidenti e cadute è riuscito a salire sul podio finale, e come Damiano Caruso entrato nei primi dieci a spese di un Valverde che dovrebbe decidersi a presentare la domanda di pensione. Oggi sulla salita conclusiva si è visto molto pubblico, invadente anche se con le mascherine, mentre al Giro Rosa c’è stato l’ennesimo arrivo tortuoso in un centro storico lastricato, come a voler dire che le vere corse delle donne hanno le curve. E anche Anna Van Der Breggen è stata sparagnina, avrebbe potuto legittimare una maglia rosa fortunosa con una bella vittoria nell’ultima tappa, ma lei che ha vinto diverse corse con fughe lunghissime non è plateale e poi non deve dimostrare niente a nessuno, ha lasciato andar via la fuga, la vittoria è andata alla francese Muzic più giovane di Pogacar, e lei ha brindato e ora fa più di un pensierino ai mondiali, dove l’ex Olanda, fermo restando che in ammiraglia c’è sempre Loes Gunnewijk le cui tattiche le capisce solo lei o forse neanche lei, al momento ha due cicliste molto più forti di tutte le altre, Vos per un arrivo in volata e Anna Van Der Breggen per lo sparpaglìo o una megafuga. In conclusione c’è chi esce male da queste tre settimane di ciclismo: la RAI. Stefano Rizzato è una mitraglia, parla così tanto e così velocemente che quando tace e passa la parola a Giada Borgato si ha la stessa sensazione di quando all’improvviso si spegne un trapano o un elettrodomestico rumoroso. E per il ciclismo maschile è tutto un disastro che presumibilmente si ripeterà col Giro, a partire dalla scelta di trasmettere su Rai 2 e subirne la rigida programmazione, dal TG Lis alle previsioni del tempo alle sedute del Parlamento, e poi i commentatori e la conduzione in studio di Antonello Orlando che sembra sempre non capire cosa succede, e i troppi stacchi per passare dalla diretta allo studio e la confusione tra gli argomenti di conversazione, spesso non pertinenti, per cui non si capisce di cosa si sta parlando e, per dire, durante la diretta si vedono immagini di Ciccone dell’anno scorso o si parla di nazionale o di ciclisti non presenti o si danno notiziole da giornalino di enigmistica semmai mentre c’è un raro momento di vivacità in gara. E oggi gran finale in cui, tra un’interruzione e uno stacco e l’imminenza di un altro programma, di tutte le reazioni al clamoroso epilogo del Tour e relativi drammi e gioie non si è visto niente.

Con le donne niente drammi, solo risate e brindisi.

Supershit

Nel ciclismo si può perdere per un errore tattico o per una caduta, nelle corse in linea e in quelle a tappe, e Annemiek Van Vleuten le ha provate tutte. Un giro l’ha buttato nel 2017 e uno dominato l’ha appena perso per una caduta di cui non ha colpa. Ma la storia del ciclismo non si scrive solo con i numeri e le statistiche e anche questa impresa tronca contribuisce alla grandezza dell’atleta che ieri quando ha capito che il polso era rotto ha detto “Supershit!” e ne aveva ben donde. Però sono cose che capitano e non per questo bisogna metterla sul patetico come il pezzo di una cronista che mi è capitato di leggere sul sito diretto dal peggior giornalista italiano del settore, né si può fare una colpa a chi ha vinto ieri e alle cicliste che ora si contendono la vittoria, ma state certi che se a beneficiarne fosse un’italiana i commenti sarebbero ben diversi. E in fondo chissà come sarebbe andata oggi con la Van Vleuten in gara, se il risultato sarebbe stato lo stesso almeno per la vittoria, la tanto cercata prima volta di Elisa Longo Borghini, che poi all’arrivo ricorda il lockdown e dice noi atleti siamo inutili ma si sbaglia perché quelli sono i calciatori. In maglia rosa parte Kasia Niewadoma ma, come dice Giada Borgato, litiga con la bici, e Anna Van Der Breggen attacca con Longo Borghini e nel finale, che ancora una volta non è il massimo per la sicurezza, un ottovolante in pavé e menomale che arrivano tutte alla spicciolata, può sembrare che si siano divise la posta, come si dice, ma non ne sono tanto convinto. Però sul podio Anna, che già è una tipa abbastanza tranquilla e taciturna, sembra quasi imbarazzata e ammette che non è bello essere in testa per la caduta di un’avversaria, poi sembra che si sia pure scusata con Niewadoma per averla dovuta staccare, ma Anna Kasia e Annemiek sono state compagne di squadra nella Rabo-Liv di Marianne. Anche il Tour perde i pezzi. Merijn Zeeman, connazionale di Annemiek Van Vleuten e diesse della Jumbo, ieri ha avuto un alterco con un membro dell’UCI che doveva controllare se vi fosse un motorino nascosto nella bici di Roglic, qualcuno dice che l’ha aggredito o forse si è limitato a esclamare “supershit”, ed è stato espulso. Non sappiamo se è passato qualcosa per la testa del membro dell’UCI o forse costui è solo un tipo maldestro, fatto sta che ha danneggiato la bici di Roglic, ma allora per verificare le positività al doping o al covid cosa faranno, useranno il bisturi? La tappa di oggi non è difficile, gli uomini di classifica se ne stanno quieti ad aspettare la cronometro di domani, e parte una fuga con dentro tutti uomini da classiche, tranne Bennett che finora nelle classiche non si è mai visto ma qui lotta con Sagan per la maglia verde e gli sta incollato più di una borraccia tra le mani di un ciclista e di un direttore sportivo. Tra di loro c’è anche Soren Kragh Andersen che ancora una volta sceglie il momento buono per partire e resiste fino all’arrivo, gli piace vincere in Francia e si candida come finisseur dell’anno, mentre gli altri, che pure dovrebbero aver capito che a quel danese lì non gli si possono concedere 2 metri di vantaggio, restano a controllarsi e a polemizzare, ad esempio Trentin all’arrivo se la prende con Sagan: non l’ha detto ma avrà pensato anche lui “supershit”?

Vos è la portavoce del ciclismo femminile, Van Vleuten e Ludwig sono casiniste, Longo Borghini è loquace ma intelligente, Van Der Breggen tace, poi chissà se acconsente.

un traguardo volante

Dicono che 60 anni è un bel traguardo ma ora che l’ho tagliato spero che sia un traguardo volante e si continui per un altro po’, e non vorrei pretendere troppo ma spero che i GPM siano alle spalle. In 60 anni se ne vedono di cose ma, forse l’ho già scritto da qualche parte, sono sempre meno propenso a rimpiangere e mitizzare il passato e non mi è mai piaciuta l’espressione “ai miei tempi”, e questo non per fare il sempregiovane, non sarei credibile e non mi interessa, non ho mai voluto sembrare chissà chi, non mi interessa il parere degli altri né essere accetto in qualche ambiente o giro, ma non rimpiango il passato proprio perché l’ho visto e non è che c’è tanto da rimpiangere, c’erano cose positive e negative più o meno come ora, in qualsiasi  campo. Ad esempio nelle città ora l’inquinamento ambientale te lo dicono le centraline, decenni fa non era necessario perché lo smog si poteva vedere e forse pure toccare, te ne tagliavi un pezzo e lo portavi ad analizzare, negli alimenti c’erano i coloranti e conservanti, c’erano i giradischi su cui i dischi un po’ suonavano e un po’ saltavano, c’erano le siringhe di vetro e metallo, e non le tiro in ballo perché ne abbia fatto grande uso ma perché visti i rimpianti per gli oggetti del passato mi fa ridere pensare a quell’accidente lì. In Italia c’erano scuole impregnate di cultura risorgimentale e subdolamente classiste, e poi c’erano politici presentabili (alcuni), che avevano studiato (alcuni) ma che non hanno creato una cultura della cosa pubblica ma solo quella delle clientele e in più hanno fatto crescere e prosperare la criminalità organizzata. C’erano le ideologie e c’erano i ragazzi che le seguivano o credevano o fingevano, l’importante era acchiappare le ragazze e picchiare i ragazzi delle ideologie di fronte, e in tanti arrivavano a simpatizzare perfino per i terroristi. Oggi ci sono le fake news ma allora c’erano tante bugie su tutti i giornali e in tutti i telegiornali nessuno escluso e anche nei testi di quelle scuole risorgimentali. Poi c’era la cosiddetta cultura, quella in senso stretto, e gli influencer degli scorsi decenni volevano i libri e i film che trattassero di problemi problematici, ma mi pare che i maggiori rimpianti siano per la tivvù, educata ed educativa, o forse solo puritana, poi sono arrivate la pubblicità e le donne nude, e lì i Grandi Autori di Cinema d’Autore si sono ingelositi perché delle donne nude volevano l’esclusiva. C’è un ricordo locale che secondo me può spiegare la fascinazione per la tivvù di una volta. Le trasmissioni sono iniziate nel 1954 e ci sono voluti altri anni perché gli apparecchi si diffondessero nelle case, e credo che fino agli anni 90 ci siano stati un orario di inizio e uno di fine trasmissione, ma negli anni 60 e nei primi 70 si iniziava nel pomeriggio e si finiva di sera, tranne eccezioni, e ricordo il monoscopio e la voce di un’annunciatrice che interrompeva la musica e diceva siamo in attesa di collegarci col Giro d’Italia. Fino ai primi anni 70 in occasione della Fiera della Casa di Napoli trasmettevano, presumo solo in Campania, un film ogni mattina per tutta la durata della fiera, e nonostante fosse giugno ovvero l’inizio delle vacanze e si potesse fare qualsiasi altra cosa ci mettevamo a vedere quel film fosse uno comico con Totò o una storia strappalacrime, perché era una cosa nuova, che non esisteva, la tivvù era una cosa nuova, quella mattutina ancor di più. Ma oggi quando vedo qualche spezzone di vecchi varietà o qualche filmato di Carosello spesso mi chiedo ma davvero? E poi oggi c’è il famigerato internet, dove paradossalmente scrivono tanti del settore rimpiantistica e accusatori di internet medesimo, grazie al quale posso fregarmene dei palinsesti tutti uguali delle reti tivvù. E per l’eventuale futuro sono fiducioso di poter vedere ancora belle corse, non eroiche perché non mi interessa ma solo belle, di poter sentire ancora bella musica e non sarebbe male se a comporla ci riuscissero ogni tanto pure gli uomini, e di poter leggere ancora bei fumetti, forse tra tutti il mezzo che ha più potenziale da esplorare, purché non si limitino a supereroi e biografie, ché vanno molto quelle di personaggi del passato, e il fatto che spesso quei personaggi siano morti tragicamente e misteriosamente vuol dire che forse quei periodi non erano tanto mitici.

Storie intrecciate

Uno è Richard Carapaz che l’anno scorso ha vinto il Giro d’Italia, e in genere chi vince il Giro al giro successivo, nel senso dell’anno dopo, punta al Tour de France. Ma Carapaz viene irretito dai soldi della Ineos, squadra piena di campioni, e almeno per stavolta per lui non c’è spazio al Tour. Poi succede che quei campioni con diritto di precedenza non sono in forma e Carapaz che stava preparando il Giro viene richiamato d’urgenza per il Tour, sacrificando la possibilità di bissare il successo in Italia e correndo in Francia senza preparazione specifica. L’altro è Michal Kwiatkowski, che alcuni in Italia si ostinano a pronunciare Chiattoschi. Le sue vicende ciclistiche si sono intrecciate spesso con quelle dell’amico e rivale Sagan e c’è stato un periodo in cui sembrava essere lui il vero fenomeno vincente, ha vinto per primo il mondiale e ha beffato l’amico a Harelbeke e a Sanremo. Ma prima il polacco e poi lo slovacco sembravano essere già sul viale del tramonto, anche se mitteleuropeo e non hollywoodiano. Sagan in questo Tour, dopo due settimane di tentativi, sembra essersi arreso, mentre Kwiatkowski sembra ritrovato avendo lavorato molto e bene per la causa di capitani smarriti. Lo svolgimento della tappa odierna è stato tale che si sono ritrovati in testa Carapaz e Kwiatkowski sicuri di arrivare al traguardo senza terzi incomodi, Carapaz che ha sacrificato il Giro per la squadra ed è in fuga per il terzo giorno consecutivo e Kwiatkowski che ha rischiato di sacrificare una carriera per fare il supergregario in più edizioni del Tour e oggi forse ha lavorato di più. Ora se Gianni seguisse il ciclismo chiederebbe alla sua amica Susi chi dei due deve vincere e chi deve lasciare la vittoria all’altro, ma anche se Susi avesse la soluzione del quesito non potrebbe comunicarla agli interessati perché non ha la radiolina. E quindi i due tagliano il traguardo abbracciati senza mascherina e senza mantenere la distanza di sicurezza e soprattutto togliendo le mani dal manubrio per cui potrebbe scattare la squalifica. Al fotofinish vince Kwiatkowski al cui palmarés mancava solo la tappa in un grande giro, cosa che dai tempi della specializzazione non è poi tanto scontata per gli uomini da classiche, vedi Tchmil.

In questa foto i due Ineos sembrano piuttosto due ubriaconi.

Erano due anni che il polacco non vinceva. Invece Andrea Pasqualon non vince da poco più di un anno, ma oggi c’è la Coppa Sabatini, la corsa più adatta a lui che vi ha ottenuto una vittoria e due secondi posti. Ebbene, quei secondi posti sono diventati tre perché la vittoria è andata al giovane neozelandese Smith. Lotte Kopecky invece di vittorie ne ha ottenute ma non ancora nel World Tour, è una giovane pistard che migliora su strada e oggi ha beneficiato di compensazioni strada facendo. Ieri la giovane russa Novolodskaya è caduta quando a pochi km dal traguardo aveva 30 secondi di vantaggio e Marianne Vos avrebbe detto che sarebbe stato difficile raggiungerla. Però oggi sempre sulle strade campane intanto la russa va di nuovo in fuga e di nuovo mostra incertezza nella conduzione della bici, e in seguito dentro l’ultimo km è la Vos ad andare giù, elemento centrale di un domino il cui ultimo definitivo tassello è Annemiek Van Vleuten che si rialza ma dolorante. Ora se al Tour dopo un GPM i ciclisti hanno trovato pure un paio di km di sterrato anch’essi ascendenti, volete che al Giro si facciano problemi a scegliere come rettilineo finale una strada in salita e in pavé nel centro di Maddaloni? No, e infatti vince una ciclista emergente nelle classiche del nord come Lotte Kopecky che prende la scia della moto della RAI, spesso troppo vicina al gruppo se non in mezzo, che le lancia la volata fungendo da keirin, anzi peggio, dato che nel keirin la motorella si sposta molto prima, e la belga vince nettamente. In serata si sperava in un aggiornamento su Van Vleuten dal TGR ma il notiziario folk dà precedenza all’attualità e quindi trasmette un’intervista inutile a un calciatore mentre alla tappa non accenna neanche per sbaglio.

L’arrivo vittorioso di Kopecky e doloroso di Vos Van Vleuten e Spratt.

Vips go home!

Le varie corse di questi giorni hanno visto alcuni arrivi presso santuari religiosi, oggi invece il Giro Donne è arrivato a Nola presso un santuario profano, il Vulcano buono, un’escrescenza geo-architettonica al cui interno c’è un megacentro commerciale che non può non piacervi perché è opera dell’Architetto Intoccabile, quello che quando non ha gli spicci di resto lascia il progetto di un ponte o qualche altra quisquilia equipollente. La TGR ha affidato il servizio sulla tappa a Stefano Rizzato evitandoci il solito Coppola che probabilmente avrebbe concluso che ha vinto il ciclismo ha vinto la Campania o cose del genere, mentre Rizzato ha detto che il ciclismo è uno sport in cui partono in 120 ma alla fine vince quasi sempre una, e quell’una è Marianne Vos, arrivata finora a tre vittorie di tappa tutte diverse: su un muro ripido, in una volata ristretta e in una volata allargata. Chi invece sembra che non riesca più a vincere le volate di gruppo è Fernando Gaviria, trova sempre qualcuno più forte che lo batte, e allora ogni tanto tenta di anticipare la volata e gli va bene, ormai è la sua specialità, iniziò alla Parigi Tours del 2016 e ultimamente ha ripreso a provarci, e gli andrà bene finché non impareranno a tenerlo d’occhio, oggi intanto ha vinto il Giro di Toscana. Dicono che era un Giro di Toscana per velocisti e quindi diverso dal solito, ma se andiamo a leggere l’albo d’oro di questo secolo troviamo Petacchi, Mattia Gavazzi e due volte Bennati, forse è passato troppo tempo ma non mi pare che questi erano scalatori. La corsa è servita anche al supercittì per verificare le condizioni di forma dei ciclisti che potrebbero correre il mondiale, e nel finale con un certo senso dell’umorismo hanno attaccato Mosca e Moscon e questo scattino inconcludente è bastato al quasi ex ciclista Moscon, il più coccolato e criticato del plotone, per essere convocato, mentre un anno di attacchi e gregariato non è bastato a Mosca. Come è ormai tradizione non si capisce com’è il percorso del mondiale e a leggere i convocati delle varie nazionali ognuno lo interpreta a modo suo, dalla Colombia che porta solo scalatori alla Germania che gli scalatori li lascia a casa e convoca il velocista Degenkolb. Comunque sia il favorito di tutti è Alaphilippe che oggi al Tour è andato in fuga per il secondo giorno consecutivo e neanche stavolta ha vinto, i fuggitivi di giornata sono stati ripresi tutti compreso l’altro recidivo Carapaz e la vittoria è andata a Lopez, il colombiano con la faccia da kazako, mentre in mancanza di argomenti di conversazione in RAI si sono inventati un errore tattico di Roglic che invece ha guadagnato su Pogacar forse ostacolato da qualche tifoso. Oggi alcune salite erano vietate al pubblico ma non l’ultima sulla quale c’era molta gente invadente e sputacchiosa, e chissà se è solo una coincidenza che era anche il giorno scelto per la tradizionale visita al Tour di Monsieur Le Président. In RAI hanno sempre apprezzato questa specie di omaggio al Tour ed è imbarazzante essere d’accordo con lo scrittore parlante quando dice che in Italia il Presidente dovrebbe fare altrettanto, andare al Giro anziché ricevere gli atleti a Palazzo come fosse un re. Ma, dato il Presidente, ne facciamo volentieri a meno di altre banalità, e poi, pensando al fatto che al Tour quando arriva il Presidente ci sono i servizi segreti, e chissà che non ci siano gendarmi stornati dalla corsa alla sua persona, e ricordando che non si è mai saputo chi c’era nell’auto oscurata che nel 2011 buttò contro il filo spinato Flecha e Hoogerland, direi che è meglio se anche al Tour Presidenti e vips se ne stanno a casa.

Tra l’altro sembra che il Presidente sceglie sempre tappe di montagna per motivi di sicurezza, e oggi era la cosiddetta tappa regina, neanche la tappa first-lady, con in più il finale su una salita inedita ricavata da una pista da sci, una di quelle salite, e di quelle tappe, che sulla carta piacciono agli appassionati di ciclismo estremo, e che poi finiscono per deludere perché lo spettacolo per la classifica si concentra tutto nel finale e i distacchi si riducono a pochi secondi. Ma se la tappona non è stata decisiva per questo Tour forse ha chiuso una volta per tutte le speranze e i rimpianti relativi a Landa, che ha corso sempre per altri, che se fosse stato libero di fare la sua corsa eccetera. No, forse il suo momento migliore è già passato contemporaneo a quello di Aru e di più non poteva fare, ma oggi di certo ha messo a lavorare tutta la squadra, li ha sfiancati, poi quando è passato in testa l’ultimo rimasto, Damiano Caruso, l’ha avvicinato e gli ha detto di aspettare un minutino, che non se la sentiva ancora, e ha iniziato a perdere terreno, ritornando ad essere il solito sfigato da fumetto.