La fuga del secolo, anno più anno meno

Qualche giorno fa dicevano che i giovani in gruppo non hanno rispetto, mentre 15 anni fa… 15 anni fa non avremmo visto una fuga come quella di ieri e forse il rispetto che non c’è è quello per le tattiche prevedibili. Al Tour al momento è come se ci fossero due maglie gialle, quella ufficiale di Van Der Poel e quella momentaneamente bianca di Pogacar che però è quello messo meglio tra i veri aspiranti alla vittoria finale, e allora ci può stare che l’attuale maglia gialla vada in fuga, la perderà è giovane e si diverte, ma in fuga erano tanti e, a parte Van Aert che dove c’è MVdP c’è anche lui che anzi è stato uno dei promotori, non erano solo giovinastri ma anche gente che 15 anni fa già vinceva come Nibali e Gilbert, e il livello era tale che sarebbe stato fuori luogo parlare di fuga bidone, semmai era una fuga bidon, liquida, chi andava chi veniva chi attaccava chi mollava e per di più nella tappa più lunga degli ultimi 20 anni, ma non era come L’Aquila 2010 perché dietro sapevano benissimo chi c’era ma gli UAE e gli Ineos non hanno voluto sprecare tutte le energie per un inseguimento dispendioso. L’hanno definita la fuga più pazza del secolo e di sicuro finirà nei libri di storia, del ciclismo ovviamente. Io stavo lavorando quando è iniziata la diretta e quindi non ho potuto approfondirne la composizione più di tanto, ma poi man mano che facevano il nome di qualche fuggitivo pensavo: Ah, ci sta pure lui? Sì, e c’era pure Cavendish. Poi, come nei casi delle fughe ordinarie, c’è stata la corsa per la tappa e quella per la classifica e in questa l’attacco significativo è stato quello di Carapaz, e nello stile dell’ecuadoriano è arrivato dove e quando non lo si attendeva, ma purtroppo lui è vittima di una guerra tra il suo procuratore e l’altrimenti pacifico Unzué manager della Movistar che ha collaborato con gli emiratini per riprendere Richard proprio sulla linea d’arrivo. E, tra uno sloveno che andava a vincere, Mohoric anche lui piangente che non se ne può più in questo Tour che sembra un saliceto, e un altro che perdeva terreno, Roglic lasciato solo dalla squadra che evidentemente già sapeva che stava male, Pogacar per ora si è salvato e alla fine ha fatto la linguaccia alla camera alle spalle del connazionale vincitor, ma ha capito che non sarà una promenade, anche perché la sua squadra fortissima non è, ma pure le altre, se si escludono i soliti britannici, corrono in maniera a volte incomprensibile, e il team manager della Trek, intervistato dagli uomini Rai in coro in merito a certe scelte tattiche, si è dimostrato un pochino permaloso. Tra l’altro in trasmissione si è palesata la differenza di vedute tra l’uomo parchimetro che voleva smorzare le polemiche e il luciferino Beppe Conti che invece diceva siamo qui per questo. Ma il manager in questione, Luca Guercilena, è un tipo serioso e pieno di sé, non come quell’allegrona della sua corrispettiva femminile Giorgia Bronzini che per il secondo anno consecutivo ha portato lo stesso team alla vittoria della cronosquadre inaugurale del Giro Donne, una specialità che i grandi giri maschili hanno giustamente abbandonato e qui invece rimane, nonostante sia cambiata l’organizzazione: cominciamo bene.

Una cronosquadre significa un podio con 18 cicliste e una gran baldoria. In particolare Chantal Blaak, brandendo il mazzo di fiori come Morrissey ai tempi degli Smiths, ha cercato di colpire la connazionale Lucinda Brand che l’aveva innaffiata con lo spumante.