La Zeriba Suonata – Geografia e canzoni del 2020

Per scrivere dei miei ascolti preferiti del 2020 almeno stavolta ho preferito riferirmi a singole canzoni e non a interi album, un po’ perché ci sono stati continui rinvii delle pubblicazioni, un po’ per inserire anche qualche musicista che non ha pubblicato altro ma anche una cantante che in album sonnacchiosi riesce sempre a infilare un pezzo che spicca. E in questo anno che speriamo resti particolare e non diventi il primo della futura normalità, alla persistenza di movimenti sovranisti e xenofobi si sono aggiunte tutte le regole anticovid a cercare di chiudere in loro stessi gli stati, le regioni, le città, finanche i quartieri. Ma il mondo se ne frega e va avanti, e non so se è un caso o forse solo inevitabile che buona parte delle cose che vi presento sono opera di musicisti nati in un paese e che per vari motivi si sono spostati altrove o per risparmiarsi il viaggio sono figli di emigrati da paesi che semmai non hanno neanche mai visto. Qualcuno poi ritorna a casa, come la mia scoperta dell’anno, la ghanese Amaarae, con la mia canzone dell’anno: Fancy. Amaarae si definisce sessualmente fluida e in questo inventario non è l’unica e pensavo che le variazioni sessuali una volta, non saprei se si usa ancora, venivano descritte con una espressione spaziale, geografica: passare all’altra sponda. E’ il caso di Arca, nonbinary che è tornato con la sua musica mutante, tanti pezzi interessanti però so di non riuscire a essere obiettivo quando si aggiunge la voce di Bjork: Afterwards. Arca viene dal Venezuela mentre Ela Minus viene dalla Colombia e suona macchinette che costruisce lei stessa, e dato che con queste macchinette realizza pezzi come El cielo no es de nadie è due volte brava. Sevdaliza quando lasciò l’Iran pensò di essere arrivata in Olanda ma all’inizio di quest’anno ha scoperto di essere invece nei Paesi Bassi, ma questo non c’entra con vicissitudini personali, in cui chissà come si inquadra il video di Oh My God con tanto di manipolazioni vocali. Altro giro, altra crisi: Thao And Get Down Stay Down hanno inciso Temple, album che contiene Pure Cinema, un’altra delle mie canzoni preferitissime, e poi hanno realizzato un video emblematico del lockdown, Phenom, anche loro arrivando da un periodo di ripensamenti della cantante virginiana Thao Nguyen, che se ho capito bene si è anche riavvicinata alla comunità vietnamita, ma chissà se in Vietnam c’è mai stata. E chissà se sono mai stati in Thailanda, dalla cui lingua hanno tratto il loro curioso nome, i texani Khruangbin, ma intanto in Giappone è ambientato il video di So We Won’t Forget. Il caso più clamoroso di dischi fantasma è quello dell’esordio di Celeste, britannica di mezze origini giamaicane che per andare alle radici della sua musica va in Louisiana tra vecchi pianisti e bande di strada, bande musicali of course: Stop This Flame. E chissà se quel vecchio pianista del video ha mai sentito parlare di un misterioso bluesman detto Dyin’ Dog che in realtà è esistito solo nella mente dei Residents in uno scherzo risaputo cui ormai non abbocca più nessuno, ma la musica del “tributo” Metal, Meat & Bone è buona lo stesso specie se featura Black Francis: Die! Die! Die!. Ma se gradite la musica tradizionale chi più di Norah Jones che realizza un album jazz, e allora tra uno sbadiglio e l’altro possiamo augurare lunga vita a Norah Jones che concorda cantando I’m Alive. Troppo tradizionale? Allora ascoltate la danese Agnes Obel che incide contemporaneamente per Blue Note e Deutsche Grammophon e che con la sua strumentazione sia classica che synthetica può piacere sia ai vecchi che preferiscono la musica di una volta sia ai vecchi brontoloni come me che la musica di una volta va bene se è di quella volta lì ma se invece è di questa volta qui questa è un’altra volta, non so se mi sono spiegato: Broken Sleep. Obel sembra un’erede di John Cale, di cui in passato ha riproposto Close Watch, ma c’è chi il vecchio gallese l’ha ospitato nel suo album del 2020, la sua conterranea Kelly Lee Owens, che prosegue, anche lei con qualche crisetta, con la sua elettronica danzereccia senza però muoversi dal suo Galles e appunto per avere qualche ospite ci ha pensato un po’ su e poi si è ricordata che il più grande musicista vivente è proprio delle sue parti, ma gli ha lasciato solo un brano spoken world, e allora alla voce antica di John Cale preferisco i suoni moderni e birichini di Jeanette. Già che siamo nel Regno (dis)Unito mettiamoci pure un po’ di brit pop, quello brillante e psicoelettronico dei Django Django che quest’anno hanno realizzato un concerto a debita distanza e poi il singolo Spirals, e se queste sono le premesse speriamo che al più presto attorno a queste spirali ruoti un album intero. Dopo Galles e Inghilterra non potevo ignorare la Scozia, con un ritorno che a pensarci non è tanto sorprendente, perché in un periodo in cui tutti scendono in piazza a piangere miseria non potevano mancare i piagnoni per eccellenza, gli Arab Strap, che 15 anni dopo l’ultimo disco ufficiale e 14 anni dopo l’antologia intitolata tanto per capirsi 15 Years Of Tears incidono il brano The Turning Of Our Bones e il bello è che sembrano uguali a come ci avevano lasciati, l’unico cambiamento è di essere passati dalla Chemikal Underground all’etichetta degli ex compagni di scuderia Mogwai, ma non suonano vecchio, forse perché sono inimitati più che inimitabili. Uno dei dischi più osannati dalla critica è stato quello di Fiona Apple, un album che richiede molti ascolti, e proprio per questo sarebbe meglio se vi decideste a iniziare, semmai proprio dalla title-track Fetch The Bolt Cutters in cui cantano anche i cani quelli veri, non quelli dei talent. E poi in chiusura di 2020 ho rivalutato il disco del canadese Dan Snaith alias Caribou che quando era uscito mesi fa non mi aveva convinto forse perché la componente psichedelica dei dischi degli anni zero era in percentuale minore o meno sixties, vedi Sister, ma se c’è un musicista con cui non ci sono di questi problemi, non fosse altro perché la sua musica è sempre cangiante, quello è Sufjan Stevens che ci diverte anche con le sue Lamentations. E così il 2020 è alle spalle, per il 2021 già si annuncia il nuovo album di St. Vincent ma sicuramente non mancheranno buoni album del … 2020 che erano sfuggiti.

Quale sarà l’ombelico di questo mondo in movimento? Direi che quello di Kelly Lee Owens può andar bene.