Un ragazzo alla pari

Dopo un po’ che si segue il ciclismo si capisce perché è uno sport così avversato da genitori e parenti degli aspiranti ciclisti. E’ storia che il padre di Nibali gli segò la bicicletta per punirlo di qualcosa, che però doveva essere nulla al confronto con quello che combinano Bibì e Bibò che si nascondono costringendo Capitan Puccio a far spostare mezzo gruppo per vedere dove siano finiti. In genere i genitori consigliano ai figli di drogarsi e andare a rubare come tutti gli altri, o in subordine di studiare e diventare stimati professionisti collusi con la criminalità, ma se proprio vogliono fare uno sport scelgano il calcio, che sono soldi, o uno sport meno pericoloso come l’automobilismo, ma meglio pure che diventino ballerini gay e bullizzati come Billy Elliot, ma assolutamente non ciclisti. Ci sono dei grandi vantaggi a praticare qualsiasi altro sport: si può avere una teoria estrema dei picchi di forma per cui fare due gare all’anno ma avere lo stesso le copertine dei giornali e fare spot pubblicitari, si può diventare fenomeni a 40 anni senza che nessuno commenti Ma questo/a da dove è uscito/a? Si vede che si dopa, si può essere polemici e rissosi ma quell’unica volta che si vince viene tirato in ballo quel comodo tormentone di genio e sregolatezza, una scempiaggine che ha lo stesso fondamento scientifico di donna baffuta sempre piaciuta, e a proposito di piacenza, si possono avere le spalle di un camionista e la simpatia di un camionista arrabbiato e diventare sex symbol. Ma c’è soprattutto un dato che spaventa: il ciclismo è una delle prime cause di mortalità tra genitori e parenti dei ciclisti. Almeno la metà dei ciclisti vittoriosi alzano un dito al cielo e non tutti vogliono ricordare Scarponi né omaggiare l’elicottero che gli ha rotto le scatole per tutta la gara, e infatti quando vengono intervistati i protagonisti svelano di aver perso da poco un genitore, un nonno o una nonna, uno zio, che in genere è proprio quello che più lo incitava a correre in bicicletta. E questo è un ulteriore problema per chi ancora studia, si sa che già la scuola è poco comprensiva nei confronti di chi fa sport, ma poi chi fa ciclismo non può neanche variare un po’ le scuse per le impreparazioni, e non può dire che, invece che a gareggiare, è andato al funerale del nonno, come fanno i ragazzi normali, perché sa che i parenti deve conservarseli per quando diventerà professionista. E a proposito di disgrazie il Giro oggi arriva a L’Aquila e il ciclismo, questo sport finto e da abolire, deve adempiere al compito sociale che si è dato, a differenza degli altri sport, quelli seri e puliti, e ogni giorno ricorda cause benefiche, eventi luttuosi, episodi storici. Il percorso è ondulato e la fuga va pure oggi. Dispiaciuto per quello che ieri ha scritto di lui questo blog, JJ Rojas si infila anche in questa fuga e per un po’ di tempo è maglia rosa virtuale, poi il gruppo riduce il distacco, ma i primi si giocano comunque la vittoria che va all’astano Pello Bilbao, e quando alla fine si fanno i conti (non nel senso di Valerio) si scopre che Formolo, terzo all’arrivo, in classifica ora è a pari tempo con Roglic. Sul palco si cantano le lodi di Bruno Reverberi che fa crescere i giovani, segnatevi i loro nomi che tra qualche anno ne parliamo, per 2 che passano nel World Tour quanti sono raccattati dalle continental o si ritirano? E mentre Giovannelli intervista i cosplayers di Garibaldi e Pinky, Conti ringrazia la squadra che ha lavorato per mantenere la rosa, escluso Gaviria che si è ritirato chissà se davvero per un male al ginocchio o per la cazzimma del velocista che è passato in secondo piano, e dice che non è stata una squadra ma una famiglia, e per quanto detto all’inizio Ulissi e compagnia staranno facendo gli opportuni scongiuri.

Dialogo tra un conduttore e uno scrittore .

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Due ragazzi nel sole

La tappa di oggi è la più a sud di questo Giro, ma non è che oltre c’è scritto Hic Sunt Leones, però per esempio hic est un velodromo scoperto costruito e dopo poche gare abbandonato, il Comune non ha né soldi né interesse a gestirlo e lo cede a tempo determinato alla Federazione Ciclistica e già i ragazzi premono per entrarvi e poter fare attività, ma sono quelli che fanno atletica leggera, perché il Tempio del Pallone (che non sappiamo se è oracolare, dovremmo chiederlo allo scrittore) non ha la pista intorno e per gli aspiranti atleti va bene anche quella lì a 4 corsie e di lunghezza ridotta. Qui neanche il già lontano periodo d’oro (o similoro) di Commesso & Figueras ha smosso qualcosa, quindi è inutile lamentarsi della geografia del Giro. Ed è inutile lamentarsi di Capitan Puccio e Sboron Yates che innescherebbero cadute se poi si riesce a cadere le stesso, e se Landa e Zakarin e pure Majka sono degli specialisti del settore oggi si è aggiunto Roglic, ma niente di grave. E dopo tante cadute, volate, botte, polemiche e tanta pioggia era quasi certo che oggi andava la fuga, che quindi è stata più combattuta e numerosa.  Roglic, nonostante oggi sia caduto e abbia ancora poca esperienza di corse di vertice, si sta dimostrando più scafato di Simone, per lo meno di quello dell’anno scorso, perché è stato l’unico di classifica a non rimanere imbottigliato l’altro ieri e perché ha capito che non era il caso di tenere ancora la maglia rosa con tutti gli adempimenti connessi, per cui deve aver detto Volete proprio andare in fuga? E allora andate ma già che ci siete pigliatevi pure questa maglia rosa. E la fuga è andata, ha preso molto vantaggio, c’erano dentro giovani di belle speranze come Oomen, vecchie volpi come Plaza e Amador, e qualcuno sopravvalutato come Rojas che ha vinto poco e per lo più grazie a Valverde. Però quando Fausto Masnada si è accorto che erano in 13 e il 13 porta male è partito deciso anzichenò e Valerio Conti  ha capito che era il treno buono da prendere, il tram cui attaccarsi, cioè no, insomma ci siamo capiti, e nessuno è riuscito a recuperare, ma tra questi c’era Carboni che avrebbe comunque preso la maglia bianca di miglior giovane e non ha quindi niente a che spartire con Calboni che alla Coppa Cobram si presentò con le braccia ingessate per non correre. Masnada ci teneva a vincere e Conti era maglia rosa virtuale, sembrava logica la spartizione del bottino, però agli ultimi km sembrava che iniziassero a mercanteggiare: -La tappa a me e a te la rosa. -No la rosa a te che io vorrei la tappa. -Ma  non ce la faccio a prendere la maglia. -Guarda, io mi prendo la tappa e vicino alla maglia ci metto pure una foto di Savio con dedica. –Affare fatto! E lì è spuntato pure il sole a illuminare i due ragazzi, Masnada, che era andato fortissimo prima del Giro ma un conto è pensare che forse l’Androni quest’anno una tappa la vinceva un altro è vincere davvero, e Valerio Conti che prende la rosa con un ora e due minuti di vantaggio su Denz e peccato che il suo fan Sgarbozza non era in studio, ma sui Castelli Romani sarà sicuramente sceso in strada a fare i caroselli e avrà convinto il parroco a suonare le campane. Quelli che erano al Processo, invece, hanno fatto una serie di domande banali e risapute ai due protagonisti, ma anche lì Conti si è ben comportato, però certi giornalisti e scrittori si meriterebbero Ganna, non Filippo ma Luigi che quando vinse il primo Giro e qualcuno gli chiese qual’era la sua più viva impressione dopo la vittoria rispose: L’impressione più viva l’è che me brüsa tant ‘l cü !

Fiumi di libri

Il Giro d’Italia sta ai libri sul ciclismo come Lucca comics sta ai fumetti, la maggior parte delle novità le trovate in queste occasioni. In libreria ho visto due titoli che sconsiglierei a priori anche se proprio i titoli non li ricordo ma ne ricordo bene gli autori. Uno l’ha scritto il banchiere sempre aiutato dallo stesso giornalista quindi due motivi in uno per girare alla larga. L’altro sul dualismo tra Merckx e Gimondi l’ha scritto il dimenticato Giorgio Martino, spalla di De Zan e pioniere del giornalismo soporifero. Invece in questi giorni ho letto un libro vecchiotto: Storie esemplari di piccoli eroi di Cesare Fiumi nell’edizione Feltrinelli del 1996, forse più reperibile nella ristampa Dalai del 2011. Fiumi, scrittore e giornalista del Corriere, racconta di alcuni sportivi, tra cui 6 ciclisti, non campionissimi, e per i miei gusti lo fa con un po’ troppa retorica, quella sui valori la gente semplice la terra la montagna, e la prefazione di Gianni Mura sfiora la blasfemia quando paragona l’autore a Gianni Celati, però è un libro interessante, soprattutto in questi tempi di santificazioni, in cui solo Beppe Conti con le sue storie segrete e i suoi pettegolezzi sembra mettere un po’ di pepe nelle vicende. Si dice che il tempo è galantuomo, ma non ne sarei tanto sicuro, poi è una questione di gusti, perché col tempo si perdono i racconti minimi di chi ha vissuto le cose e restano solo gli storici, a volte non meno parziali, e privilegiare i lati positivi dei personaggi omettendone o dimenticandone difetti peccati e scorrettezze non rende un buon servizio neanche a loro perché li disumanizza. Poi ognuno si fa un’idea delle persone sulla base della propria esperienza e i pareri inevitabilmente divergono, per cui in questo libro è interessante anche scoprire il Merckx di Balmamion, il Gimondi di Motta, il Coppi di Terruzzi e il Bartali di Magni. Infine ci sono due che non parlano male di nessuno, Bitossi e Martini, e per come li conosciamo la cosa non ci meraviglia, però mette a rischio il luogo comune dei maledetti toscani, ed è un problema perché i luoghi comuni sono così comodi, se vengono meno ci tocca sforzarci a cercare di capire la realtà.

 

Maledetti anche gli sponsor

La Burocrazia, lo spauracchio che può tornare utile agitare per qualsiasi rivendicazione, è la vera causa dell’esclusione di Nishimura dal Giro, perché nei cronoprologhi non c’è il tempo massimo (si può arrivare anche a palco smontato e a notte fonda?) ma quella di ieri era classificata come tappa normale. A proposito di burocrazia, proprio stamattina leggevo che Magni perse le sue prime tre vittorie (non è un ossimoro) perché non sapeva di dover firmare un foglio ufficiale. Ma tornando al Giro l’assurdo è che in realtà anche oggi e almeno le prossime 2 settimane sono ancora prologhi in attesa dell’ultima decisiva settimana, una faccenda sulla quale verrebbe da scherzare perché negli scorsi anni eravamo abituati a giri, soprattutto tour, decisi già nella penultima domenica, ma i ribaltoni di Nibali 2016 e Froome 2018 hanno dimostrato che più che l’ultima settimana può essere decisivo l’ultimo weekend. In tre settimane può succedere di tutto, incidenti, cadute, cali di forma, resurrezioni, crisi di fame (la famosa fringale cara a De Zan) però sempre meno probabili con la scienza e i gel, e possono anche intervenire problemi familiari o sentimentali, è capitato a Coppi, a Gilbert, si dice anche a Sagan. E quindi ecco che opportunamente nessuno ha dato peso più di tanto al risultato di ieri, ma ci sono interrogativi a più lungo termine. Ci si chiede se Roglic riuscirà a tenere fino alla fine, se Dumoulin uscirà alla distanza, se Nibali riuscirà a diventare il più vecchio a vincere il Giro, se ci sarà una Santa Alleanza, ma va bene pure un’alleanza profana, contro Simone lo sborone approfittando della minima difficoltà, del minimo problema meccanico, per staccarlo e fargli rimangiare le sue uscite, ma soprattutto ci si chiede se basteranno 3 settimane per capire come si pronuncia Tao Geoghegan Hart. Oggi intanto si arriva a Fucecchio, terra di maledetti toscani, Malaparte, Montanelli, pure Tafi, oggi in veste di zio, che probabilmente sarà stato maledetto dai suoi (ex) colleghi per la sua idea di correre la Roubaix a 52 anni, una cosa che poteva risultare controproducente per l’immagine del ciclismo. E poi Magni, che mi fa venire in mente il barbiere inventore interpretato da Troisi  in Le vie del Signore sono finite, che diceva: Uno sta a inventare una medicina contro la caduta dei capelli e contro il dolore in un paese dove uno senza capelli dice che la via della salvezza è il dolore, e il fascista Magni (lui diceva “guardia nazionale”) fu il primo a portare nel ciclismo uno sponsor non legato a bici e selle che era una crema per la bellezza delle mani. Da allora gli sponsor sono stati sempre più indispensabili nel ciclismo, ma non di rado sono inaffidabili, anche in un paese come il Belgio, c’erano due squadre di ciclocross con due sponsor cadauna, ma uno sponsor per una ha lasciato e il resto si è fuso in un’unica squadra, e tra i corridori interessati c’è pure Eli Iserbyt, che per di più è alle prese pure lui con problemi sentimentali in quanto si è lasciato con Puck Moonen. Het Nieuwsblad, che alla vicenda ha dato quasi più importanza che al Giro (si dice che tira più un pelo di f*** che Christian Knees in testa al gruppo, semmai nelle altre tappe perché oggi ha litigato con la bici), scrive che a causa dei loro impegni non avevano molte occasioni di vedersi, e infatti lui è sempre impegnato tra fango e strada e lei tra instagram e twitter, però il discorso dei risultati negativi causati da una crisi potrebbe valere pure per lei, ma come fai ad accorgertene se prima si ritirava e oggi invece pure nel Trofee Maarten Wynants, vinto da Elisa Balsamo che ho l’impressione stia correndo un po’ troppo per la sua età, sarà forse volontà dello sponsor che ha fatto il passo dalle junior alle élite proprio costruendo una squadra attorno a lei? C’è un’altra cosa da dire sugli sponsor e riguarda la Katusha, perché nello spot dello shampoo magico c’è ancora Kittel che pure ha sciolto il  contratto e non so se è corretto, oltre che controproducente perché il tedescone è in cerca di sé stesso e uno può sospettare che a lavarsi troppo con quello shampoo lì nella testa penetrano i dubbi esistenziali. Chi invece ha solo certezze sembra Ciccone che ha scelto il suo obiettivo e lo persegue con convinzione: i GPM. Anche Nizzolo può star certo  che continua a essere il solito fortunello perché, come molti velocisti, non ovviamente Mareczko, non si stacca sulle salitelle ma fora negli ultimi 10 km. Oggi l’elicottero non ha potuto alzarsi e la moto è stata più vicina del solito ai ciclisti, e così nel finale ha fatto le funzioni del keirin,  è partito a testa bassa in tutti i sensi Ewan ma Pascalone Ackermann l’ha superato nel finale resistendo alla rimonta di Viviani. Quest’ultimo fa il piagnone di giornata dicendo che qui non ha tutto il treno e non si capisce quanti vagoni dovrebbe avere questo treno ma chi l’ha battuto ha in squadra ben due che corrono per la classifica. Poi, finita la tappa, subentra il triste spettacolo del Processo alla tappa con la Mosca Frantse-tselli di cui possiamo anche dire che la parola che usa più spesso è “ehm…”. Oggi il Processo è stato soprattutto per i cannibali sotto al palco perché si è passati per Nibalandia e lo squalo ne ha approfittato per salutare e ringraziare un po’ di persone. Certo nessuno degli ex della Mastromarco, presi dalla corsa, ha cercato di mettersi in mostra a Mastromarco o sul San Baronto, e Visconti, che correva con i rivali della Finauto dell’altro maledetto toscano Luca Scinto, non è neanche in gara. Alla fine vorrebbero ricordare la Cuneo-Pinerolo di Coppi ma vanno le immagini del mondiale di Zurigo e viene il sospetto che la TGR della Campania abbia fatto scuola.

I Favolosi Anni 50

una passione disinteressata

Il Signore lo aveva pure dotato di un buon cuore: era facile alle lacrime e all’entusiasmo; per di più ardeva di una passione disinteressata per l’arte, disinteressata per davvero, visto che proprio d’arte il signor Benevolenskij, a dire il vero, non ne capiva un’acca. (Ivan Sergeevic Turgenev, Memorie di un cacciatore, 1852)

La Zeriba Suonata – maggio il mese delle spose

Maggio è il mese delle spose e pure le Lush, o meglio la sezione femminile dei Lush, volevano sposarsi, ma poi ci hanno pensato bene su e hanno concluso che, invece di far tintinnare le campane, è meglio restare Single Girl e, essendo ragazze cresciute a latte cereali uova bacon e Smiths, far tintinnare le chitarre.