Matematica e Fisica

I conti non tornano, l’UCI ha voluto per le donne il professionismo, stipendi decenti, pari numero di gare nei campionati internazionali, dirette tv per le gare World Tour, ma alle Olimpiadi le cicliste ammesse alla prova su strada sono la metà degli uomini, neanche una 70ina, un numero ridicolo. Forse in questo caso la colpa è del CIO ma l’UCI ha ancora molto da lavorare, per esempio pochi giorni fa in una maratona in mtb con partenza di massa totale, uomini e donne agonisti e amatori tutti insieme, la veterana Stropparo è stata penalizzata per aver sfruttato la scia non di una jeep o di una moto ma di ciclisti uomini, e questo secondo le regole dell’UCI. E il numero ridotto di partecipanti ha influito sull’esito sorprendente della prova olimpica perché il massimo di partenti per le nazioni più forti era di 4 per le donne e 5 per gli uomini, e l’ex Olanda quelle 4 le aveva giuste giuste: Van Der Breggen Van Vleuten e Vos, cioè le tre più forti degli ultimi anni, e la molto emergente ormai emersa Demi Vollering, per cui ci si poteva chiedere chi sarebbe stata la prima a partire per anticipare più le compagne che le avversarie e vincere in solitaria, come nelle ultime edizioni dei mondiali, ma anche, per contro, se ci fosse stato bisogno, chi si sarebbe sacrificata a tirare in favore delle altre. E sarebbe bastata una sola atleta in più, che per quanto titolata fosse appena appena meno forte, Brand o Blaak, che all’occorrenza si fosse presa l’onere di tenere l’andatura decente che oggi il gruppo non ha mantenuto per ore. La fuga è partita subito ma non tutte quelle davanti erano avventuriere perché c’erano due professioniste come Anna Plichta e Omer Shapira da non sottovalutare, ma ovviamente tutto il gruppo guardava le arancioni come ieri i colleghi guardavano i fenomeni, ma quelle niente, neanche un aiuto extra da compagne di club come Moolman che aveva una connazionale davanti, e la fuga ha dilagato. Il punto è che, tra una mezza tirata un mezzo attacco e alla fine una tardiva reazione soprattutto della squadra favorita, le attaccanti sono state prese tutte, tranne una, relativamente sconosciuta ma con una storia particolare: l’austriaca Anna Kiesenhofer. La ragazza in questione ha già 30 anni ed è una specie di incrocio tra Vittoria Bussi e Annemiek Van Vleuten. Della seconda ha la capacità di allenarsi da sola, pure troppo avendo avuto in passato un problema di overtraining, della prima il fatto di essersi “distratta” per studiare matematica, anche qui esagerando perché dopo la crisi per sovrallenamento ha preso anche un master e un dottorato, ma è forte a crono e ha vinto anche una corsa sul Mont Ventoux per cui è brava a correre in apnea, e infine, sempre come la Vittoria, non è molto brava a correre in gruppo. E forse per questo non ci ha pensato due volte ed è andata in fuga, e ha resistito cogliendo una vittoria che comunque dovrà essere ricordata anche come grande prestazione atletica, che potrebbe farle trovare di nuovo un posto in un team di prima fascia (alla Lotto Soudal la tennero solo un anno). Dietro Annemiek Van Vleuten, all’ennesimo tentativo, è riuscita a prendere il largo, ma per uno strano fenomeno fisico quando parte la Van Vleuten segue Elisa Longo Borghini, deve essere un fatto di magnetismo. Van Vleuten ha festeggiato come se avesse vinto, ma pare che in questa corsa senza radioline anche le informazioni scarseggiavano, però c’è da dire che Annemiek sembra cambiata da quando ha lasciato la sua saggia capitana Vos per mettersi in proprio e oggi non è più quella che scatenava i balletti sul palco ma una tipa che si allena pure troppo, pubblica tutti i suoi dati sui social, è arrivata a mettere i rulli in sauna per simulare il caldo umido del Giappone, eppure oggi non c’era uno straccio di app o di social che l’avvisasse che davanti c’era ancora la Kiesenhofer. Di fronte alle sue prestazioni mostruose spesso la chiamavano l’aliena ma a volte sembra alienata, e forse Marta Bastianelli non aveva tutti i torti quando fece un commento cattivo su di lei dopo il mondiale del 2019. Intanto questi Paesi Bassi che contano ancora sulle vecchiette dovrebbero cercare, semmai proprio tra queste, un nuovo commissario tecnico perché le tattiche di Loes Gunnewijk sono sempre incomprensibili a volerne dire bene. Ma forse anche in Italia si dovrebbe fare qualche cambio, anche se è arrivato l’ennesimo bronzo di Longo Borghini (2 olimpici, 2 mondiali, uno europeo più un argento sempre europeo), la quale all’arrivo ha fatto un gesto a dire che ha ottenuto questa medaglia col cuore, sarà, secondo me è che stavolta ha corso con giudizio e anche cinismo, ma sia la valutazione del percorso che le scelte fatte lasciano perplessi. Il percorso era duro e non si addiceva a Marta Bastianelli e in più Soraya Paladin non era in giornata, come le capita spesso quando corre in nazionale, l’esatto opposto di Tatiana Guderzo che invece si trasforma e stava anche andando fortissimo ma le è stata negata la soddisfazione della quinta olimpiade, che invece si è presa la tedesca Trixie Worrack. Ma in fondo le due cicliste con qualche tirata hanno contribuito a non far dilagare ulteriormente lo svantaggio e quindi al bronzo di ELB, e infatti dopo la gara erano contente, e significativo è anche il fatto che la meno soddisfatta di sé stessa era Marta Cavalli nonostante un ottavo posto in cotanto contesto, ma lei è una “tosta”. Salvoldi ha dalla sua le tante medaglie vinte, ma a volte con cicliste diverse da quelle per le quali si era corso (Ratto 2013 e Guderzo 2018), e poi comunque il fatto che lui faccia il lavoro che tra gli uomini fanno almeno 4 colleghi è un altro indice di quanto poco sia curato nella sostanza il settore femminile, e come diceva Totò (non Commesso), e come potrebbe confermare la Dottoressa in Matematica Anna Kiesenhofer, è la somma che fa il totale.

E poi dicono il Paese dello stile e della bellezza: Elisa Longo Borghini, dopo aver corso con una divisa opportunamente bianca, è stata costretta ad andare sul palco con questa tenuta da pizzaiola.

Le Olimpiadi e la Decadenza della Civiltà Occidentale

Alla prima mattinata di Olimpiadi già mi sono rotto. Ieri mi sono evitato la diretta della cerimonia di apertura, come facevo del resto anche negli ultimi decenni, una cosa troppo lunga e retorica, in cui Franco Bragagna immagino che abbia fatto sfoggio di cultura a 380° e se ne avesse avuto la possibilità avrebbe tolto la parola anche al Presidente del CIO e avrebbe interrotto l’atleta che avrà pronunciato il giuramento, e non avendolo visto mi chiedo se quest’ultimo si sarà per l’occasione tolto la mascherina: “Ghrhpnbm pfbnhm…”, che avrà detto, avrà mica giurato il falso? L’unica curiosità di queste cerimonie è l’occasione di ricordarsi di quei piccoli staterelli che altrimenti ignoreremmo, per i quali ogni olimpiade potrebbe essere l’ultima perché, Greta o non Greta, potrebbero a breve essere sommersi dagli oceani. In quei pochi secondi mostrati dai tg ho visto che gli italiani per parvenza di parità hanno voluto nominare due portabandiera ma causa spending review la bandiera era una sola e Viviani e Rossi l’hanno sventolata a 4 mani con qualche difficoltà del caso e speriamo che la Cecchini non si sia ingelosita. Hanno sfilato tanti atleti pronti a diventare eroi, così diranno nel caso, a cantare l’inno, sempre se lo ricordano, con la mano sul petto all’altezza di organi interni a casaccio, e poi a mordere la medaglia, che io non so come è nata questa consuetudine, forse in passato si addentava il metallico gadget come a provare che fosse davvero di oro, ma da tempo si tratta di patacche appena bagnate nel metallo ché i soldi non ci sono per farle vere, però in fondo se un atleta è abituato ad alimentarsi con le barrette di Cassani al gusto di crete senesi capirete che anche una medaglietta in similbronzo diventa appetibile. E veniamo alla gara, e già, speravo la gara al singolare ma le trasmissioni olimpiche non sono l’ideale per chi è interessato a un solo sport, in particolare quelle della RAI che prima ci seduce con dirette di ciclismo di oltre 100 km anche quando non è il caso e poi ci abbandona. Intanto ci sarebbe da chiedersi perché hanno ancora due canali tematici e trasmettono su una rete generalista, volendo si potrebbe diversificare e invece Rai Sport propone repliche di altro e vecchi notiziari in cui potrete apprendere il risultato dell’incontro tra Hellas Verona e Lanerossi Vicenza. E il pastone che ha preparato la RAI e le sue menti che purtroppo non sono cervelli fuggiti da qualche parte è adatto agli sciovinisti, a quelli che durante la Grande Chiusura cantavano l’inno sul balcone senza che nessuno gliel’avesse chiesto, insomma nelle scelte di sub-palinsesto non conta l’importanza o la spettacolarità della disciplina ma che ci sia un italiano in gara, anche se è uno che non si conosce in uno sport che non si capisce. E gli sport con cui ha gareggiato la diretta della prova su strada maschile sono stati il tennis, purtroppo quello maschile, la scherma e il taekwondo. Dell’ultimo il cronista ci ha fatto sapere, come a giustificarsi, che è uno degli sport più praticati nel mondo, e se lo dicono in tv sarà vero ma io non conosco nessuno che lo pratichi, e purtroppo l’italiano ha vinto nonostante l’avversario argentino avesse un tipico nome da villain, e ritornerà nei prossimi giorni a interrompere sport più decenti, ma un giorno storici e sociologi scriveranno pagine e pagine sul ruolo svolto dalla RAI nella Decadenza della Cultura Occidentale. La scherma era l’unico sport per il quale decenni e ventenni fa dalle mie parti si faceva reclutamento nelle scuole dell’obbligo grazie alla volontà di vecchi insegnanti di educazione fisica fascistoni, e dato il costo dell’attrezzatura i volontari erano di famiglia agiata. La scherma è uno sport che per tempi morti se la gioca col baseball, mentre nel ciclismo anche quando sembra che non stia succedendo niente e il gruppo rallenta sta invece accadendo qualcosa di importante perché quelli davanti aumentano il vantaggio fino a 20 minuti, vogliamo andarli a prendere cortesemente? Intanto quelli davanti sono i soliti rappresentanti di paesi con meno tradizione ciclistica, tra i quali c’è il fratello di Peter Sagan, il sudafricano Dlamini che ha avuto il suo momento di gloria quando al Tour ha voluto portare a termine la tappa più dura anche se molto fuori tempo massimo ma il ragazzo non è un avventuriero dilettante perché da under 23 ha corso in Italia e andava forte, e poi il più titolato della compagnia è il romeno Grosu che essendo però un velocista è stato il primo a staccarsi in salita. Dietro per ridurre il gap ci si è messo il campione olimpico usato garantito Greg Van Avermaet, che forse se non avesse quel titolo non sarebbe stato neanche convocato, eppure tirava così forte che hanno dovuto invitarlo a moderarsi per riprendere più avanti. Potrebbe essere l’ultima stagione per Greg che si è detto deluso dalla sua annata ma si è mostrato generoso fino all’ultimo, lui che fu maglia gialla in fuga al Tour pur senza padri e nonni famosi, e il bello è che lavorava per un capitano altrettanto orgoglioso e generoso che non si tira mai indietro, Wout Van Aert, mentre per l’altro favorito Pogacar ha lavorato Tracagnotnik. Gerainthomas, convocato dalla Gran Bretagna con grande senso dell’umorismo, inglese of course, invece si è distinto nella sua specialità, la caduta, e a questo punto dovrebbe intervenire qualcuno per convincerlo a smettere, perché è un pericolo per sé e per gli altri. Nelle fasi finali la corsa passa per il circuito motoristico e come succede sempre in questi casi, come pure ai Mondiali di Imola, i cronisti vengono presi da venerazione ed eccitazione feticistica per il Sacro Circuito, di cui possono ricordare la variante dove si schiantò Tizio o la chicane dove la ruota di Caio volò fin sulle tribune, ooooooh con punti esclamativi. Così, tra un’interruzione di vario tipo e un tg sportivo che interviene a interrompere le dirette con interviste registrate giusto per pubblicizzare altre gare future che a loro volta saranno interrotte, vediamo nel caldo-umido giapponese andare forte uomini da classiche del nord e una grande morìa di spagnoli, compreso Valverde da cui forse ci si aspettava di più ma bisogna ricordare che i coetanei dell’Embatido stanno davanti alla tv con una flebo di caffè e granita. La presenza di due strafavoriti induce al tatticismo e se attacca qualcuno tutti gli altri guardano Van Aert e Pogacar come a dire: siete voi i fenomeni, tocca a voi, anche in mancanza degli altri fenomeni perché Alaphilippe, che è quasi un abusivo in quella categoria, non era interessato ai 5 cerchietti e Van Der Poel e Pidcock gareggeranno nella mtb. Così, tra scatti e controscatti, quello buono arriva da due americani, che quando nel 2019 hanno vinto entrambi in Italia potevano far storcere il naso a molti. Il giovane e sconosciuto statunitense Mc Nulty vinse il Giro di Sicilia battendo tutti gli italiani disponibili e l’ecuadoriano Carapaz vinse il Giro e tutti a dire che doveva ringraziare Roglic e Nibali distratti a organizzare una visita alla Casa-Museo Nibali, e invece oggi è partito con in saccoccia anche un secondo posto alla Vuelta un terzo al Tour e un Giro di Svizzera più una tappa octroyée in favore di Kwiatkowski al Tour 2020. Gli italiani, già, c’erano anche loro, non erano i favoriti e hanno fatto il possibile per rispettare il pronostico, Caruso Ciccone e Nibali prima hanno fatto i loro tentativi, precoci, e poi hanno lavorato per i capitani, ché, per quanto può sembrare strano, c’erano due ritenuti degni di questo ruolo: Moscon che quando toccava a lui si è squagliato e Bettiol che rimaneva attaccato ai primi ma non prendeva iniziative finché non ha avuto i crampi ed è finito 14esimo, ma almeno nessuno si è ritirato. Il risultato potrebbe accelerare la pratica per le dimissioni di Cassani che ha costruito una nazionale a misura di sé stesso ciclista che nelle gare importanti agli ultimi km rimaneva senza forze (vedi Liegi 1992 e Amstel 1995). L’incredibile Supercittì, anche se il movimento italiano è quello che è, farebbe bene a rinunciare ai suoi superpoteri per fare altre cose ma non l’organizzazione del Giro d’Italia che rischierebbe di diventare un Giro di Emilia-Romagna e Province Limitrofe. Poi direi che l’avvicinamento alla gara non è stato dei migliori, non sono un esperto ma i primi 8 dell’ordine d’arrivo sono reduci dal Tour, e le convocazioni le decidono i team per cui non è colpa dei ciclisti né del cittì che l’unico al Tour fosse Nibali, ma in alternativa si è organizzata la Settimana Italiana però in date troppo vicine alle olimpiadi per cui era una corsa in 5 misere tappe per le strade superstrade e sopraelevate della Sardegna ma per partire in tempo per Tokyo gli stradisti ne hanno corse solo 3. E alla fine per vincere la prova olimpica non era necessario essere iscritti all’albo dei Fenomeni perché Van Aert e Pogacar si sono limitati a contendersi al fotofinish argento e bronzo, ma a vincere è stato Richard Carapaz, il campesino che voleva fare il muratore, rappresentante dell’Ecuador, un paese che non si è potuto permettere di mandare giornalisti a Tokyo perché costava troppo, e, in una giornata di sport fighetti in cui c’era pure il dressage in cui i cavalli sembrano se possibile più altezzosi degli stessi cavalieri, questa è una bella notizia.

Mentre i suoi principali avversari avevano una squadra Carapaz ha corso praticamente da solo.

Eternità provvisoria

Al Tour ci sono state due giornate importanti, ieri c’era il tappone pirenaico nel giorno della festa nazionale e oggi c’è stato il tappino pirenaico, una breve frazione con un Tourmalet innocuo anche perché piazzato lontano dall’arrivo, nel giorno in cui ci sono stati due eventi che ormai fanno parte della tradizione di questa corsa: la visita di Monsieur Le Président, ma non Lappartient, quell’altro, il marito di Brigitte, e poi l’altrettanto tradizionale blitz della gendarmeria. Una 50ina di agenti sono andati nell’albergo dove c’erano Movistar e Bahrain, agli spagnoli non li hanno proprio pensati perché già stanno facendo il loro peggior Tour di sempre e non era il caso di infierire, e allora sono andati da quegli altri e hanno prelevato files con i dati degli allenamenti e hanno fatto l’esame del capello ai ciclisti che pare sia il più efficace per scoprire il doping, non so se serve pure a scovare il covid . Colbrelli ha parlato di gelosia da parte di qualcuno, e pare che il team manager di un’altra squadra ha avanzato sospetti sui risultati di Teuns e dello stesso Colbrelli, eppure Teuns ha vinto una tappa e non è una novità perché aveva già vinto nel 2019, chiedere a Ciccone, e Colbrelli non ha vinto niente e pure questa non è una novità. Beppe Conti ha guadagnato improvvisamente 100 punti dicendo che i gendarmi non vanno al Roland Garros, e basterebbe ricordare che dell’Operacion Puerto di 15 anni fa si seppero i nomi dei ciclisti e non dei tennisti e dei calciatori coinvolti. Però Conti ha aggiunto che i francesi sono sospettosi perché i loro non vincono niente, da cui si dovrebbe dedurre che gli altri si dopano, e a quel punto Giada Borgato ha ricordato che l’anno scorso toccò all’Arkea, senza accorgersi che ha fatto crollare il castello accusatorio di Conti perché si tratta di una squadra francese. Colbrelli ha detto che i gendarmi hanno agito con gentilezza, la stessa gentilezza e lo stesso tatto che ha avuto De Luca nel dire che il doping riguardava i ciclisti di 20 anni fa avendo al suo fianco Garzelli che in quel periodo correva, per di più senza capelli come pure il suo amico famoso. In effetti i ciclisti oggi sono molto controllati, così si dice, e a quelli istituzionali si aggiungono i controlli interni delle squadre finalizzati soprattutto a evitare figure di m**** come quella di iscrivere 8 ciclisti al Giro e partire in 6, storia di pochi anni fa. E anche l’Alpecin ha voluto avviare un’indagine interna con il test del capello per verificare se i suoi ciclisti usano davvero lo shampoo magico e scongiurare che preferiscano quello della concorrenza. La tappina si è poi risolta in volatina tra pochi eletti, condizionata forse dalla nascente rivalità tra Carapaz e Pogacar, con quest’ultimo che ieri si era arrabbiato perché l’ecuadoriano avrebbe finto di essere in crisi e non l’ha proprio mandata giù, si vede che il ragazzo è più inesperto di quello che sembra, e poi l’altroieri ha detto di venire da una buona famiglia e non si sa che cosa voleva intendere ma potrebbe non voler avere niente a che fare con questo plebeo ex aspirante muratore, sta di fatto che nel dubbio ha voluto vincere pure oggi e, anche se i jumbi si sono congratulati di nuovo con lui, qualcosa mi dice che da ora in poi Pogacar farebbe bene a cercare di non cadere o forare, potrebbe fare la fine del connazionale Roglic. Oggi sei un semi-dio ma domani chissà, nel ciclismo anche l’eternità è provvisoria, un concetto che ha espresso bene il commissario Saligari dalla contemporaneo Settimana Italiana, che non è un film degli anni 80 con Jerry Calà ma una corsa a tappe in Sardegna. Infatti, parlando del rapporto di Sagan con la Bora, Saligari ha detto: “Il suo posto in squadra ce l’ha e per il momento ce l’ha per sempre.”


Poiché gli organizzatori del Tour hanno bloccato i video del canale youtube dell’ex ciclista Bas Tietema per uso illegale delle immagini, la Zeriba Illustrata si cautela limitandosi a pubblicare solo un disegnino di Pogacar, come fanno in America per i processi.

Bisogna saper perdere

Nel secondo giorno di riposo del Tour i giornalisti, gente piena di inventiva, hanno chiesto a Pogacar del doping, come se poi chi ne fa uso andasse a dirlo in giro, e lui oltre a rispondere che non si dopa ma che si aspettava la domanda ha aggiunto che non pubblica i suoi dati perché teme che gli avversari possano dedurne i suoi punti deboli. Però il computerino di bordo ce l’ha e oggi, sulla salita finale del Col du Portet (anche i pirenaici hanno grande fantasia e da quelle parti ci sono varie salite quasi omonime) avrebbe voluto consultarlo e smanettava nervoso, ma era successo che era in corso un aggiornamento windows che era ancora al 20%. Più avanti Pogacar si è innervosito di nuovo quando ha attaccato ma Vingegaard e Carapaz non si sono staccati, forse l’ha presa come un’offesa, ma ci teneva a vincere e alla fine ce l’ha fatta e dopo l’arrivo si è buttato a terra come se fosse un ciclocrossista. Forse avrebbe dovuto seguire il saggio consiglio di Garzelli il quale ha detto: “Se hai la possibilità di andare a vincere una tappa al Tour perché non perdere questa possibilità?”

Cervelli in fuga.

Nella tappa semipirenaica del Tour c’è stata una fuga di cervelli. Ha vinto Bauke Mollema che è forte come ciclista ma come lettore è ancora più forte ed era in uno di quei giorni in cui, o parte da 10 o da 40 km come ieri, non lo prendono più. Grazie all’andamento lento del gruppo, un altro fuggitivo è balzato addirittura al secondo posto in classifica ed è Guillaume Martin che è laureato in filosofia e ha scritto il libro “Socrate in bicicletta”. Eppure questo pensatore dice che quando corre non pensa troppo: “il ciclismo non può essere ridotto a una semplice riflessione, a un calcolo razionale. Se penso troppo, non agisco”, ed è più o meno la stessa filosofia di Pierre Rolland, solo che quelli della RAI non capiscono le azioni quest’ultimo e ne parlano così male che se fossero a bordo strada forse gli tirerebbero degli ortaggi, ma sono le stesse persone che in altre circostanze elogiano l’azzardo, il ciclismo romantico di una volta, le azioni coraggiose, forse dipende pure dalla nazionalità del ciclista, perché poi va bene uno come Cattaneo che corre con i watt in testa senza mai fare fuorigiri ed è il primo ad ammettere che il suo modo di correre non è spettacolare. Ma in RAI sono tutti dei gran cervelloni, ad esempio in Francia sono in quattro: un cronista, un commentatore, uno scrittore parlante e un intervistatore che sa tradurre le risposte ma non le domande e quando le fa è sempre incerto, e nonostante la pattuglia nutrita quando alla fine della tappa hanno intervistato Pogacar non c’era uno pronto a tradurre e così hanno preferito tornare in studio a sentire Orlando e i suoi ospiti ripetere sempre le stesse cose. Sarebbe stato meglio allora dare un po’ più di spazio al Giro Donne che ha visto un altro evento: a 35 anni e dopo 10 giri disputati Ashley Moolman ha finalmente vinto una tappa, non c’era riuscita da capitana e neanche da gregaria di capitane che a volte l’hanno aiutata, ma quello che non era riuscito a Marianne Vos è riuscito a Anna Van Der Breggen. Con Demi Vollering le ragazze della SDWorx hanno fatto di nuovo tripletta e l’unica che anche stavolta ha provato a contrastarle è stata Marta Cavalli, mentre Elisa Longo Borghini ha fatto l’ennesima fuga a vuoto della stagione, sta diventando come Pierre Rolland ma non ditelo a quelli della RAI.

Quante storie!

Oggi era quel giorno, anzi quei due giorni, quello atteso e quello temuto. Si attendeva la 34esima vittoria al Tour di Cavendish ed è arrivata, certo si potrebbe dire che è stato facilitato da una concorrenza scarsina ma si sa che chi ha torto è sempre assente (si dice così?), e dopo l’arrivo Cav abbracciando il compagno Cattaneo ha detto “Abbiamo fatto la storia”: eh, quante storie! E dire che neanche doveva essere al Tour ma il suo compagno Sam Bennett, che fino a poche settimane fa era il meglio velocista del mondo, ha avuto quello che Beppe Conti ha definito “un problema politico al ginocchio” e l’anno prossimo dovrebbe tornare alla Bora che aveva lasciato in cerca di maggiore spazio. Cavendish di Merckx non vuole sentire parlare, nel senso che non si ritiene al suo livello, ma durante l’intervista, più ancora che nelle precedenti, per descrivere la volata ha fatto ampi gesti e marcate espressioni con la faccia, forse dopo Merckx vuole eguagliare pure Voeckler. Ma oggi era anche il giorno temuto, si arrivava a Carcassonne ed era il tradizionale giorno del massacro dei Catari, e poiché questo è il primo Tour seguito dallo scrittore parlante la lezione di Storia è toccata a lui. Ma guardate che c’è stata una caduta, un’altra caduta, dei ritiri, una foratura, attacchi e contrattacchi, ventagli, no, prima i Catari poi la corsa. Andrea De Luca dà la sua interpretazione delle guerre di religione dicendo che in realtà nascondono interessi economici, bene, lui ci è arrivato, ora non sarebbe male se lo capissero pure quelli che guardano i telegiornali facendo il tifo o quelli che, non avendo di meglio da fare, vanno in piazza a bruciare le bandiere in rituali patetici. De Luca ormai è complice dello scrittore parlante, in passato sembrava più sensibile al vino e alle belle donne, soprattutto durante le edonistiche sintesi del Tour Down Under, ora invece sembra che gli interessi solo l’architettura, e a 4 km dall’arrivo ha invitato Genovesi, che voleva vedere la corsa, a dire almeno due parole sulla Cittadella di Carcassonne.

C’è stata volatona anche al Giro Donne e ha vinto nettamente Lorena Wiebes, ma per lei non si prospetta un prosieguo di carriera monotono a base di soli sprint, perché altrove ha dimostrato che volendo può infilarsi anche nelle fughe, mentre si ferma a 30 vittorie, almeno per quest’anno, il record di Marianne Vos che, per preparare meglio le Olimpiadi, dovrebbe abbandonare il Giro evitando di affrontare nella tappa di domani il Monte Matajur, che pure tanti soldati nella Prima Guerra Mondiale, se avessero potuto, avrebbero evitato volentieri.

Vedi Carcassonne e poi muori.

Una busta sorpresa di statistiche record e curiosità

Per quello che può valere, Nic Dlamini è il primo sudafricano nero a correre il Tour, ma probabilmente anche se non avesse avuto questa responsabilità storica avrebbe ugualmente voluto arrivare al traguardo della tappa di domenica a Tignes anche se fuori tempo massimo, una soddisfazione personale, e una storia che ricorda quella di Evaldas Siskevicius alla Roubaix 2018, con la differenza che Dlamini ha trovato la via libera e non ha dovuto fare questione con il custode del velodromo come Evaldo, il quale l’anno dopo si prese la soddisfazione di arrivare nono, e quindi l’augurio per Dlamini è di ritornare al Tour e prendersi anche lui qualche soddisfazione più consistente, ma in mancanza c’è sempre il Giro. In quella tappa resa dura dal maltempo c’è stato un altro déjà vu, con Lukas Pöstlberger che ha preso un ombrello dal pubblico e si è riparato per un po’: l’aveva già fatto Jarlinson Pantano al Tour del 2016, ma qualche tempo dopo il colombiano fu squalificato per doping per cui chissà che non gli abbiano cancellato anche questo primato dell’ombrello. Al Giro Donne invece la cronoscalata di lunedì si è corsa col bel tempo eppure anche lì 12 ragazze 12 (non è il manifesto di un vecchio spettacolo di varietà) sono andate fuori tempo massimo, ma Anna Van Der Breggen non l’ha fatto apposta, lei è una brava ragazza ma quando corre in modalità schiacciasassi può succedere. E tra le 12 tornate a casa prima del tempo c’era pure Chiara Consonni, un’avversaria in meno per Lorena Wiebes che al suo primo Giro alla prima tappa per velociste ha subito vinto: una media del 100% di volate vinte. E’ stata volata pure al Tour e la notizia non è la vittoria di Cavendish ma il fatto che per la prima volta non si sia messo a piangere: o ci sta facendo l’abitudine o ha delegato Ballerini. Con questa Cav ha vinto 33 tappe al Tour, una meno di Merckx, e ora ci sono un po’ di discussioni stupide su questo record e sul fatto che comunque Merckx era ben altro ciclista, e addirittura Beppe Conti vorrebbe che Cavendish facesse una solenne dichiarazione esplicita sul fatto che comunque lui non si ritiene superiore a Merckx, ma nessuno pensa che si tratti di un semplice dato statistico. E allora tutti quelli che sull’Ora hanno fatto meglio del record che Merckx stabilì a Città del Messico cosa dovrebbero fare? Ma poi se pensiamo che in media in un Tour ci sono ventuno tappe e in un Giro Donne ce ne sono solo 10 il record più record sono le 29 vittorie di tappa di Marianne Vos. In chiusura della diretta RAI dal Tour hanno mandato come omaggio a Raffaella Carrà un’intervista a Gino Bartali in cui venne fuori che la famosa frase Gli è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare era nata come autocritica: questa la sapeva Beppe Conti?

maleducati

Stasera c’è un’altra puntata di quella cosa del pallone che tira fuori il peggio dalle persone, qualcuno potrebbe dire una continuazione della guerra con altri mezzucci, e per la circostanza certe scelte di programmazione non sono solo infelici o contraddittorie rispetto a tutti i proclami che vengono fatti, ma direi che sono pure delle cafonate. Prendete la 6 Giorni di Fiorenzuola, l’unica che si svolge in Italia, applica la pari opportunità e si divide in due 3 Giorni, prima quella femminile e poi quella maschile, ma per stasera cambiano il programma in maniera tale che la gara decisiva di quella femminile, la madison che è anche la gara più spettacolare purché non ci si distragga, si disputa mentre su un megaschermo viene trasmessa la partita, e non capisco perché uno che va a seguire una cosa ne voglia seguire un’altra. Tra parentesi, a dire lo stato del settore, tra le favorite c’è Rachele Barbieri, già campionessa del Mondo e convocata per le Olimpiadi, che però non ha trovato un team vero e corre per la squadra del suo paesino: complimenti a tutto l’ambiente. Le pistard selezionate per Tokyo sono a Fiorenzuola, mentre quelle escluse partecipano al Giro che inizia oggi, Maria Giulia Confalonieri e Chiara Consonni, a proposito della quale c’è da notare come i cittì italiani siano riusciti a evitare, per le Olimpiadi socialmente distanziate, la presenza di fratelli sorelle e fidanzati: Consonni Simone sì e Chiara no, Braidot Luca sì e Daniele no, Viviani sì e Cecchini no. E dicevo il Giro, inizia oggi e la tappa si conclude nel primo pomeriggio ma la RAI, che tanto dice di fare per il ciclismo femminile, con una mezza giornata a disposizione sceglie di trasmettere la differita durante i preliminari pallonari. Tra l’altro Giada Borgato è opportunamente passata a commentare il Giro Donne lasciando uno studio di solo uomini a seguire il Tour: quello che resta di Alessandro Ballan, dal Museo Egizio Beppe Conti e la vera croce che è Antonello Orlando, uno che è incapace di sorridere e ha la verve di un parchimetro. Per di più la frase che lui dice più spesso è: “Scusa se ti interrompo”, ma chi si crede di essere, Franco Bragagna? E sarà che non seguo i talk show, tantomeno quelli in cui si dosano attentamente gli ospiti in maniera da creare scintille, a me dà fastidio sentire discorsi continuamente interrotti, poi per nulla, perché lui deve fare la didascalia vivente o come AdS vuole portare il discorso dove vuole o crede di volere, e l’unica sua abilità è quella di fare più volte la stessa domanda solo diversamente vestita. E direi che questa cosa delle interruzioni è tanto più grave in quanto è in contrasto con gli intenti didattici ed educativi della RAI soprattutto quando si tratta di ciclismo.

Però adesso è in corso quella che potrebbe essere la fuga del secolo, ne parliamo domani.

Frasi dimenticate – La straziante Bellezza

Questa volta la dimenticanza è meno grave, perché la frase di oggi, una frase senza verbi, più che altro un’esclamazione, ricordo benissimo di averla sentita in televisione in chiusura di qualche trasmissione, e l’unica cosa che non ricordo è se si trattava dell’episodio Che cosa sono le nuvole del regista cattolico Pier Paolo Pasolini o di un documentario di National Geographic. Però il primo aggettivo nella frase mi fa pensare che si trattasse della seconda.

Frasi dimenticate – il momento del caffè

Ci sono ricerche per tutti i gusti e per tutte le esigenze e c’è anche qualche studio che dice che il caffè rafforza la memoria. Se così fosse dovrei ricordarmi di prenderlo, ammesso che non lo faccia già e me ne dimentichi, perché la situazione peggiora e ora dimentico anche delle frasi sentite di recente. Ad esempio ce n’è una sul caffè che ho sentito proprio nelle scorse settimane ma non so dove. Sono solo quattro parole, sembrerebbe quasi uno slogan pubblicitario ma non so chi potrebbe ricorrervi perché è troppo oleografico. E allora potrebbe essere in qualche vecchia scenetta rivista di recente, forse in un film di qualche artista napoletano del passato, di quelli così amanti della loro città che potendo se ne scappavano a Roma o anche più lontano.