L’arrivo dei russi tra le rovine

Questo è un post cinico che parla di storie dell’est

Ai microfoni di un tg amico, cioè tutti, un alto stilista lancia l’allarme dalle giornate della moda: le sanzioni all’URSS danneggeranno il settore della moda. Senza voler fare di tutta l’erba uno sfascio questi italo-imprenditori dal grande al piccolo hanno affinità di lamentela. Il piccolo barista, se costretto da un’ordinanza del comune a chiudere alle 2 perché c’è gente che di notte vorrebbe dormire, piange il danno rilevante come se fino a quell’ora vedesse solo qualche sporadico cliente ma dopo le 2 il suo locale fosse invaso come l’Ucraina. E così il sarto dei ricchi con gli italiani i monegaschi e gli americani ci guadagna giusto gli spicci per il caffè, ma i russi si riempiono i silos di capi firmati, e ne hanno mai comprato uno quegli straccioni ucraini in fuga? E poi qui c’è in ballo il gas e con il gas non si scherza, lo dicono pure i vigili del fuoco. Il gas russo ad esempio sponsorizza una squadretta di ciclismo di seconda fascia, il cui nome del resto non lascia dubbi sull’attività: Gazprom, che finché puntava sui russi vinceva poco, tranne qualche meteora puzzolente, non nel senso del meteorismo ma del sospetto. Sono lontani i tempi in cui i sovietici dominavano tra i dilettanti grazie al professionismo di stato, per cui anche i trentenni correvano contro i ragazzini, e agli aiutini di stato, settore in cui del resto già negli anni 80 vennero superati dai paesi occidentali con in prima fila anche l’Italia che si scoprì paese di mezzofondisti e sciatori di fondo. Poi la squadra a poco a poco si è arricchita di ciclisti e personale italiano, per vincere qualche corsetta e sperare di essere chiamata a correre il Giro, ma non ci speravano prima e credo che ora possono sperarci anche meno. E pure in una corsa come il Tour degli Emirati Arabi si sono posti obiettivi minori ma alla loro portata, ad esempio la maglia nera che non è per l’ultimo come ai tempi di Malabrocca ma per la classifica dei traguardi volanti. Però ci si sono messi con impegno e in ogni fuga del giorno invece di infilare un uomo solo ci andavano in tre e tra loro Strakhov faceva punti. Però ieri è successo che il gruppetto in fuga è stato più corposo del solito, 6 anziché 4 o 3 (sì, a volte la fuga era monocolore), e poi era una tappa particolare, la passerella nella capitale Dubai. Anche se gli organizzatori hanno preferito chiudere oggi con un arrivo in salita determinante per la classifica, la tappa di Dubai è come la tappa di Parigi per il Tour, e gli emiri ci tengono a mostrare le loro sfarzose e discutibili architetture che immagino già tra non molti anni saranno maestose rovine, perché con i loro soldi avranno utilizzato i migliori materiali, risparmiando sulla manodopera che è quasi schiavitù, ma lì stanno nell’oceano, alcuni isolotti sono artificiali, e non potranno fermare l’acqua che un giorno si innalzerà e travolgerà quegli edifici che solo nel disfacimento potranno acquistare un po’ di fascino. Dicevo che la tappa era vistosa ed era l’ultima per i velocisti, e quindi davanti era l’ultima occasione per gli avventurieri che ci hanno dato dentro, mentre dietro un po’ hanno sottovalutato la fuga e un po’, come succede in questi casi, si sono rimpallati la responsabilità di inseguire, gli shampisti potevano dire che avevano già vinto due tappe con Philipsen e stavano a posto così, gli avversari potevano replicare che non avevano intenzione di portarli in carrozza alla terza vittoria e visto che gli alpecini sono i più forti lavorassero loro, e la fuga è arrivata, ma non ha vinto un russo. Probabilmente per una squadra è preferibile la vittoria di un atleta della stessa nazione dello sponsor, questo vale soprattutto per quella scombinata squadra qazaqa che continua a irretire gli italiani, ma la priorità è vincere comunque e, dopo che il vecchio Kotchekov ha lavorato molto e Strakhov si è speso per i traguardi parziali, per la Gazprom a battere il giovane e pimpante francese Lapeira ci ha pensato il possente e ancor più giovane ceco Mathias della premiata famiglia Vacek. Mathias non ha ancora compiuto 20 anni, e il suo fratello maggiore Karel, neanche 22 anni, era ancora più atteso tra i prof ma venne ingaggiato dalla Qhubeka che ha dovuto chiudere per mancanza di sponsor nonostante l’anno scorso abbia vinto tre tappe al Giro, e la cosa strana, che dimostra l’importanza degli agenti nel ciclismo, è che degli orfani della squadra africana l’ancora promettente Vacek, a meno che in questo ciclismo evenepoelizzato non si sia già vecchi così giovani, è finito in una squadretta austriaca, mentre il comunque lodevole 39enne Pozzovivo, nonostante una tendenza a cadere che mette a rischio l’incolumità sua e degli altri, ha trovato un ingaggio nel world tour. Nella fuga vittoriosa c’era pure l’italiano Tonelli che è arrivato quarto e nel 2018 vinse una corsa in Croazia, ma rischia di essere ricordato soprattutto perché in una corsa nella non tanto vicina Cina ebbe un infortunio serio che per oltre un mese ne impedì il trasferimento in Italia, per cui rimase solo in un ospedale di un paese di cui non conosceva la lingua. Visti i risultati si può dire che l’hanno curato bene, ma dovette per forza di cose essere abbandonato, ma solo momentaneamente perché i Reverberi che non ci pensano due volte a liberarsi dei corridori che non gli garbano confermarono invece il buon Tonelli che è diventato un punto di riferimento della squadra. E, come dice il saggio, chi si contenta gode, da cui si deduce che Putin non gode mica tanto.

Per la cronaca, sempre ieri l’ucraino Budyak ha vinto nel Rwanda, in cui sul finire del secolo scorso ci fu una guerra etnica con due o tre milioni di morti, ma poi si sono calmati e ora vivono in pace, così dicono.