Altra corsa, altro Matteo

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale del Giro delle Fiandre. Nei giorni precedenti nella regione aveva nevicato a quote basse, avrebbe nevicato anche a quote alte se ci fossero, ma i fiamminghi per andare in montagna, o meglio al di sopra dei 180 metri, dovrebbero circumnavigare Bruxelles e raggiungere la lontana Vallonia dove i nativi parlano una lingua incomprensibile, dicono si tratti del francese. I belgi sono appassionati di ciclismo a prescindere, qualche anno fa quando Sven Nys era a fine carriera si pensava che si sarebbero disinteressati del ciclocross, negli stessi anni tramontava Tom Boonen, ma già arrivava Wout Van Aert a raccogliere da solo l’eredità di entrambi. Però ieri non c’era perché lui che diceva che bisognava convivere con il covid ha un po’ esagerato nella convivenza e se l’è beccato, e i Jumbo erano abbacchiati senza il loro leader, tranne quelli che avrebbero potuto finalmente fare la loro corsa, e la gente li consolava con frasi di circostanza dicendogli che erano comunque la squadra più forte, loro si schermivano, dicevano che non era vero, e infatti non era per niente vero e, per dire, il mezzo capitano Laporte è emblematicamente finito in un fosso. Ma per l’assenza di Van Aert si temeva che anche il pubblico si assentasse e invece, dopo aver visto la Ronde in televisione per due anni, stavolta sono tornati sulle strade, esagitati a mangiare patatine e bere birra, mentre quelli che possono permettersi di pagare per un posto privilegiato e vengono detti V.I.P., uguale, esagitati a mangiare e bere, niente doppiopetto ma neanche happy hour ché per il quinto anno consecutivo non ha vinto un belga, ma neanche uno sul podio. L’attenzione era tutta su due che neanche dovevano esserci, Mathieu Van Der Poel, velocemente ripresosi da una serie di problemi fisici, e Tadej Pogacar, cui nessuno credeva tranne la sua squadra i suoi tifosi i suoi avversari e i commentatori. Eppure la corsa non si era messa bene per loro, sembrava che li avesse messi nel sacco un gruppetto di vecchie volpi come Stybar, vecchie volpi ancora giovani come Bettiol, giovani scatenati come Pedersen e altri avventurieri, ma gli inseguitori hanno riportato sotto i big e tra i faticatori c’era un ancor giovane e sconosciuto gregario di Pogacar che non vince non si piazza e non prende neanche un voto nelle pagelle di quelli che dicono che ne capiscono, ma poi è sempre nel world tour e corre sempre nelle corse importanti sul pavé: Oliviero Troìa con l’accento sulla ìa. Quando il gruppo di dietro ha raggiunto quello davanti si era proprio su uno dei muri più duri, il Vecchio Kwaremont, e lì Pogacar ha superato tutti in tromba come se la tromba, nel senso di claxon, la suonasse davvero, una cosa alla Van Der Poel. Da lì gruppetti e gruppettini e lui sempre ad attaccare e selezionare, finché sull’ultimo Paterberg sembrava poter staccare pure Van Der Poel che stava scivolando sull’erba, ma il figlio di papà, nel senso di papà Adrie, si è ripreso a guisa di trattore e i due sono andati verso il rettilineo d’arrivo più lungo del mondo. All’ultimo posto verde dove poter buttare i rifiuti i due si sono alleggeriti buttando tutto quello che avevano nelle tasche, Pogacar ha buttato un six pack di borracce tre gel una bottiglia di vodka un busto in bronzo di Colnago e una bambolina voodoo con le fattezze di Roglic, Van Der Poel ha buttato un cartoccio di patatine una foto incorniciata del nonno Raymond un leone di peluche ricordo del Tour un gelato al cioccolato belga e una bambolina voodoo con le fattezze di Van Aert. E all’improvviso l’incoscienza: all’ultimo km hanno rallentato al limite del surplace, Taddeo in pieno delirio di onnipotenza credeva di essere davvero Merckx o in subordine De Vlaeminck e non voleva partire in testa, Matteo diceva di non avere fretta perché non aveva impegni, e dietro arrivavano increduli di tanta grazia Valentin Madouas e Dylan Van Baarle, e si prospettava una beffa tipo Roche e Criquelion alla Liegi del 1987, ma se Pogacar non è Merckx Madouas non è Argentin mentre Van Der Poel è proprio Van Der Poel e, dopo Matej alla Sanremo, qui ha vinto Mathieu che poi è corso a limonare con la fidanzata, mentre i due parvenus hanno un po’ chiuso Pogacar che li ha mandati a quel paese e dopo l’arrivo era ancora arrabbiato, chissà se più per la lesa maestà o perché una corsa così da quelle parti non gli capiterà più facilmente. Ma lui è un ragazzo d’oro, come direbbe Colnago, e allora come il protagonista del manga e dell’anime omonimo, anziché esclamare “all’anime de…”, dovrebbe inforcare la bicicletta e correre in direzione della Slovenia gridando: “Imparo! Imparo! Imparo!”

L’atteggiamento dei due protagonisti mi ha ricordato il mondiale donne di ciclocross con Brand come Pogacar e Vos come l’omologo connazionale. Però, forse a causa proprio dell’impegno nella stagione del ciclocross, le due ieri non hanno brillato. Il Belgio è il paese che ha fatto i passi più concreti per la parità tra i sessi e infatti la gara femminile si è conclusa poco dopo quella maschile, non 5 o 24 ore prima come ancora si usa altrove, e nel finale si sono trovate in testa le ultime tre vincitrici della corsa: Chantal Blaak che vinse nel 2020, Annemiek Van Vleuten che ha vinto nel 2021 e Lotte Kopecky che ha vinto nel 2022, e così il pubblico belga ha potuto festeggiare una vittoria, che tra le donne mancava da Grace Verbeke nel 2010, così gli esagitati hanno potuto chiudere la festa gridando: biertje voor iedereen!