Le Olimpiadi e la Decadenza della Civiltà Occidentale

Alla prima mattinata di Olimpiadi già mi sono rotto. Ieri mi sono evitato la diretta della cerimonia di apertura, come facevo del resto anche negli ultimi decenni, una cosa troppo lunga e retorica, in cui Franco Bragagna immagino che abbia fatto sfoggio di cultura a 380° e se ne avesse avuto la possibilità avrebbe tolto la parola anche al Presidente del CIO e avrebbe interrotto l’atleta che avrà pronunciato il giuramento, e non avendolo visto mi chiedo se quest’ultimo si sarà per l’occasione tolto la mascherina: “Ghrhpnbm pfbnhm…”, che avrà detto, avrà mica giurato il falso? L’unica curiosità di queste cerimonie è l’occasione di ricordarsi di quei piccoli staterelli che altrimenti ignoreremmo, per i quali ogni olimpiade potrebbe essere l’ultima perché, Greta o non Greta, potrebbero a breve essere sommersi dagli oceani. In quei pochi secondi mostrati dai tg ho visto che gli italiani per parvenza di parità hanno voluto nominare due portabandiera ma causa spending review la bandiera era una sola e Viviani e Rossi l’hanno sventolata a 4 mani con qualche difficoltà del caso e speriamo che la Cecchini non si sia ingelosita. Hanno sfilato tanti atleti pronti a diventare eroi, così diranno nel caso, a cantare l’inno, sempre se lo ricordano, con la mano sul petto all’altezza di organi interni a casaccio, e poi a mordere la medaglia, che io non so come è nata questa consuetudine, forse in passato si addentava il metallico gadget come a provare che fosse davvero di oro, ma da tempo si tratta di patacche appena bagnate nel metallo ché i soldi non ci sono per farle vere, però in fondo se un atleta è abituato ad alimentarsi con le barrette di Cassani al gusto di crete senesi capirete che anche una medaglietta in similbronzo diventa appetibile. E veniamo alla gara, e già, speravo la gara al singolare ma le trasmissioni olimpiche non sono l’ideale per chi è interessato a un solo sport, in particolare quelle della RAI che prima ci seduce con dirette di ciclismo di oltre 100 km anche quando non è il caso e poi ci abbandona. Intanto ci sarebbe da chiedersi perché hanno ancora due canali tematici e trasmettono su una rete generalista, volendo si potrebbe diversificare e invece Rai Sport propone repliche di altro e vecchi notiziari in cui potrete apprendere il risultato dell’incontro tra Hellas Verona e Lanerossi Vicenza. E il pastone che ha preparato la RAI e le sue menti che purtroppo non sono cervelli fuggiti da qualche parte è adatto agli sciovinisti, a quelli che durante la Grande Chiusura cantavano l’inno sul balcone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, insomma nelle scelte di sub-palinsesto non conta l’importanza o la spettacolarità della disciplina ma che ci sia un italiano in gara, anche se è uno che non si conosce in uno sport che non si capisce. E gli sport con cui ha gareggiato la diretta della prova su strada maschile sono stati il tennis, purtroppo quello maschile, la scherma e il taekwondo. Dell’ultimo il cronista ci ha fatto sapere, come a giustificarsi, che è uno degli sport più praticati nel mondo, e se lo dicono in tv sarà vero ma io non conosco nessuno che lo pratichi, e purtroppo l’italiano ha vinto nonostante l’avversario argentino avesse un tipico nome da villain, e ritornerà nei prossimi giorni a interrompere sport più decenti, ma un giorno storici e sociologi scriveranno pagine e pagine sul ruolo svolto dalla RAI nella Decadenza della Cultura Occidentale. La scherma era l’unico sport per il quale decenni e ventenni fa dalle mie parti si faceva reclutamento nelle scuole dell’obbligo grazie alla volontà di vecchi insegnanti di educazione fisica fascistoni, e dato il costo dell’attrezzatura i volontari erano di famiglia agiata. La scherma è uno sport che per tempi morti se la gioca col baseball, mentre nel ciclismo anche quando sembra che non stia succedendo niente e il gruppo rallenta sta invece accadendo qualcosa di importante perché quelli davanti aumentano il vantaggio fino a 20 minuti, vogliamo andarli a prendere cortesemente? Intanto quelli davanti sono i soliti rappresentanti di paesi con meno tradizione ciclistica, tra i quali c’è il fratello di Peter Sagan, il sudafricano Dlamini che ha avuto il suo momento di gloria quando al Tour ha voluto portare a termine la tappa più dura anche se molto fuori tempo massimo ma il ragazzo non è un avventuriero dilettante perché da under 23 ha corso in Italia e andava forte, e poi il più titolato della compagnia è il romeno Grosu che essendo però un velocista è stato il primo a staccarsi in salita. Dietro per ridurre il gap ci si è messo il campione olimpico usato garantito Greg Van Avermaet, che forse se non avesse quel titolo non sarebbe stato neanche convocato, eppure tirava così forte che hanno dovuto invitarlo a moderarsi per riprendere più avanti. Potrebbe essere l’ultima stagione per Greg che si è detto deluso dalla sua annata ma si è mostrato generoso fino all’ultimo, lui che fu maglia gialla in fuga al Tour pur senza padri e nonni famosi, e il bello è che lavorava per un capitano altrettanto orgoglioso e generoso che non si tira mai indietro, Wout Van Aert, mentre per l’altro favorito Pogacar ha lavorato Tracagnotnik. Gerainthomas, convocato dalla Gran Bretagna con grande senso dell’umorismo, inglese of course, invece si è distinto nella sua specialità, la caduta, e a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno per convincerlo a smettere, perché è un pericolo per sé e per gli altri. Nelle fasi finali la corsa passa per il circuito motoristico e come succede sempre in questi casi, come pure ai Mondiali di Imola, i cronisti vengono presi da venerazione ed eccitazione feticistica per il Sacro Circuito, di cui possono ricordare la variante dove si schiantò Tizio o la chicane dove la ruota di Caio volò fin sulle tribune, ooooooh con punti esclamativi. Così, tra un’interruzione di vario tipo e un tg sportivo che interviene a interrompere le dirette con interviste registrate giusto per pubblicizzare altre gare future che a loro volta saranno interrotte, vediamo nel caldo-umido giapponese andare forte uomini da classiche del nord e una grande morìa di spagnoli, compreso Valverde da cui forse ci si aspettava di più ma bisogna ricordare che i coetanei dell’Embatido stanno davanti alla tv con una flebo di caffè e granita. La presenza di due strafavoriti induce al tatticismo e se attacca qualcuno tutti gli altri guardano Van Aert e Pogacar come a dire: siete voi i fenomeni, tocca a voi, anche in mancanza degli altri fenomeni perché Alaphilippe, che è quasi un abusivo in quella categoria, non era interessato ai 5 cerchietti e Van Der Poel e Pidcock gareggeranno nella mtb. Così, tra scatti e controscatti, quello buono arriva da due americani, che quando nel 2019 hanno vinto entrambi in Italia potevano far storcere il naso a molti. Il giovane e sconosciuto statunitense Mc Nulty vinse il Giro di Sicilia battendo tutti gli italiani disponibili e l’ecuadoriano Carapaz vinse il Giro e tutti a dire che doveva ringraziare Roglic e Nibali distratti a organizzare una visita alla Casa-Museo Nibali, e invece oggi è partito con in saccoccia anche un secondo posto alla Vuelta un terzo al Tour e un Giro di Svizzera più una tappa octroyée in favore di Kwiatkowski al Tour 2020. Gli italiani, già, c’erano anche loro, non erano i favoriti e hanno fatto il possibile per rispettare il pronostico, Caruso Ciccone e Nibali prima hanno fatto i loro tentativi, precoci, e poi hanno lavorato per i capitani, ché, per quanto può sembrare strano, c’erano due ritenuti degni di questo ruolo: Moscon che quando toccava a lui si è squagliato e Bettiol che rimaneva attaccato ai primi ma non prendeva iniziative finché non ha avuto i crampi ed è finito 14esimo, ma almeno nessuno si è ritirato. Il risultato potrebbe accelerare la pratica per le dimissioni di Cassani che ha costruito una nazionale a misura di sé stesso ciclista che nelle gare importanti agli ultimi km rimaneva senza forze (vedi Liegi 1992 e Amstel 1995). L’incredibile Supercittì, anche se il movimento italiano è quello che è, farebbe bene a rinunciare ai suoi superpoteri per fare altre cose ma non l’organizzazione del Giro d’Italia che rischierebbe di diventare un Giro di Emilia-Romagna e Province Limitrofe. Poi direi che l’avvicinamento alla gara non è stato dei migliori, non sono un esperto ma i primi 8 dell’ordine d’arrivo sono reduci dal Tour, e le convocazioni le decidono i team per cui non è colpa dei ciclisti né del cittì che l’unico al Tour fosse Nibali, ma in alternativa si è organizzata la Settimana Italiana però in date troppo vicine alle olimpiadi per cui era una corsa in 5 misere tappe per le strade superstrade e sopraelevate della Sardegna ma per partire in tempo per Tokyo gli stradisti ne hanno corse solo 3. E alla fine per vincere la prova olimpica non era necessario essere iscritti all’albo dei Fenomeni perché Van Aert e Pogacar si sono limitati a contendersi al fotofinish argento e bronzo, ma a vincere è stato Richard Carapaz, il campesino che voleva fare il muratore, rappresentante dell’Ecuador, un paese che non si è potuto permettere di mandare giornalisti a Tokyo perché costava troppo, e, in una giornata di sport fighetti in cui c’era pure il dressage in cui i cavalli sembrano se possibile più altezzosi degli stessi cavalieri, questa è una bella notizia.

Mentre i suoi principali avversari avevano una squadra Carapaz ha corso praticamente da solo.