Conneries d’Italie (et de France aussi)

Quella commedia di successo che in Italia fu distribuita con il titolo “Giù al Nord” non mi piacque – l’ho già scritto – non solo perché era patetica e poco divertente ma anche per motivi ideologici: il film presenta un’immagine idealizzata dell’amicizia e vediamo che gli amici del protagonista lo portano a vedere una partita di pallone invece di portarlo in mezzo alla campagna lì vicino a vedere la Roubaix. Qualcuno obietterà che la Roubaix si corre una volta l’anno e di partite ce n’è una a settimana, due quando va male. Obiezione respinta, il film potevano ambientarlo a Pasqua.

Sulla Roubaix si conoscono le frasi famose di ciclisti famosi, più di tutte quella di Hinault che la definì una “connerie”, ma sono più realistiche le impressioni dei ciclisti meno famosi. Ad esempio Marco Pastonesi sul sito brutto ricordava che Alberto Marzaioli, ciclista di Maddaloni, città a pochi km da qui ricordata anche per la caduta che impedì a Annemiek Van Vleuten di vincere il Giro 2020, diceva sempre che “da Parigi per arrivare a Roubaix esistono un sacco di strade e gli organizzatori scelgono sempre le peggiori”. E la peggiore è l’attraversamento della foresta di Arenberg, ma non date retta a quelli che dicono che è un passaggio decisivo per la corsa, perché lì in passato si decidevano solo le fratture, non quelle nel plotone ma quelle delle ossa, e oggi si decidono le forature, e sembra molto più difficoltoso il tratto dopo l’uscita quando i ciclisti si trovano di fronte una muraglia di centinaia di migliaia di meccanici pronti a dare assistenza o a far cadere qualcuno. Poi mi dovrebbero spiegare perché, nonostante questo che ho scritto, sul display del mio smartufone c’è una foto della Trouée d’Arenberg.

In occasione delle corse importanti ci sono anche cicloamatori che vanno a correre sul percorso, in appositi raduni o isolati, e l’inviato RAI ha intervistato una coppia che vuole correre sul tracciato delle cinque classiche monumento. La coppia corre in tandem perché composta da un ciclista non vedente e una guida, e quando l’inviato ha chiesto un parere sul percorso della Roubaix al non vedente questi ha risposto che è diverso da “quando lo vedi in televisione”. Non so se questa affermazione è stata presa alla lettera e ha allertato la Guardia di Finanza, intanto in studio o hanno fatto cadere la cosa o non se ne sono neanche accorti, anche perché in RAI in quanto a proprietà di linguaggio stanno messi peggio. Infatti Francesco Pancani, che fa sempre il sentimentalone, ha apprezzato l’intervento e quando Giada Borgato lo ha incitato a salire qualche volta in bicicletta lui ha chiesto: “ma si può fare una cosa a tre?” Il compagno di Giada è ben noto nel mondo del ciclismo ma non è come si può pensare, perché Pancani si riferiva a un “tritandem”, e alla fine i due hanno concluso che una cosa del genere non esiste, anche se meccanici di buona volontà credo che abbiano fatto biciclette anche a tre o più piazze.

Immagine da internet

Ma, come dicono chez les ch’tis, tirremm innanz perché poi c’è stata anche la corsa, preceduta dalla dichiarazione bluff degli Ineos secondo cui la squadra era tutta per Filippone Ganna, e gli italiani ci sono cascati, soprattutto i giornalisti. Ma figuriamoci se lo squadrone che negli ultimi tempi punta molto alle classiche, anche perché nei grandi giri sono a corto di personale, figuriamoci se puntava su un ragazzo fortissimo in altre specialità ma che nelle corse in linea ha fatto bene solo nelle categorie giovanili, avendo poi in squadra il vincitore fresco fresco dell’Amstel ultima scorsa e un bestio come Van Baarle che va forte sulle pietre ed è arrivato secondo sia all’ultimo mondiale che all’ultimo Fiandre. E infatti ha vinto Dylan Van Baarle che possiamo definire olandese e non ex, perché è olandese-olandese, cioè dell’Olanda meridionale, la provincia della capitale. Anche tra gli uomini, come ELB tra le donne, il convalescente di turno è andato forte ma Wout Van Aert è arrivato solo secondo, mentre grande protagonista è stato Matej Mohoric. Lo sloveno a Sanremo vinse con un aggeggio preso dalla mtb per regolare l’altezza della sella, stavolta il gadget ce l’avevano quelli della DSM che hanno montato un marchingegno che varia la pressione delle gomme e grazie a questo miracolo della scienza hanno ottenuto un prestigioso 18esimo posto con il vecchio John Degenkolb, sempre meglio del primo degli italiani, che nella classica pasquale è stato manco a dirlo Andrea Pasqualon. Il ciclista che in Italia nessuno voleva ingaggiare e che ha fatto fortuna in Belgio è arrivato 19esimo, e i commentatori hanno detto che gli italiani sono stati sfortunati perché hanno forato, ma in realtà hanno forato tutti almeno una volta, anche il vincitore, e Van Aert anche di più, e comunque sia il risultato ha deluso i tifosi italiani, che hanno avuto reazioni melodrammatiche, scrivendo sui social di fine del ciclismo in Italia (ovviamente per loro quello femminile non è ciclismo), ma purtroppo nessuno di loro si è ancora suicidato.

E non era un rainy day.